Con “Giochiamo al Varietà” l’attore siciliano riporta in scena un genere che sembrava perduto, con 105 repliche in una stagione
Ci sono artisti che vivono dell’onda lunga della televisione, e ci sono artisti che vivono del palco. Antonello Costa appartiene alla seconda categoria, quella più rara e, forse, più onesta. Nella stagione 2025/2026 è in tournée con due spettacoli in contemporanea, un risultato che pochi possono vantare nel teatro italiano contemporaneo. Non si tratta di un ritorno né di una nostalgia travestita da spettacolo: è la dimostrazione concreta che il varietà teatrale, quando è fatto con mestiere e visione, continua ad avere qualcosa da dire.

Chi è Antonello Costa
Antonello Costa è un comico, attore e regista. Esordisce nel 1985 con spettacoli classici, per poi avvicinarsi al mondo del cinema come aiuto regista, partecipando a produzioni come Fratelli coltelli e Italiani, entrambi diretti da Maurizio Ponzi.
Ma è sul palcoscenico che Costa costruisce la sua identità più autentica. Vanta una carriera trentennale nel cabaret, con partecipazioni a numerosi programmi televisivi per le principali emittenti italiane e presenze nei migliori teatri e arene del paese, tra cui il teatro Manzoni. Nel tempo ha collaborato con altri volti della comicità italiana e si è ritagliato uno spazio del tutto personale, difficile da catalogare in un unico genere: non è solo un comico, non è solo un attore, non è solo un intrattenitore. È, in senso pieno, un uomo di varietà.

Due spettacoli, una stagione, 105 repliche
I numeri, in teatro, non mentono. Nella stagione 2025/2026 Costa ha portato in scena “Un ponte per due”, commedia scritta insieme a Paolo Caiazzo, con 59 repliche tra ottobre 2025 e febbraio 2026, e “Giochiamo al Varietà”, il suo nuovo show di punta, con 46 repliche da febbraio a maggio 2026. In totale: 105 recite in un’unica stagione teatrale.
“Giochiamo al Varietà” è attualmente in tournée su tutto il territorio nazionale. Tra le ultime tappe, il Teatro Roma di Roma e il Teatro Troisi di Napoli, dove lo spettacolo è andato in scena dal 30 marzo al 3 aprile 2026. Un calendario fitto, costruito su una risposta del pubblico che non si ottiene per caso.
Raggiungere questi numeri significa avere uno spettacolo che funziona davvero davanti alla platea, non solo sulla carta. Significa avere un’organizzazione solida, una compagnia affidabile e una proposta che i teatri possono programmare con fiducia. In un mercato in cui molti nomi circolano ma pochi producono continuità, questo è un dato che vale quanto una recensione.

Il varietà moderno: un genere che non è mai davvero tramontato
Parlare di varietà oggi richiede qualche precisazione. Il termine evoca immediatamente il Novecento, l’avanspettacolo, le riviste di Macario e Totò, i grandi teatrini di provincia con le ballerine e il comico di turno. Ma il varietà come forma, come struttura drammaturgica, come patto col pubblico, è tutt’altro che esaurito.
Costa lo sa bene, e lo dimostra con uno spettacolo che non è un omaggio al passato ma una restituzione contemporanea del genere. I tempi comici sono quelli di oggi, i personaggi sono riconoscibili, la dinamica scenica è costante. Sul palco si alternano sketch, monologhi, numeri musicali, macchiette, momenti corali, interazione diretta con il pubblico. Il tutto sostenuto da una presenza scenica che difficilmente si improvvisa.
Il suo repertorio, che comprende decine di personaggi costruiti nel corso degli anni, è uno degli asset più significativi di questo lavoro. Da Sergio, l’esaurito per eccellenza, a Don Antonino, nato nel 1998 e poi ripreso da Maurizio Costanzo, Paolo Limiti e Pippo Baudo su Rai 1, fino a numeri come Chaplin-Jackson, dove Charlot incontra Michael Jackson, o Frank ‘O Cafè, un finale che intreccia Frank Sinatra, Claudio Villa e Roberto Murolo. Ogni personaggio è una piccola drammaturgia autonoma, con una logica interna, un ritmo proprio, una firma riconoscibile.

Poca televisione, molto teatro: un vantaggio, non un limite
C’è un aspetto del percorso di Costa che vale la pena osservare con attenzione, perché dice qualcosa di importante sul suo rapporto col pubblico. Negli ultimi anni non è un volto fisso dei grandi contenitori televisivi nazionali, eppure continua a lavorare con una continuità che molti ospiti televisivi stabili non riescono a garantire sul palco.
Questo non è un paradosso: è una conseguenza diretta della qualità. Il consenso che Costa costruisce non dipende dall’esposizione mediatica del momento, ma da qualcosa di più difficile da replicare: il passaparola, la fidelizzazione del pubblico, la solidità di uno spettacolo che regge sul lungo periodo. Chi va a vedere Costa una volta, tende a tornare. E questo, per un teatro, vale più di qualsiasi lancio promozionale.

Perché il teatro ha bisogno di artisti come Costa
Il panorama teatrale italiano è ricco di proposte, ma spesso si divide in compartimenti stagni: la commedia, lo stand-up, il musical, il concerto, il nome televisivo in tournée. Quello che si trova con sempre maggiore difficoltà è l’artista completo: qualcuno che sappia recitare, condurre, stare nel personaggio, cambiare registro, lavorare col ritmo musicale, dialogare con una compagnia, costruire una progressione drammaturgica coerente dall’inizio alla fine dello spettacolo.
Costa è uno di questi. E in un momento in cui il teatro cerca proposte che abbiano radici autentiche senza rinunciare alla contemporaneità, il varietà moderno che porta in scena rappresenta qualcosa di preciso: non nostalgia, ma continuità viva di una tradizione che ha ancora molto da offrire.
Centocinque repliche in una stagione non sono un numero: sono una risposta. Del pubblico, prima di tutto. Ma anche del mercato, della critica silenziosa che si esprime attraverso i biglietti venduti e i teatri che riprogrammano. Antonello Costa non è un fenomeno del momento, è un artigiano del palcoscenico con trent’anni di mestiere alle spalle e uno spettacolo in giro per l’Italia che dimostra, sera dopo sera, che il varietà non è un genere da museo. È un linguaggio ancora vivo, ancora capace di emozionare, ancora capace di riempire una sala.
E di questi tempi, non è poco.

