La Repubblica delle Idee 2026 ha celebrato i 50 anni del quotidiano a Bologna: tre giorni tra politica, cultura e racconto del tempo presente.
Settanta incontri distribuiti tra il Teatro Arena del Sole, Piazza Maggiore, il Cinema Modernissimo e la Libreria Coop Ambasciatori. Dal 12 al 14 giugno Bologna ha ospitato la Repubblica delle Idee per la decima volta, in un’edizione che porta il peso di un doppio anniversario: i cinquant’anni del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari il 14 gennaio 1976, e gli ottant’anni della Repubblica italiana. Il titolo scelto, Una storia di futuro, il futuro della storia, non è un omaggio generico al passato: è una domanda rivolta al presente.

La città che non delude
La prima edizione della Repubblica delle Idee si tenne a Bologna nel 2012. Poi il festival girò l’Italia: Torino, Bari, Firenze, Venezia, Napoli, Siena, Palermo, Udine, Genova, Roma. Dal 2017 il ritorno a Bologna, e da allora non si è più mosso. Questa del 2026 è la decima edizione bolognese, un dato che racconta qualcosa di preciso. Come ha ricordato Ezio Mauro, la scelta non è casuale né sentimentale: Bologna risponde con qualcosa che le altre piazze faticano a replicare. Una qualità delle strutture urbane, una mobilità agevole, e soprattutto un pubblico che non si limita ad assistere ma partecipa. Colto, attento, esigente. Quella combinazione di apertura intellettuale e radicamento civico che questa città custodisce con una certa ostinazione.

Cinquant’anni e uno specchio
Il festival 2026 porta con sé un doppio peso simbolico. Repubblica compie cinquant’anni in un paese che ne compie ottanta come repubblica, e il docufilm Repubblica50, presentato dal direttore Mario Orfeo con Gino Castaldo e Michela Ponzani, ha provato a raccontare questo filo lungo mezzo secolo. Ezio Mauro, all’Arena del Sole, ha scelto di partire dal buio del dicembre 1945, risalendo fino allo storico referendum del 2 giugno 1946 che sancì la scelta repubblicana e, per la prima volta, vide votare le donne italiane. Corrado Augias ha affiancato Mauro in questo ripercorrere la storia editoriale del giornale insieme alla vicedirettrice Stefania Aloia, in un racconto che suona come una lectio magistralis sulla fragilità delle democrazie, più attuale di quanto si vorrebbe.
Il padre, l’autorità, la scuola
Massimo Recalcati ha portato in scena il suo territorio familiare, quello della psicanalisi applicata al presente. Il tema era la crisi dell’autorità simbolica, quella che lui definisce “evaporazione del padre”: una figura che non regge più il peso della trasmissione culturale, né in famiglia né nella scuola. La proposta che ne deriva non è un ritorno all’autoritarismo, ma un’idea di paternità basata sulla testimonianza e sulla capacità di amare la “stortura” dei figli, rinunciando all’impulso di raddrizzarli. Sulla scuola ha riflettuto anche Viola Ardone, che ha ricondotto il dibattito al concetto gramsciano di egemonia culturale, contrapponendo la sua lettura a quella della destra, ridotta a mera occupazione di poltrone. Sul rapporto tra generazioni si è soffermato anche Michele Serra, in un dialogo diretto con i giovani che ha provato a misurare la distanza, o forse la vicinanza, tra chi guarda al futuro con strumenti diversi.

La politica, i leader, il campo largo
Come sempre, la Repubblica delle Idee è anche una finestra sullo stato della sinistra italiana, e quest’anno il cast politico è stato particolarmente folto. Matteo Renzi, intervistato da Serenella Mattera, ha spinto sull’unità del centrosinistra in vista della prossima elezione del Presidente della Repubblica, indicando nelle primarie del 2027 l’unica via per evitare il caos. Romano Prodi, in dialogo con Francesco Bei, ha offerto una lettura più paziente dello scenario attuale, da osservatore che ha visto più di una stagione politica nascere e tramontare. Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno portato le rispettive visioni sul campo largo, in un confronto che resta più teorico che praticato nei fatti. Tono diverso, ma ugualmente lucido, quello di Achille Occhetto: in dialogo con Francesco Merlo, ha rivendicato la svolta della Bolognina come atto necessario per non morire di comunismo, e ha indicato nel populismo berlusconiano l’origine di molte storture attuali. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di AVS hanno invece portato la proposta concreta di una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze oltre i cinque milioni di euro, da destinare alla sanità pubblica e ai servizi.
Il confronto tra i sindaci Matteo Lepore (Bologna), Roberto Gualtieri (Roma) e Silvia Salis (Genova) ha mostrato un’altra faccia del centrosinistra: quella amministrativa, fatta di cantieri, tram, servizi concreti. Tre figure che sembrano avere più chiarezza operativa di quanto il dibattito nazionale lasci intravedere.
Geopolitica e cronaca nera
Non sono mancati gli affondi su temi più scomodi. Massimo Giannini e Lucio Caracciolo hanno discusso del disordine globale, mettendo in fila le crisi che si sovrappongono senza che nessuna trovi davvero una soluzione, dalle guerre in corso alle tensioni commerciali tra le grandi potenze. Roberto Saviano ha invece dedicato il suo intervento al caso Garlasco, scegliendo di entrare in un terreno di cronaca nera che il festival affronta di rado, ma che ha tenuto il pubblico in ascolto attento per tutta la durata dell’incontro. Don Luigi Ciotti ha portato la sua testimonianza su impegno civile e legalità, un contrappunto necessario in una rassegna che alterna riflessione teorica e urgenze concrete.

Cinema, teatro, narrazione
Marco Bellocchio ha parlato di sessant’anni di carriera con la naturalezza di chi ha smesso da tempo di dover spiegare qualcosa. Dai dirompenti I pugni in tasca al dolente Marx può aspettare, e poi l’annuncio: sta lavorando a un film su Sergio Marchionne. Una scelta che suona come un’altra provocazione, nel senso più nobile del termine.
Lino Guanciale ha dato voce al monologo Stanotte guardiamo le stelle, tratto dalla fuga dall’Afghanistan di Alí Ehsani, producendo uno di quei momenti in cui il teatro recupera la sua funzione più antica: tenere viva la memoria di chi non ha voce. Concita De Gregorio, con Erica Mou, ha intrecciato storie ospedaliere e relazioni umane in La cura, spettacolo che ragiona sul valore dell’ascolto in un’epoca che ha perso il ritmo della conversazione.
Stefano Massini, con L’alfabeto di Trump, ha invece scelto la via della scrittura scenica per decifrare la figura del presidente americano lettera per lettera, un esercizio che è insieme analisi politica e affabulazione teatrale.
Musica, comicità e identità
Ditonellapiaga, al secolo Margherita Carducci, ha raccontato il percorso da Sanremo al nuovo album Miss Italia con la precisione di chi sa dove sta andando. La sua musica, ha spiegato, è fatta di contrasti: pop e elettronica, leggerezza e spessore, un live che diventa quasi una narrazione teatrale sull’identità.
Malika Ayane ha portato sul palco la sua voce elegante e il suo percorso artistico costruito per sottrazione più che per accumulo, mentre il pianista e compositore Giovanni Allevi ha offerto un momento di riflessione sulla musica come linguaggio universale, capace di attraversare anche le fragilità più personali.
Sul fronte della comicità, Luca Ravenna ha analizzato l’evoluzione della stand-up in un’epoca in cui i social rendono la risata immediata e usa-e-getta, rendendo sempre più difficile parodiare una politica che, secondo lui, appare già allucinante di per sé. Ubaldo Pantani ha invece portato in scena le sue imitazioni più riconoscibili, confermando come il genere resti uno degli strumenti più efficaci per leggere, con il sorriso, i tic della politica e dello spettacolo italiani.
Dieci edizioni bolognesi non sono un’abitudine, sono una scelta confermata ogni anno dal basso: dal pubblico che torna, dagli ospiti che accettano, dalla città che si presta senza bisogno di convincere. La Repubblica delle Idee 2026 ha festeggiato cinquant’anni di un giornale e ottanta di una repubblica con la stessa formula che funziona dall’inizio: mettere le idee in piazza e vedere cosa succede. Bologna, per ora, continua a essere il posto giusto dove farlo.
