Il 2 giugno 1946 quasi 25 milioni di italiani andarono alle urne per decidere il destino del paese: monarchia o repubblica. Era anche la prima volta che le donne votavano su scala nazionale. Ecco come andò, regione per regione.
Un paese uscito dalla guerra con le ossa rotte, le città ancora segnate dai bombardamenti, milioni di reduci ancora prigionieri all’estero. In questo scenario, il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a rispondere a una domanda secca: come deve governarsi questo paese? La scelta era tra continuare con la monarchia dei Savoia, che aveva accompagnato l’unificazione ma aveva anche firmato le leggi razziali e tollerato il fascismo, oppure cominciare da capo con una repubblica. Quello che accadde quel giorno nelle piazze, nelle scuole trasformate in seggi, nelle file silenziose o animate di persone fu molto più di un atto amministrativo. Fu un rito collettivo, carico di speranza e di rabbia, di nostalgia e di voglia di futuro.

Le donne entrano nella storia
Prima ancora dei risultati, c’è un fatto che rende quel 2 giugno unico: per la prima volta nella storia italiana, le donne votavano a livello nazionale. Il diritto era stato riconosciuto con decreto il 2 febbraio 1945, ma era rimasto sulla carta fino alle elezioni amministrative della primavera precedente. Il referendum del giugno 1946 fu la consacrazione definitiva del suffragio universale.
I numeri raccontano qualcosa di straordinario: alle urne si presentarono circa 13 milioni di donne contro 12 milioni di uomini, con un’affluenza femminile che sfiorò l’82%. Non era scontato. In un paese dove la cultura cattolica dominante aveva a lungo relegato la donna al ruolo di moglie e madre, e dove il fascismo aveva fatto della casa femminile un dogma di Stato, quella fila davanti ai seggi era un gesto carico di significato. Alcune portarono i bambini in braccio, altre si presentarono in abito da lavoro, altre ancora avevano imparato a leggere apposta per capire la scheda.
Non sappiamo come votarono in maggioranza. L’analisi storica ha a lungo dibattuto se il voto femminile avesse favorito la monarchia (per via del legame con la tradizione e con la Chiesa) o la repubblica. La verità è che i dati aggregati non permettono certezze, e quella domanda resta aperta, e per questo affascinante.
«Andai a votare con mia madre. Tenevamo la scheda come se fosse qualcosa di fragile. Non avevamo mai fatto una cosa del genere.»
Testimonianza raccolta nell’archivio orale della Resistenza, 1976
L’atmosfera nei seggi: una giornata senza precedenti
Le operazioni si svolsero su due giorni, il 2 e il 3 giugno, per permettere a tutti di raggiungere le urne. La macchina organizzativa era colossale: oltre 31 circoscrizioni, seggi allestiti in scuole, municipî, palestre, edifici pubblici di ogni tipo. In molti comuni del Sud, dove l’analfabetismo era ancora diffuso, i presidenti di seggio dovevano spiegare ai votanti come compilare la scheda. In alcune zone montane del Centro-Nord i messi comunali raggiunsero i paesi isolati con giorni di anticipo per registrare gli aventi diritto.
L’affluenza fu straordinaria: l’89,08% degli aventi diritto, circa 25 milioni di persone. Una partecipazione che oggi sembra difficile da immaginare, spiegabile solo con la carica emotiva del momento. Per molti italiani era la prima volta in assoluto che si trovavano davanti a una scelta così radicale e così personale.
Nelle grandi città si formarono code fin dalle prime ore del mattino. A Milano, raccontano i giornali dell’epoca, i quartieri operai della periferia erano animatissimi già all’alba, con i militanti dei partiti di sinistra che distribuivano volantini fuori dai seggi. A Napoli l’atmosfera era più tesa: i sostenitori della monarchia erano numerosi e rumorosi, e la città aveva un rapporto viscerale con la Casa Savoia, percepita come parte della propria identità meridionale.
Il Nord vota repubblica: dalla resistenza alle urne
Nelle regioni settentrionali, la memoria recente della Resistenza era ancora vivissima. Le brigate partigiane avevano combattuto sotto bandiere politiche apertamente repubblicane, i partiti della sinistra erano radicati nelle fabbriche e nelle campagne, e la monarchia portava addosso il peso della fuga di Vittorio Emanuele III da Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, vissuta come un tradimento imperdonabile.
Il Nord nel suo complesso scelse la repubblica con il 66,2% dei voti. In Emilia-Romagna il distacco fu netto: i voti repubblicani raggiunsero il 77%, con Bologna e i centri della pianura padana che si espressero in modo compatto. La “rossa” Emilia viveva già allora una cultura politica che identificava monarchia con conservatorismo, con il fascismo, con ciò che si era appena lasciato alle spalle.
La Toscana confermò la tendenza: Firenze, Siena, Arezzo e la fascia mezzadrile del Centro votarono in larghissima maggioranza per la repubblica. In Liguria, Genova operaia aggiunse numeri pesanti al fronte repubblicano. La Lombardia fu più articolata: Milano scelse la repubblica con convinzione, ma le province cattoliche del Nord-Est e alcune aree rurali mostrarono resistenze significative. Bergamo, sorprendentemente, si espresse per la monarchia.
Ancora più significativo fu il caso del Piemonte: la regione dei Savoia, terra di origine della dinastia, votò comunque per la repubblica con il 56,9%. Un dato che colpì gli osservatori dell’epoca. Le province di Cuneo e Asti andarono controcorrente, restando fedeli alla corona, ma Torino operaia e industriale fece pendere la bilancia dall’altra parte.
Il Veneto visse una divisione interna accentuata. Il Nordest era tradizionalmente cattolico e più legato a un’idea di ordine che rimandava alla monarchia, ma il risultato complessivo premiò la repubblica, con l’eccezione significativa della provincia di Padova, unica del Nordest a votare per la corona (52% a favore della monarchia), mentre Rovigo e Udine si espressero con forza a favore della repubblica.
Il Centro: la “zona grigia” tra due Italie
Le regioni del Centro Italia presentano un quadro più sfumato. L’Umbria e le Marche, pur inclinando verso la repubblica, erano percorse da correnti cattoliche e moderate che temperavano l’entusiasmo repubblicano. Il Lazio fu terreno di battaglia: Roma votò quasi in parità, con un equilibrio che rifletteva la complessità di una capitale che era anche sede del Vaticano, centro della burocrazia statale e cuore di un popolo con radici popolari e monarchiche.
L’Abruzzo e il Molise si collocarono in una fascia intermedia, con la monarchia che otteneva percentuali tra il 50 e il 60%, riflettendo una transizione culturale tra il Centro repubblicano e il Sud monarchico.
RISULTATI PER AREA GEOGRAFICA
| Area | Voto prevalente | Percentuale | Distribuzione |
|---|---|---|---|
| Nord | Repubblica | 66,2% | |
| Centro | Repubblica | ~58% | |
| Sud e Isole | Monarchia | 63,8% | |
| Italia | Repubblica | 54,27% |
Fonte: Corte di Cassazione, 10 giugno 1946. Il dato “Centro” è una stima ponderata per area geografica.
Il Sud monarchico: fedeltà alla corona o diffidenza verso il cambiamento?
Il meridione d’Italia espresse una scelta netta e compatta a favore della monarchia: il Sud votò per la corona con il 63,8%, in alcune province con percentuali ben più alte. Campania in testa, con Napoli che diventò il simbolo di questa fedeltà: la città partenopea era quella con il maggior numero assoluto di voti monarchici in tutta Italia.
Le ragioni di questa scelta sono oggetto di discussione storica ancora oggi. Una parte degli storici la riconduce a un profondo legame identitario con la Corona, che nel Sud aveva mantenuto una funzione simbolica di continuità in una terra dove lo Stato spesso non arrivava. Un’altra interpretazione privilegia la diffidenza popolare verso il cambiamento in un momento di grande incertezza: la guerra aveva appena finito di devastare anche il Mezzogiorno, e il futuro appariva poco leggibile. La monarchia era almeno un punto fermo conosciuto.
C’è poi il ruolo della Chiesa cattolica, che al Sud aveva un peso pastorale e sociale molto più diretto che al Nord, e che ufficialmente si era astenuta da indicazioni di voto ma i cui parroci, in molti casi, avevano suggerito dai pulpiti la scelta monarchica come più “sicura” per l’ordine sociale.
Nella provincia di Lecce il voto monarchico raggiunse l’85%, una delle percentuali più alte del paese. In Sicilia e in Calabria la monarchia prevalse con percentuali tra il 60 e il 70%, ma anche qui non mancarono eccezioni: 130 comuni calabresi votarono per la repubblica, così come 99 in Sicilia. Cerignola, in Puglia, scelse la repubblica con il 61,6%, riflettendo il radicamento del movimento bracciantile e delle leghe rosse in alcune aree del Tavoliere.
La Sardegna, altra isola con forte identità autonoma e tradizione di legame con la Casa Savoia (che aveva governato l’isola come regno prima dell’unificazione), votò in maggioranza per la monarchia, con circa il 60-70% dei voti.
Orientamento prevalente per regione – Referendum 2 giugno 1946
| Regione | Scelta prevalente | Note |
|---|---|---|
| Piemonte | Repubblica (56,9%) | Terra dei Savoia, ma vince la Repubblica |
| Liguria | Repubblica | Genova operaia trainante |
| Lombardia | Repubblica | Milano forte, Bergamo monarchica |
| Veneto | Repubblica | Padova unica provincia monarchica |
| Emilia-Romagna | Repubblica (~77%) | Voto più netto del Nord |
| Toscana | Repubblica | Ampio margine su tutta la regione |
| Umbria / Marche | Repubblica | Con margini più contenuti |
| Lazio | Monarchia (lieve) | Roma quasi in parità |
| Abruzzo / Molise | Monarchia | Tra 50% e 60% per la corona |
| Campania | Monarchia (>70%) | Napoli principale roccaforte |
| Puglia | Monarchia (60-70%) | Alcune eccezioni repubblicane |
| Basilicata | Monarchia | Tra 50% e 60% per la corona |
| Calabria | Monarchia (60-70%) | 130 comuni repubblicani in controtendenza |
| Sicilia | Monarchia (60-70%) | 99 comuni repubblicani in controtendenza |
| Sardegna | Monarchia (60-70%) | Legame storico con i Savoia |
| Valle d’Aosta | Repubblica | Alto tasso di schede nulle (protesta) |
La conta e la tensione dei giorni successivi
La sera del 2 giugno e la mattina del 3 le urne cominciarono a svuotarsi. Le schede furono spedite a Roma, alla Sala della Lupa di Montecitorio, dove due addetti le sommavano su macchine calcolatrici, una per la monarchia e una per la repubblica, tenendo una seconda conta a mano. I primi dati pervenuti, il 4 giugno, sembravano dare vantaggio alla monarchia: provenivano quasi tutti dal Mezzogiorno, che aveva votato per primo. Fu una notte di attesa nervosa.
Solo tra la notte del 4 e la mattina del 5 giugno, con l’arrivo delle schede del Nord e del Centro, la repubblica superò la monarchia e non si voltò più indietro. Il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò il risultato ufficiale: 12.718.641 voti per la repubblica, 10.718.502 per la monarchia. Uno scarto di quasi due milioni di voti, 54,27% contro 45,73%.
Napoli non accettò il verdetto serenamente. I giorni successivi alla proclamazione videro disordini gravi: un corteo monarchico tentò di assaltare la sede del Partito Comunista in via Medina, e i colpi delle autoblindo della polizia uccisero nove manifestanti. Fu il momento più doloroso di una transizione che rischiò di scivolare in qualcosa di ben più grave.
Il 13 giugno, dopo una riunione notturna del Consiglio dei Ministri che decise di trasferire i poteri di capo dello Stato ad Alcide De Gasperi senza attendere il pronunciamento definitivo della Cassazione, Umberto II partì da Ciampino in aereo per il Portogallo, diffondendo prima un proclama in cui accusava il governo di aver compiuto «un gesto rivoluzionario». Non tornò mai.
Perché il Sud votò diversamente
La divisione geografica del voto non era casuale. Al Nord, la guerra di Liberazione aveva coinvolto direttamente le popolazioni: la Resistenza partigiana, i rastrellamenti, le rappresaglie tedesche, la guerra civile tra partigiani e fascisti della RSI avevano lasciato ferite profonde e radicalizzato la politica. Le forze che avevano combattuto per liberare il paese, il PCI, il PSI, il Partito d’Azione, erano tutte apertamente repubblicane, e la loro rete organizzativa si era trasformata in una macchina di mobilitazione elettorale.
Al Sud, invece, la guerra si era conclusa già nel 1943 con l’arrivo degli Alleati. Il dopoguerra meridionale era stato segnato dall’instaurazione del cosiddetto “Regno del Sud”, che aveva mantenuto formalmente la monarchia come punto di riferimento. Le strutture politiche repubblicane erano più deboli, il tessuto associativo diverso, il ricordo della Resistenza molto più distante.
C’era infine la questione della persona: Vittorio Emanuele III portava con sé un passivo enorme. Aveva firmato le leggi razziali del 1938, aveva tollerato il fascismo per vent’anni, era fuggito da Roma l’8 settembre lasciando l’esercito senza ordini. Al Nord questo peso era insopportabile. Al Sud, dove quella storia era vissuta da più lontano, la monarchia conservava una valenza diversa, più simbolica che politica.
Quel 2 giugno non fu solo la nascita di una Repubblica. Fu la prima volta che un paese intero si guardò allo specchio e dovette scegliere chi voleva essere. Le code ai seggi, le donne con la scheda in mano per la prima volta, i contadini calabresi e gli operai torinesi che votavano lo stesso giorno per cose diverse: tutto questo racconta un’Italia in cui le differenze erano già profonde, ma la voglia di partecipare era sorprendentemente comune.
Ottant’anni dopo, quella divisione geografica Nord-Sud è ancora leggibile nella cartografia politica italiana. Ma ciò che rimane più forte è un’altra immagine: milioni di persone che si fidarono di una scheda di carta per decidere il destino di un paese. Una scommessa che, alla fine, funzionò.
