Dal 21 giugno al 23 settembre, borghi, cantine e piazze si animano con la seconda edizione del festival diffuso di Città del Vino per un’estate da vivere calice in mano.
Non è soltanto una rassegna enologica: è un tentativo riuscito di trasformare l’estate italiana in un percorso di scoperta, dove il vino fa da filo conduttore tra borghi, produttori e storie di territorio. La seconda edizione de Le Notti del Vino parte da una base solida, 75mila visitatori e 1500 cantine coinvolte nella prima stagione, e punta a espandersi ulteriormente, portando musica, degustazioni, mostre e convegni nei luoghi in cui il vino nasce davvero.

Un format nato dal basso, cresciuto in fretta
L’idea non è nata a tavolino in qualche ufficio romano. Le Notti del Vino affondano le radici in Friuli Venezia Giulia, dove tre anni fa alcuni comuni avevano già sperimentato qualcosa di simile a scala locale. L’Associazione Nazionale Città del Vino ha poi trasformato quel modello in un progetto nazionale, presentato quest’anno alla Camera dei Deputati con numeri che parlano da soli. Centocinquanta eventi, 75mila presenze e 1500 cantine: un bilancio che poche iniziative del settore possono vantare al debutto.
La forza del progetto, come sottolinea il presidente Angelo Radica, sta proprio nella sua natura associativa: “Senza fare squadra, un’iniziativa come questa non avrebbe avuto questo successo e prospettive sempre più promettenti.” Città del Vino è prima di tutto una rete di sindaci, e questa seconda edizione ne è la dimostrazione più concreta.

Cosa succede e dove
Il calendario ufficiale si apre il 21 giugno e si chiude il 23 settembre, abbracciando tutta l’estate. Ma già dal 5 al 7 giugno Roma ospita l’anteprima sul Ponte della Musica Armando Trovajoli, con musica dal vivo, flash mob di tango e tre masterclass di approfondimento sul vino. Un modo per aprire i battenti con un evento metropolitano che punti a trainare poi l’attenzione verso i piccoli centri.
Il programma nazionale comprende degustazioni guidate, convegni, spettacoli, mostre, letture e passeggiate tra vigneti e cantine. La formula mescola intrattenimento e informazione in modo deliberato: “Funziona l’idea di unire l’intrattenimento all’informazione, in luoghi neutri in cui viene dato spazio a tutti”, ha spiegato Radica. Ogni serata è, almeno nelle intenzioni, qualcosa di più di una semplice degustazione.
L’enoturismo come economia, non solo come moda
Dietro il festival c’è anche una riflessione più seria sul valore economico dell’enoturismo. Tiziano Venturini, vicepresidente di Città del Vino, ha ricordato che il settore vale tre miliardi di euro con margini di crescita ancora significativi. Non si tratta soltanto di vendere esperienze ai turisti stranieri: i borghi minori, quelli che rischiano lo spopolamento e la perdita di identità, trovano nelle Notti del Vino un’occasione concreta di visibilità e attrattività.
Antonino La Spina, presidente dell’UNPLI (partner del festival), ha messo in evidenza proprio questo aspetto: “È fondamentale che Le Notti del Vino sia un’occasione per scoprire i piccoli paesi e capire quanto valore abbiamo nei territori.” La sinergia con le Pro Loco locali non è un dettaglio organizzativo: è la garanzia che il festival mantenga un radicamento autentico.
Bere bene, bere consapevolmente
Alberto Bertucci, altro vicepresidente nazionale, ha ricordato come il festival si inscriva in una visione più ampia: quella di “diffondere il messaggio di bere sano e bere moderato”, tutelando un patrimonio che è insieme storia, eccellenza e cultura. Un posizionamento che distingue Le Notti del Vino dalle semplici sagre di paese, portando nel formato la stessa serietà con cui Città del Vino organizza, tra le altre cose, il Concorso Enologico Internazionale (la cui premiazione è prevista l’11 luglio in Campidoglio).

Le Notti del Vino non è un festival tra i tanti. E’ la risposta di un’associazione di comuni a una domanda che cresce ogni estate: come si racconta il vino italiano senza cadere nel folklore, senza smettere di essere credibili? La risposta, per ora, sembra essere questa: si parte dal territorio, si aprono le cantine, si mescola la cultura con il piacere, e si lascia che siano le storie, più che le etichette, a fare la differenza.

