L’ultimo proiezionista di Jenin al Biografilm Festival di Bologna: un documentario sull’identità, sulla memoria culturale e su chi non rientra nei parametri delle ONG occidentali.
Il Biografilm Festival 2026 si è chiuso con una giornata in più, una di quelle appendici che raramente sono superflue. Il 15 giugno, nel segno della Giornata Mondiale del Rifugiato (che ricade il 20 giugno), la sala del Pop Up Cinema Arlecchino ha ospitato l’anteprima italiana di Habibi Hussein, opera prima del regista Alex Bakri, presente in sala per il dibattito. Non era solo la chiusura di un festival: era una scelta precisa sul tipo di sguardo con cui guardare alla Palestina e a chi la abita.

Un proiezionista, un cinema, vent’anni di silenzio
Hussein Darby conosce ogni ingranaggio del vecchio proiettore del Cinema Jenin. Lo ha acceso e spento per anni, prima che la sala chiudesse. Quando una ONG tedesca arriva per restaurare il cinema, Hussein è ancora lì, convinto che il suo posto sia quello. Habibi Hussein lo segue in questo tentativo: un uomo con una cassetta degli attrezzi, qualche decennio di esperienza e la certezza, non sempre condivisa dagli altri, che quella competenza valga ancora qualcosa.
Il film non racconta una fuga, non documenta un viaggio verso un altrove. Racconta il tentativo ostinato di restare. È una distinzione che Michele Cattani, coordinatore della comunicazione per la cooperativa Arca di Noè e voce introduttiva della serata, ha messo al centro della presentazione: «Siamo abituati a vedere film che si focalizzano sulle partenze, sulle traversate, sugli arrivi. Qui si parla di una persona che cerca di restare. Questo è un punto di vista estremamente interessante e non scontato.»
L’iniziativa si inserisce in Roadmap to Inclusion, rassegna estiva di Arca di Noè realizzata in collaborazione con il progetto SAI del Comune di Bologna, coordinato da ASP Città di Bologna, e con il Biografilm Festival, giunto al quinto anno di partnership consecutiva. Una collaborazione che non è soltanto logistica: nasce da una visione condivisa sull’uso del cinema come strumento per leggere la contemporaneità senza filtri rassicuranti.

La genesi: un incontro che ha cambiato il film
Alex Bakri era arrivato a Jenin con un compito diverso: co-regista per conto della stessa ONG tedesca, doveva documentare le attività attorno alla riapertura del cinema. Poi è entrato Hussein.
«Ha riacceso la macchina con i carboni e ha proiettato la luce. Per me è stato un momento così magico e inaspettato che in quel preciso istante ho capito che il film avrebbe dovuto ruotare interamente intorno a lui.»
Da quel momento Bakri ha cambiato rotta. Il documentario che ne è uscito segue i canoni del cinema diretto: niente interviste strutturate, niente interazioni costruite davanti alla telecamera. La realtà si manifesta per come è, con la sua grana e la sua imprevedibilità. Hussein si muove tra territori frammentati, cerca pezzi di ricambio, difende una competenza che altri non riconoscono. Il film lo insegue senza commentarlo.

La cancellazione e la critica alle ONG
Il momento più acceso della serata è arrivato durante il dibattito, quando una spettatrice ha chiesto se l’esclusione di Hussein dalla gestione del cinema fosse reale o una scelta drammaturgica. Bakri ha confermato: tutto vero. Il montaggio finale del progetto ufficiale della ONG aveva tagliato Hussein, come se non fosse mai stato lì.
Da quella cancellazione nasce il film indipendente: Bakri ha chiesto l’intero girato per costruire una propria versione, restituendo al protagonista la centralità che gli era stata sottratta. «Per me Hussein custodisce la memoria profonda di quel luogo, ne è radicato. Il progetto è diventato col tempo anche una critica alla cultura delle ONG e alle strutture neocoloniali. Spesso queste realtà non vedono le singole persone, sono focalizzate esclusivamente sul far funzionare i progetti secondo i propri standard».
Hussein non corrispondeva al profilo dell’esperto secondo i criteri con cui un’organizzazione occidentale immagina chi debba gestire un cinema professionale. Centinaia di volontari lavoravano in parallelo, molti senza conoscersi, concentrati sulle strutture materiali più che sulle persone. Bakri ha citato la reazione di alcuni di loro durante una proiezione a Berlino: «Noi eravamo lì eppure non abbiamo visto quello che stava accadendo davanti ai nostri occhi.»

Cosa rimane
Habibi Hussein appartiene a una categoria rara di documentari: quelli che spostano il punto di vista in modo permanente. Non si tratta di un film sulla Palestina nel senso in cui la parola viene usata di solito nel dibattito pubblico, con tutto il peso retorico che si porta dietro. È un film su un uomo, su un cinema, su cosa significa sapere fare qualcosa e non essere creduto. Il contesto politico è presente, ma agisce in sottofondo, come una pressione costante che non ha bisogno di essere dichiarata per essere percepita.
Scegliere questo film per chiudere il Biografilm è stato un gesto editoriale coerente: non una provocazione, ma un posizionamento. Il cinema può custodire memorie che altrimenti scompaiono, può restituire visibilità a chi è stato tagliato fuori dal quadro. Hussein lo sapeva da prima di tutti.

Il Cinema Jenin, una storia lunga quarant’anni
Nel cuore della città di Jenin, in Cisgiordania, sorge uno dei luoghi più simbolici della cultura palestinese contemporanea. Il Cinema Jenin nasce come sala tradizionale con 250 posti al piano terra e altri 200 in galleria, ma chiude i battenti nel 1987, lasciando per più di vent’anni un vuoto che va ben oltre l’intrattenimento.
Il progetto di riapertura prende forma grazie a un’iniziativa internazionale a carattere benefico, con il sostegno determinante del governo tedesco attraverso l’Auswärtiges Amt e la collaborazione del Goethe-Institut, che finanzierà anche la biblioteca interna. Il nuovo edificio che nasce da questo sforzo collettivo non è semplicemente una sala cinematografica rinnovata: prevede oltre 300 posti a sedere, un caffè all’aperto, una galleria d’arte, un parco giochi per bambini e spazi dedicati a corsi di lingua tedesca e laboratori di cinema.
Il cinema riapre nell’agosto del 2010, con la proiezione di The Heart of Jenin, documentario sulla storia di Ismael Khatib, bambino palestinese la cui morte portò la famiglia alla decisione di donarne gli organi a bambini israeliani. Una scelta inaugurale tutt’altro che casuale.
La riapertura non è però priva di tensioni. Parte della comunità locale boicotta la struttura, accusando il cinema di ospitare comportamenti ritenuti incompatibili con i valori locali. All’inizio del 2011, in seguito a minacce di morte diffuse nelle moschee della città, molti volontari stranieri vengono evacuati su richiesta dei rispettivi governi. La storia del Cinema Jenin, insomma, non è mai stata lineare: è uno spazio conteso, dentro e fuori.
È in questo contesto che Hussein Darby, ultimo proiezionista della vecchia sala, incarna una continuità che nessun progetto internazionale ha saputo riconoscere davvero. Il documentario Cinema Jenin (2011, Marcus Vetter e Leon Geller) ne aveva già raccontato la vicenda. Habibi Hussein (2025, Alex Bakri) la riprende da dove quel film si era fermato, e va più a fondo.
