A Seleo, isola dei sud dei mari: il racconto di chi ci ha vissuto e non l’ha mai dimenticato
Nel 1973 un ragazzo, poco più che ventenne, lasciò l’Italia per la Papua Nuova Guinea. Cinquant’anni dopo, tra pipistrelli giganti, sciamani, malaria e un vescovo scambiato per interlocutore di un equivoco linguistico esilarante, Giuseppe Carmelo Fazio racconta un’avventura che sembra uscita da un romanzo e che invece è tutta vera.

Nel settembre 2024 papa Francesco ha compiuto un viaggio apostolico di quattro giorni in Papua Nuova Guinea, riportando l’attenzione internazionale su una delle regioni più remote e affascinanti del pianeta. Cinquant’anni prima, nel 1973, un giovane siculo-milanese, Giuseppe Carmelo Fazio, aveva già intrapreso quel viaggio, senza clamore e senza scorta, portando con sé solo una banconota da diecimila lire e una curiosità più forte di ogni paura. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.
Dalla Sicilia a Milano, e poi verso l’ignoto
A 18 anni lasciasti la Sicilia per andare a lavorare a Milano, dove ti eri integrato in breve tempo. Come ti venne l’idea di recarti in Papua Nuova Guinea?
«A Milano feci l’esperienza di frequentare “Telefono amico”, che faceva capo all’associazione Mondo X, fondata da padre Eligio Gelmini. Padre Eligio era già stato, con una spedizione di ragazzi dell’associazione, in Papua Nuova Guinea. Mi proposi per questa avventura. Nel frattempo ero in attesa che gli americani della ditta dove lavoravo mi confermassero la partenza con destinazione St. Paul, capitale del Minnesota, ai confini con il Canada. Da lì, dopo una breve esperienza di sei mesi circa, sarei dovuto andare nello stabilimento di Belo Horizonte, in Brasile. La decisione dell’azienda tardava e l’avventura che mi proponeva Mondo X, per un mondo completamente nuovo e quasi inesplorato, mi affascinava più dell’America. Non me la sentivo di aspettare. Avevo 25 anni. Partii con in tasca solo una banconota da diecimila lire e un po’ di preoccupazione per l’incognita. Mi aspettavano circa 20.000 chilometri».

Il primo impatto con la Papua Nuova Guinea
Dopo un lunghissimo viaggio, con tante tappe, quale fu l’impatto?
«A Port Moresby, la capitale, la differenza di fuso non fu facile da superare: un giorno in più rispetto all’Italia. Un caldo pungente. Dall’aeroporto, con un aereo piper, sorvolai la costa e arrivai a Wewak, dove mi accolse un frate francescano polacco, simpatico e intraprendente. Mi fermai alla missione due giorni perché, per un forte temporale, i voli erano sospesi. Al frate dissi che ero diplomato in elettrotecnica e subito mi chiese se potevo aiutarlo a sistemare alcuni televisori che gli australiani bianchi gli portavano da riparare. Il suo laboratorio era pieno di apparecchiature elettroniche, una grande confusione. Non avevo mai visto nulla del genere».
Era quella la tua destinazione finale?
«No. Con un altro piper più piccolo ripresi il viaggio verso Aitape, ancora più a nord. Lì mi accolse padre Leo Leone, un frate dell’Antoniano di Bologna, reduce da tanti anni dalla Cina e da una ventina d’anni in Papua Nuova Guinea. L’aeroporto era un breve tratto di spiazzo circondato dalla foresta. L’emozione era tanta che mi diressi verso un capanno fatiscente, il “terminal”. Padre Leone, con voce calma, da lontano mi avvisò di non entrare. Guardai verso il soffitto: era pieno di serpenti tra le travi, di dimensioni diverse. Il frate, sempre con grande calma, mi ammonì: “Meglio non entrare, perché i più grossi potrebbero caderti addosso”».

Tra i pittori e le opere che dialogano con le atmosfere e le scene del racconto di Fazio troviamo Paul Gauguin per l’atmosfera generale di isola tropicale, colori saturi, luce calda e vita quotidiana degli abitanti. Non è Papua Nuova Guinea (lui dipinse Tahiti e le Marchesi) ma l’immaginario visivo è affine.
Paul Gauguin, Femmes de Tahiti 1891, oil on canvas, 69.0 x 91.5, Don Countess Vitali, 1923. © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais Patrice Schmidt
Verso l’isola di Seleo
«Padre Leone, con la sua “campagnola” Fiat, mi accompagnò da padre Antonino, originario di Piacenza, responsabile dell’allora lebbrosario di Aitape. Nella stanza a me destinata c’erano scarafaggi sui muri, alcuni con le uova. Inondai tutto di DDT, come ormai da noi non si usava più. Rimasi lì alcuni giorni in attesa che il boat di Mondo X mi portasse all’isola di Seleo, mia ultima destinazione».
Qual era il clima in quel momento? Quale fu la reazione dei nativi?
«Era un pomeriggio con un sole caldissimo. Superata la barriera corallina, non resistetti al desiderio di un tuffo. L’acqua era eccezionalmente trasparente, sembrava acqua di piscina. Non essendoci un molo, bisognava scendere dalla barca direttamente in acqua. Un folto numero di persone e tanti pikinini (bambini) aspettavano “questo individuo bianco”. Il tuffo provocò un urlo di gioia. I bambini non persero tempo a prendermi per mano per accompagnarmi verso la riva, sempre urlando di gioia, mentre gli abitanti del villaggio mi scortavano verso la tipica casa coloniale, in legno con il tetto in lamiera».

L’altro artista che citiamo è Augustus Earle, pittore inglese dell’Ottocento che viaggiò davvero nel Pacifico e ritrasse scene di vita e paesaggi costieri con canoe e abitanti locali. I suoi lavori sulle isole del Pacifico sono conservati alla National Library of Australia.
Augustus Earle, Natives of N.S. Wales as seen in the streets of Sydney, 1830
La vita sull’isola, tra volpi volanti e stelle vicinissime
Parlaci dell’isola.
«Era lunga circa un chilometro e mezzo, larga settecento metri, con due villaggi alle estremità opposte. Intorno alle cinque, sei del pomeriggio mi colpiva sempre uno spettacolo affascinante: centinaia di migliaia di pipistrelli lasciavano l’isola volando verso la costa tra Aitape e Wewak, mentre altri restavano a mangiare la papaia tra gli alberi, volando così bassi che sembravano venire addosso. Erano i flying foxes, volpi volanti con un’apertura alare di un metro. Una sera, tornando a casa al buio, in una notte magnifica e stellata, mi vidi arrivare all’altezza della testa un pipistrello: mi accovacciai dalla paura, ma quello mi passò sopra silenzioso, sfiorandomi con un fruscio».
Oltre ai pipistrelli, ci furono altre difficoltà?
«Mi resi conto subito che serviva provvedere all’acqua potabile. Partii verso il villaggio di Pes, accompagnato da due kanaka, Robert e John, che diventarono poi i miei angeli custodi nelle traversate. Cercavo un fusto cilindrico in ferro, un petrol drum, da posizionare fuori dalla cucina su un cavalletto alto, per convogliare l’acqua piovana dal tetto della casa, poi da depurare con una pastiglia».
Serpenti, lebbrosario e un comandamento da rispettare
C’è stato un episodio particolarmente memorabile?
«Nei primi giorni ero affascinato dalla sabbia bianca e finissima e facevo il bagno nella parte più profonda della barriera corallina. Un giorno mi accorsi che un serpente, con anelli colorati lungo il corpo, strisciava nell’acqua proprio ai miei piedi, sulla battigia. Non fu più la stessa cosa nei giorni seguenti: invitavo i ragazzi a venire con me, perché facendo chiasso e schizzando l’acqua diventava turbolenta, un buon sistema per allontanare il pericolo».
I rischi erano dovuti solo ai serpenti?
«Andavo spesso da padre Antonino, responsabile del lebbrosario di Aitape. Mi diede un solo “comandamento”: lavare sempre le mani e non camminare mai scalzo. La seconda condizione non era facile, perché la voglia di camminare senza sandali, come tutti i nativi, era troppo forte. Un altro consiglio era attraversare l’erba alta battendo i piedi, per fare rumore e far scappare eventuali serpenti: mi sembrava di marciare come un militare».
Un episodio, in particolare, segnò profondamente quel periodo. Una sera padre Antonino lo invitò al cinema delle suore, per vedere un film western. «Salii dietro, sul furgoncino coperto da un telone, senza sapere con chi. Dopo qualche momento mi resi conto che erano ragazzi del lebbrosario, alcuni con arti mancanti o fasciati. Ebbi paura e urlai di non toccarmi. Al ritorno mi sistemai in cabina prima della fine del film. Padre Antonino, divertito, mi tranquillizzò: “Non è una forma contagiosa”». Un ricordo che, ancora oggi, Fazio definisce una lezione di umanità più che di paura: «C’erano bambini che non avevano le scarpe, ma c’erano pure bambini che non avevano i piedi».
Pesca, baratto e la vita quotidiana con gli autoctoni
Com’era la vita con gli autoctoni?
«I giorni erano lenti. Spesso la sera andavamo a pescare con la canoa scavata in un tronco d’albero, con un contrappeso laterale. La rete era piena di fori, eppure il pescato era così abbondante da dover essere cucinato subito. Dopo la pesca si mangiava tutti seduti sulla sabbia, in circolo attorno al fuoco, e gli indigeni introducevano i loro discorsi con “mi laik toc toc dìspela” (io vorrei dire questo). Un giorno, nella rete, si incagliò un piccolo squalo: avevo un coltellino, ma la pelle era durissima. Pensavo a come dovesse essere quella degli squali più grandi».
Memorabile anche l’episodio dello tsunami: «Durante il ritorno con il boat verso Seleo, il mare era una tavola, ma un’onda muta, alta almeno sette, otto metri, si stava avvicinando. Robert girò la prua verso l’onda, che ci sollevò. Finì con una risata, di quelle che esorcizzano la paura».
Fazio tentò anche di introdurre un piccolo sistema di scambio commerciale, portando scatolame dai supermercati di Aitape per rivenderlo agli abitanti dell’isola allo stesso prezzo. «Fallì velocemente, perché lì non si usavano soldi: solo baratto, scambio di pesce secco con prodotti agricoli dell’entroterra».

Citiamo anche Louis Choris, pittore franco-tedesco che partecipò a spedizioni scientifiche nel Pacifico nell’Ottocento, con acquerelli di isole, canoe e villaggi costieri.
Louis Choris, Meeting between the Expedition Party of Otto von Kotzebue (1788-1846) and King Kamehameha I (1740/52)
La gaffe con il vescovo
L’inglese era la lingua di comunicazione. Hai avuto qualche difficoltà?
«Il vescovo di Aitape mi chiese di trascorrere un fine settimana da me. Ero onorato. Al molo, aspettando la barca, gli dissi in inglese: “Bishop, if you are waiting your shit, don’t be worry, because I’ve a lot of shit at home”. Il vescovo si tratteneva dal ridere. Io, non contento, ripetei ancora la frase. La notizia della mia gaffe volò per tutta la diocesi. Un ex pilota della RAF mi spiegò poi, con pazienza, la differenza di pronuncia tra shit e sheet: io avevo detto al vescovo di non preoccuparsi di portare la sua “cacca”, perché a casa ne avevo già tanta, invece di parlare delle sue lenzuola».
Malaria, penicillina e i primi soccorsi improvvisati
Durante quel soggiorno hai avuto problemi di salute?
«Dopo circa sei, sette mesi smisi di prendere le pastiglie antimalariche, e febbre e brividi non tardarono. A Seleo ebbi un forte mal di testa con febbre alta, mentre fuori c’erano sempre quaranta gradi. Una notte una mamma bussò con un neonato che urlava, scottando di febbre, chiedendomi “merisin bilong pikinini” (medicina per il bambino). Frantumai mezza clorochina in polvere e gliela feci bere. Un’altra volta un uomo si presentò con una coscia insanguinata per un’infezione, rifiutandosi di andare in ospedale. Gli spruzzai un po’ di penicillina in polvere: il giorno dopo la ferita era quasi guarita. Non fu un miracolo, semplicemente non aveva mai usato quella medicina».
Il ritorno in Italia
Dopo un nuovo attacco di febbre malarica, padre Leone decise che era tempo di rientrare. «A malincuore accettai. Finiva così la mia avventura a Seleo. Gli abitanti mi fecero festa e vennero tutti a salutarmi quando lasciai l’isola. Ero commosso». Il viaggio di ritorno, tra Wewak, Port Moresby e uno scalo a Teheran, fu segnato da altri piccoli equivoci linguistici e da un incontro mancato con una ragazza dai capelli rossi conosciuta in un terminal di fortuna. «Arrivai a Roma e fui felice di riabbracciare mio fratello Riccardo e mia mamma. Stava per iniziare un’altra meravigliosa avventura: la conoscenza di una ragazza affascinante, Mary, che poi sarebbe diventata mia moglie».

Cinquant’anni dopo, la storia di Giuseppe Carmelo Fazio resta un racconto di frontiera fuori dal tempo: un ventenne siciliano che attraversa ventimila chilometri per approdare su un’isola senza elettricità né denaro, tra pipistrelli giganti, serpenti, malaria e un’umanità che si costruisce nel gesto quotidiano, non nel confronto tra mondi diversi. Un pezzo di storia personale che oggi, alla luce del viaggio di papa Francesco in quelle stesse terre, acquista un valore ancora più raro: quello della memoria diretta, non filtrata, di un’Italia che sapeva partire senza sapere cosa avrebbe trovato.
