Alcuni termini sono entrati nel linguaggio comune con un significato opposto alle loro radici greche. Un’analisi che rivela quanto la lingua possa diventare complice della mistificazione.
Nel lessico quotidiano si consumano operazioni silenziose di falsificazione: parole antiche vengono svuotate del loro senso originario e riempite di significati nuovi, talvolta opposti. È quanto analizza Giorgio Càsole in questo contributo, che prende in esame due termini apparentemente distanti tra loro, accomunati da un medesimo meccanismo: lo slittamento semantico. Un fenomeno che non è semplice evoluzione linguistica, ma spia di una trasformazione antropologica più profonda. Quando la lingua abdica alla precisione, smette di essere strumento di conoscenza e diventa schermo di ambiguità.

La corruzione di «pedofilo»: l’amore trasformato in crimine
Il termine Pedofilo è utilizzato universalmente nella cronaca giudiziaria, nel lessico clinico e nel dibattito pubblico (si pensi al recente e clamoroso scandalo del caso Epstein) in senso altamente spregiativo, per indicare chi compie abusi o sfruttamento sessuale ai danni di minori. Dal punto di vista della precisione clinica e giuridica, il termine corretto dovrebbe essere Pederasta (nel suo senso degenerato) o, più propriamente, Abusatore/Sfruttatore di minori. Restituire alla philia il suo significato originario di affetto elettivo e disinteressato è un atto di igiene verbale necessario per non contaminare le radici della nostra cultura.
Siamo di fronte al caso più stridente di “smarginatura per inversione”. All’origine, la parola è composta da pais (fanciullo) e philia (amore/amicizia). La philia è l’amore nobile, quello che nei Vangeli si avvicina all’attitudine di accoglienza e protezione verso i più piccoli («Lasciate che i fanciulli vengano a me»). Oggi, l’uso moderno ha totalmente rimosso la purezza di quella radice greca, trasformandola nel sinonimo del crimine più abietto.
Questo slittamento si intreccia con una profonda smarginatura storica e antropologica riguardo alla percezione dell’età e della maturità. Se oggi il termine evoca immediatamente la violenza e lo sfruttamento, la storia ci ricorda che il confine anagrafico della “fanciullezza” è mutato nei secoli. Nel mondo islamico, il matrimonio con fanciulle giovanissime (anche sotto i 14 anni) è tuttora una realtà codificata. Ma senza andare troppo lontano nel tempo o nello spazio, la stessa storia d’Occidente e le nostre tradizioni meridionali ricordano che, fino a pochi decenni fa, i matrimoni tra uomini adulti e ragazze giovanissime (spesso appena adolescenti) erano socialmente accettati e diffusi. La stessa figura storica e religiosa di Maria, madre di Gesù, secondo le fonti del tempo, non era che una ragazzina nel momento del suo sì.
Il paradosso del termine odierno è dunque duplice: da un lato utilizza la parola “amore” (philia) per definire un abuso distruttivo; dall’altro applica una categoria morale e giuridica contemporanea a contesti storici o culturali in cui il concetto stesso di minore età rispondeva a leggi biologiche e sociali del tutto differenti.

La trappola di «omofobia»: medicalizzare l’odio per deresponsabilizzarlo
Il termine Omofobia nei dibattiti sociopolitici, sugli organi di stampa e nei testi legislativi, viene correntemente utilizzato per catalogare e punire atti di discriminazione, violenza verbale o fisica, e atteggiamenti di rifiuto nei confronti delle persone omosessuali. In italiano, la precisione terminologica imporrebbe l’uso di parole come Pregiudizio, Avversione, Ostilità, Discriminazione o, nei casi più gravi, Odio ideologico. Restituire al lessico la sua gravità etica significa costringere l’individuo a rispondere delle proprie azioni davanti alla società e alla propria coscienza, senza lo schermo protettivo di un lessico mutuato dalla psichiatria.
Il paradosso di questo lemma risiede nell’uso improprio delle sue radici: omo (stesso) e fobia (dal greco phóbos, paura, panico). In medicina, la fobia è una patologia invalidante e non intenzionale: chi soffre di claustrofobia (paura dei luoghi chiusi) o agorafobia (paura degli spazi aperti) è una vittima del proprio inconscio e merita comprensione e cura, non condanna. Preso alla lettera, il termine significherebbe l’assurdità di una “paura dello stesso genere”, un autentico non-senso linguistico.
Utilizzare “omofobia” per indicare l’intolleranza culturale compie un’operazione di «medicalizzazione» dell’odio. Questa smarginatura linguistica crea, inconsciamente, un alibi psicologico intollerabile: trasforma un atto di deliberata avversione ideologica o di rozzo pregiudizio in una sorta di “disturbo” o di “paura irrazionale”, sottraendo l’autore alla sua piena responsabilità etica, civile e penale.
La lingua, quando abdica alla precisione, diventa complice della mistificazione: chi discrimina non ha “paura”, compie una scelta di ostilità sociale che va chiamata con il suo nome.
