Al Biografilm di Bologna il documentario di Fabio Lucchini svela come la rivoluzione televisiva degli anni ’80 abbia anticipato algoritmi, profilazione e politica digitale.
Un documentario di 73 minuti che comincia con il “Drive In” e finisce con l’intelligenza artificiale. Dans l’ombre de Berlusconi di Fabio Lucchini, presentato in anteprima internazionale al Biografilm Festival di Bologna, non è né una requisitoria né una celebrazione: è un tentativo di capire come certi ingranaggi, messi in moto nell’Italia degli anni Ottanta, continuino a girare ancora oggi, con altra velocità e altra potenza. Al Cinema Arlecchino, dopo la proiezione, il regista ha dialogato col pubblico e ha detto cose che vale la pena fermare sulla pagina.

Un anno e mezzo per convincere Dell’Utri
La prima sfida, racconta Lucchini, era pratica: ottenere la fiducia di chi aveva costruito quell’impero e non aveva nessun motivo evidente per raccontarlo. La svolta è arrivata grazie a Carlo Momigliano, raggiunto attraverso LinkedIn, che ha aperto porte altrimenti chiuse. Con Marcello Dell’Utri ci è voluto ben più tempo: «Un anno e mezzo perché mi concedesse un po’ di tempo», ha detto il regista al pubblico in sala.
La chiave, però, non era procedurale ma narrativa. Lucchini ha scelto di avvicinarsi agli intervistati non come un giudice ma come qualcuno interessato alla loro gioventù, a quel periodo in cui tutto sembrava ancora aperto. «Non si parla nel film di inchieste di mafia, di tutti gli aspetti che avrebbero spinto Dell’Utri a chiudere una porta. Sono andato a parlare con tutti di un periodo pacifico, il periodo della loro giovinezza». Una mossa che ha funzionato, perché ha trasformato il set in qualcosa di inaspettato.
La seduta terapeutica collettiva
Il moderatore della serata, Massimo Benvegnù, ha usato l’espressione “seduta terapeutica”, e il termine non sembrava esagerato. Con Silvio Berlusconi morto, e quindi con il “Padre” assente, i testimoni del documentario hanno parlato con una libertà che forse non avrebbero avuto altrimenti. Giorgio Gori che si chiede, a quarant’anni di distanza, cosa significasse davvero quello “scendere in campo”, quella videocassetta. E poi Carlo Momigliano, intervistato proprio nei giorni del lutto per la scomparsa del Cavaliere, che arrivava a una confessione quasi comica nella sua imprevedibilità: «Avremmo dovuto, probabilmente, fare un partito di sinistra». La sala ha riso, ma era il tipo di riso che lascia un retrogusto amaro.
Il merito del documentario, in questa parte, è di non forzare le mani. Lucchini lascia parlare, lascia che il tempo faccia il suo lavoro critico, e ottiene confessioni che nessuna pressione frontale avrebbe prodotto.

La frase di Freccero e il peso del presente
Il momento più denso arriva nel finale del film, con Carlo Freccero. Uno spettatore in sala l’ha definita, giustamente, «pesante come un macigno»: tutta l’epopea berlusconiana, la rivoluzione della comunicazione, la televisione commerciale, la politica, non sarebbero state che la preparazione di quello che sta succedendo adesso. Perché nel sistema digitale che avanza verso l’intelligenza artificiale, più sei protagonista e più sei controllato.
Sollecitato a interpretare questa profezia, Lucchini ha offerto una lettura precisa. «Quello che gli uomini di Berlusconi hanno anticipato è la massificazione del marketing pubblicitario. Non è una cosa banale: è una visione dell’umanità. Un’umanità segmentata, profilata, in cui si estrae informazione per vendere prodotti». Gli anni Ottanta non contenevano già i social network, ma contenevano l’ideologia che li avrebbe resi possibili e necessari: dare alla gente ciò che la gente vuole, misurare il pubblico, ottimizzare il messaggio.
Quello che è cambiato è solo la precisione degli strumenti. L’algoritmo fa oggi quello che il marketing televisivo faceva allora, ma con una granularità che i pionieri di Fininvest non avrebbero potuto nemmeno immaginare.
Un documentario che guarda avanti guardando indietro
Dans l’ombre de Berlusconi non è un film nostalgico né un atto d’accusa. È qualcosa di più sottile: un tentativo di genealogia culturale, di rintracciare in un passato relativamente recente le radici di un presente che spesso ci appare incomprensibile. La televisione commerciale degli anni Ottanta non ha solo intrattenuto: ha allenato un pubblico a certi ritmi, a certi format emotivi, a un certo rapporto con l’immagine del potere. Quella formazione non è svanita con l’avvento di Internet: si è trasferita, si è adattata, ha trovato nuovi contenitori.

Alla fine della proiezione, nel dibattito con il pubblico, qualcuno ha fatto la domanda giusta: cosa ci dice questa storia del presente? Lucchini ha risposto senza enfasi, con quella chiarezza che il cinema documentario riesce a dare quando funziona davvero. L’ideologia del “dare alla gente ciò che la gente vuole” non appartiene solo agli anni di Berlusconi: è diventata l’architettura invisibile di tutto lo spazio mediatico contemporaneo. Riconoscerla non è nostalgia. È il primo passo per vederla.
