Il mito del re dorato dei Muisca nascondeva un tesoro ben più grande dell’oro: i semi che avrebbero sfamato l’Europa e cambiato per sempre la cucina italiana.
Gonzalo Jiménez de Quesada salì fino al cratere di Guatavita convinto di trovarvi un regno d’oro. Quello che vide, invece, era un popolo che celebrava il proprio re su un lago color smeraldo, attorniato da campi di mais e patate. I conquistadores cercarono El Dorado per secoli, senza accorgersi che il vero tesoro stava crescendo proprio intorno a loro, nelle piantagioni degli altipiani andini. Un paradosso storico che ci riguarda molto più da vicino di quanto sembri: ogni volta che versiamo il sugo di pomodoro sulla pasta o cuciniamo la polenta, stiamo ancora raccogliendo quell’eredità.
El Dorado: il mito che ha cambiato il pianeta
Questo articolo non parla di El Dorado. Parla di uomini che attraversarono uno dei più grandi tesori della storia senza riconoscerlo. Cercavano oro, trovarono mais, patate e altre ricchezze destinate a trasformare l’economia, la cucina e la demografia del pianeta.
Quando il conquistador Gonzalo Jiménez de Quesada giunse sul ciglio del cratere di Guatavita, non poteva credere ai suoi occhi. Erano servite ore di ripida ascesa, con la mezza armatura d’acciaio diventata una fornace di sudore, mentre i grovigli della giungla gli insudiciavano l’elmo con la tipica tesa a barca e la cresta che tagliava l’aria.
Ora, gli occhi del capitano trentenne erano spalancati e la bocca, ancora ansimante per la rarefazione dell’aria a tremila metri, era aperta per lo stupore. Sotto i suoi piedi si offriva una scena mozzafiato, sospesa tra miraggio e realtà: sulle rive di una piccola laguna circolare, color smeraldo, andava in scena un’immensa festa all’aperto.
Alcuni indigeni stavano spingendo in acqua una zattera di giunchi. Al centro dell’imbarcazione un uomo, coronato da piume dai colori sgargianti, brillava come un secondo sole, interamente ricoperto di finissima polvere d’oro. Il sovrano apriva le braccia, rivolgendo lo sguardo verso est, attendendo che il sole sorgesse.
L’aria tutt’intorno era densa del profumo dolce del mais tostato, del fumo aromatico di legni sacri e dagli inni di un intero popolo, i Muisca, riunito attorno al proprio re e a tavolate ricolme di cibo.
Fu proprio sulla superficie tremante di quella laguna che nacque una delle ossessioni più potenti della storia europea: El Dorado.
Il nettare degli Dei
La scena dell’apertura è ricostruita con un pizzico di licenza narrativa, come si conviene a un mito, ma il nucleo storico è solido.
Secondo i resoconti di Sebastián de Belalcázar, primo capitano di Pizarro, il principe dei Muisca scelto per diventare re, dopo aver trascorso diversi giorni di isolamento in astinenza, veniva preparato per un rito di iniziazione: il suo corpo veniva spalmato di resina e poi ricoperto di polvere d’oro finissima.
All’alba il nuovo sovrano raggiungeva il centro del lago su una zattera, dove, lasciato cadere il mantello, lasciava che la sua pelle dorata risplendesse nelle prime luci del giorno, come se fosse un riflesso del sole stesso.
Infine, diventato ormai una divinità vivente, si risciacquava nel lago lasciando sulla superficie dell’acqua una patina d’oro luccicante. In quell’istante il popolo, dalle rive della laguna, iniziava a gettare ciondoli, monili preziosi e smeraldi sul fondo del lago.
Gonzalo, accecato dalla febbre dell’oro, non capì che il vero tesoro non scintillava di fronte a lui nella laguna, ma cresceva tutto attorno a sé nei campi dei Muisca.
Il protagonista assoluto di questa ricchezza era il mais, venerato in ogni sua forma. Veniva consumato tostato, ridotto in farina per arepas dorate, cucinate su pietre roventi, o bollito nei cartocci di foglie per creare i primi antenati dei tamales.
Ma il mais non era un semplice alimento. Era una materia divina, dalla quale si ricavava una bevanda considerata sacra: la chicha.
Per trasformare il mais in chicha serviva un sapere antico e gelosamente custodito. Le donne ne masticavano i chicchi, attivando con la saliva gli enzimi necessari alla fermentazione. Dopo la bollitura e il riposo nei vasi di terracotta, il risultato era un nettare ambrato, leggermente opaco.
Erano i sacerdoti i soli a conoscere i tempi esatti di riposo nei vasi di terracotta per ottenere la bevanda sacra e, in tal senso, operavano come i monaci cantinieri delle nostre abbazie medievali.
Proprio come accade per i mosti dei nostri vitigni, la gradazione alcolica e le sfumature aromatiche della chicha non erano mai uguali a sé stesse: dipendevano dall’annata, dall’esposizione al sole dei terrazzamenti e dalle varietà di mais utilizzate. Era, a tutti gli effetti, l’espressione di un pionieristico terroir d’alta quota, dove il clima delle Ande definiva la qualità di ogni sorso.
Questa antica bevanda occupava il centro di ogni celebrazione sacra e suggellava il legame con il popolo e gli dèi. La chicha non serviva a ubriacarsi, ma a raggiungere l’estasi spirituale e a sancire patti politici.
Condividere lo stesso calice di terracotta livellava le gerarchie: il re dorato e l’ultimo dei coltivatori bevevano lo stesso liquido, legandosi alla terra e al sole che avevano nutrito la pianta. Mentre il re si purificava nelle acque della laguna, sulle sponde il popolo brindava alla fertilità dei campi offrendo oggetti preziosi.

I tesori del paradiso
Accanto al mais, la terra offriva un secondo tesoro nascosto e prezioso: la patata.
Lungi dall’essere il tubero uniforme che conosciamo oggi, gli altopiani di Bogotà ospitavano centinaia di varietà native, dai cuori viola, gialli o screziati di rosso, ognuna con consistenze e sfumature di sapore uniche, coltivate grazie a un sofisticato sistema di terrazzamenti.
Le proteine nobili non mancavano, sebbene lontane dai grandi mammiferi europei: la carne prelibata del cervo dalla coda bianca e quella delicata del curí (il porcellino d’India), arrostite sui falò cerimoniali, venivano insaporite con erbe aromatiche selvatiche come la guascas.
Tutti i piatti venivano arricchiti da zucche, fagioli rampicanti e dal tocco sferzante dell’ají, il peperoncino locale che infondeva calore e stimolava il palato. Era una cucina rituale dove ogni boccone era pensato per onorare i cicli della natura.
Eppure, in questo giardino dell’eden, Gonzalo e i suoi uomini stavano letteralmente morendo di fame, rifiutando i cibi locali solo perché diversi dalla triade europea a loro familiare: grano, vite e ulivo.
Ma la fame presto presentò il conto.
Immaginate uno di quei soldati, magari un povero contadino di Siviglia, partito con il sogno dell’oro e ridotto a uno straccio. Febbricitante, accetta un dono da un giovane indigeno sorridente: un tubero nodoso e viola, arrostito sulla brace, lo annusa con diffidenza e alla fine, disperato, lo addenta. Una smorfia. Poi gli occhi che si schiudono, lentamente.
Non era oro quello che teneva in mano, ma qualcosa di molto più primitivo e urgente: nutrimento. Così, senza cerimonie né trattati, nacque la prima cucina fusion della storia coloniale: non per curiosità o apertura culturale, ma per pura sopravvivenza.
E proprio in quel gesto insignificante, consumato sulle Ande, la storia ribalta ogni metrica del valore economico.
Se provassimo a calcolare la ricchezza monetaria di tutto l’oro e l’argento saccheggiati e trasportati dal Nuovo Mondo all’Europa dal 1500 a oggi, ci troveremmo di fronte a una cifra sbalorditiva, eppure finita. Quei metalli preziosi, una volta immessi sui mercati europei, causarono persino una devastante inflazione, perdendo potere d’acquisto.
Cosa succede, invece, se calcoliamo il valore complessivo di tutti i raccolti di patate, mais e pomodori coltivati nel mondo negli ultimi cinque secoli? La risposta apre una prospettiva vertiginosa: questo tesoro non si esaurirà mai. Ha continuato a moltiplicarsi nei campi, nelle cucine, nei mercati di ogni angolo del globo, sfamando miliardi di persone e permettendo la rivoluzione agricola prima e quella industriale poi.

L’eredità di El Dorado
La grande ironia della storia è che gli spagnoli non trovarono mai i palazzi scintillanti di El Dorado, ma i galeoni che presero la via del ritorno verso l’Europa trasportavano quei semi e quei tuberi che hanno salvato il Vecchio Continente dalle cicliche e devastanti carestie, ridisegnando la geografia demografica, sociale e culinaria d’Europa.
Guardando alle nostre eccellenze gastronomiche, ci accorgiamo di quanto El Dorado ci rimanga dentro. Cosa sarebbero i paesaggi invernali del Nord Italia senza l’oro giallo della polenta di mais? Come racconteremmo la tradizione culinaria mediterranea senza l’esplosione di colore del pomodoro o senza il tocco piccante del peperoncino?
È impossibile anche solo immaginarlo.
Gli ingredienti provenienti dal continente americano sono diventati i pilastri della nostra identità culturale, capaci di esaltare e esportare il gusto italiano in tutto il mondo.
El Dorado non è mai scomparso. Ha solo cambiato forma: lo cuciniamo e lo serviamo nei nostri piatti ogni volta che aggiungiamo il pomodoro sulla pasta, che versiamo la salsiccia fumante sulla polenta o che stringiamo tra le dita un peperoncino rosso.
Il mito più grande dei Conquistadores non era un tesoro da saccheggiare, ma un patrimonio universale da gustare fino ai giorni nostri.

Oltre il mito: la laguna di Guatavita oggi
Se oggi decideste di mettervi sulle tracce di Gonzalo Jiménez de Quesada, non trovereste più una giungla impenetrabile, ma un’oasi di pace e natura protetta. Tre curiosità sulla culla di El Dorado ai giorni nostri.
Un anfiteatro verde a 3.000 metri. La laguna non è un cratere vulcanico come credettero i primi geologi, ma una depressione causata dal collasso di strati salini sotterranei. Si trova in Colombia a circa 60 km da Bogotà, circondata da una vegetazione d’alta quota unica, chiamata páramo.
La cicatrice della montagna. Guardando la laguna dall’alto, è visibile una profonda cicatrice a forma di “V” sul bordo del cratere. È il taglio inferto nel 1580 da Antonio de Sepúlveda, un mercante di Bogotà, che impiegò migliaia di indigeni per prosciugare il lago nella ricerca del tesoro. Riuscì ad abbassare il livello dell’acqua di 20 metri, recuperando smeraldi e una zattera d’oro, prima che le pareti fangose crollassero uccidendo diversi operai.
Il divieto di balneazione. Oggi la laguna è un parco naturale sacro e protetto dallo Stato colombiano. Per rispetto della memoria dei Muisca e per preservare l’ecosistema, è severamente vietato toccare l’acqua, fare il bagno o, inutile dirlo, immergersi alla ricerca di oro. Il tesoro più grande che si può portare a casa è la vista mozzafiato del suo specchio d’acqua color smeraldo.

