Al Centro Zō di Catania, “Il processo alle intenzioni” di Nicola Costa convince per regia e impegno civile. E dopo il sipario, la vera denuncia comincia.
Certi spettacoli finiscono quando cala il sipario. Altri continuano a lavorare anche dopo, nelle conversazioni a bassa voce nel foyer, nei pensieri che accompagnano il tragitto verso casa. Il processo alle intenzioni, andato in scena al Centro Zō di Catania il 4 e 5 luglio, appartiene alla seconda categoria. Non solo per la qualità della messa in scena, ma per quello che Nicola Costa ha scelto di dire al pubblico prima di congedarlo.

Una sala che vale già come scelta
Il Centro culture contemporanee Zō non è uno spazio neutro. È un luogo che nel tempo si è guadagnato una reputazione precisa: ospita ciò che altrove fatica a trovare casa. Per questo evento era pieno, con un pubblico composito e attento che aveva scelto deliberatamente di essere lì, in un teatro indipendente, a guardare uno spettacolo scomodo. Già questo dice qualcosa sul clima della serata.
Il testo nasce nel 2003, come Nicola Costa stesso ricorda nel foglio di sala: “a dispetto della sua non recentissima data di nascita, ancora oggi risuona estremamente e amaramente attuale. Al punto da far ridere, riflettere… e piangere.” Vent’anni di distanza, e non è cambiato quasi nulla. Forse è questo il dato più inquietante della serata.
Regia dinamica in un racconto surreale
La storia è quella di un uomo di cultura che, convinto di poter cambiare le cose dall’interno, abbraccia la politica. L’esito è degno di un incubo a occhi aperti: un processo surreale, una condanna senza nome, una conclusione dagli esiti inattesi. Il modello narrativo è quello del grande romanzo kafkiano, qui reinterpretato liberamente come allegoria del rapporto tra arte e potere politico.
Costa evita la trappola del didascalico con una regia dinamica e mai compiaciuta. Le scene si succedono con una logica che non cerca il realismo ma lo straniamento, e funziona. Il pubblico ride, in certi momenti, di quel riso amaro che nasce dal riconoscimento: questa storia la conosco, l’ho già vista da qualche parte.

Il cast e la forza del laboratorio
Quello che colpisce guardando il palco è la concentrazione. Tredici interpreti in scena, ciascuno con le proprie caratteristiche, nessuno che sembri fuori posto. Il lavoro del Centro Studi Teatro e Legalità, laboratorio permanente diretto da Costa, si vede nel modo in cui gli attori abitano lo spazio: ogni movimento è motivato, ogni pausa è cercata, nulla è lasciato al caso.
Il protagonista, Leonardo Nicolosi, regge l’intera architettura drammaturgica con una solidità che non si improvvisa. La sua è una presenza scenica calibrata, capace di tenere insieme i registri opposti che lo spettacolo richiede: il grottesco e il patetico, l’indignazione e la rassegnazione. Intorno a lui, gli altri dodici interpreti – Tiziana D’Agosta, Lucia Di Carlo, Giusy Giarratana, Alfio Emanuele Mazzaglia, Marina Mercorillo, Maria Elena Nociforo, Viola Parisi, Salvo Quartarone, Paola Saverino, Nicoletta Schillaci, Carla Torrisi, Sabina Zapperi – lavorano con un’immersione nei ruoli che racconta quante ore di lavoro ci siano dietro. Ragazzi che ci hanno creduto davvero, e si vede.

Dopo il sipario, la serata continua
Gli applausi finiscono, ma Costa non ha ancora chiuso. Si rivolge al pubblico e quello che dice è parte integrante dell’esperienza, forse la più attesa da chi lo conosce.
Apre con un omaggio inaspettato: dedica le repliche ad Antonio Licciardello, tecnico delle luci scomparso pochi giorni prima. Lo chiama “topo di teatro”, con affetto sincero, usando il termine che nel gergo indica chi lavora nell’ombra, lontano dai riflettori. “Quando uno di questi artisti muore, il suo nome non finisce mai sul giornale. Non si celebreranno i suoi funerali in nessuna cattedrale, non ci saranno rassegne in suo onore.” Il pubblico ascolta in silenzio, poi applaude. È uno dei momenti più autentici della serata.
Poi arriva la riflessione sul sistema. Costa parla del rapporto tra cultura e potere con la stessa chiarezza che attraversa il testo appena visto: i consigli d’amministrazione dei teatri popolati da figure politiche, i palcoscenici occupati non sempre per merito, gli artisti indipendenti che restano a casa mentre altri avanzano per tutt’altre ragioni. Lo dice senza alzare la voce. A un certo punto si ferma e tace. L’appello finale è rivolto direttamente agli spettatori: scegliere con più consapevolezza dove portare i propri soldi e la propria attenzione, cercare i teatri indipendenti, quelli che sono rimasti liberi. “Il teatro si fa in due: c’è un attore che recita e uno spettatore che ascolta. Se manca una di queste due parti, il teatro non può esistere.”

Il teatro libero fa più paura non è solo il titolo di questo articolo: è la sintesi di una serata che ha detto cose scomode con la calma di chi sa di avere ragione. Nicola Costa e i suoi ragazzi hanno portato in scena un testo vecchio di vent’anni che racconta il presente meglio di molti spettacoli costruiti apposta. Speriamo di vederli presto su un palco ancora. Ne hanno tutte le ragioni.

INCONTRO CON NICOLA COSTA
La sala del Centro Zō si svuota lentamente. Le poltrone color legno chiaro, ancora tiepide di pubblico, restano quasi tutte vuote mentre gli ultimi spettatori raggiungono l’uscita. Mi siedo accanto a Nicola Costa, a pochi passi dal palco. Parla con le mani, con la stessa intensità con cui ha appena condotto tredici attori in scena. Gli chiedo di cominciare dall’inizio.
“Un testo scritto oltre vent’anni fa che non ha perso un’ora”
Nicola, partiamo dallo spettacolo. Questo testo lo hai scritto nel 2003 e l’ultima messa in scena risale al 2015. Perché riportarlo in scena adesso?
“Perché non è invecchiato. Anzi, se possibile è diventato più urgente. Quando l’ho scritto, pensavo di raccontare qualcosa di parzialmente paradossale. Col tempo ho capito che era semplicemente realistico. E questo, francamente, mi preoccupa più di qualsiasi altra cosa.”
Il protagonista di questa storia è un uomo che entra in politica per servire la cultura. Finisce sotto processo. È una metafora o è cronaca?
“È entrambe le cose. Il teatro funziona quando riesci a far convivere i due piani senza che si escludano. Leonardo Nicolosi ha capito subito questo equilibrio. Ha lavorato su un personaggio che doveva essere credibile nel suo idealismo e al tempo stesso grottesco nel suo fallimento. Non è facile. Lui ci è riuscito.”
Gli chiedo degli altri. Dodici attori intorno a lui, ciascuno con il proprio spazio, nessuno che stonasse.
“Sono ragazzi che hanno sudato. Il laboratorio non è un corso di recitazione, è un percorso. Chi entra sa che dovrà lottare, non solo imparare. E il palco restituisce sempre quello che ci hai messo dentro. Stasera si vedeva.”
Nicola Costa: “Il mio silenzio è la mia disapprovazione”
Prima di congedare il pubblico hai parlato di politica nei teatri, di meccanismi che penalizzano gli artisti indipendenti. Hai osservato un momento di silenzio.
“Il silenzio comunica più delle parole, in certi casi. Avrei potuto dire molte cose, alcune le ho trattenute per ragioni che chi lavora in questo ambiente conosce bene. Ma il concetto è semplice: nei consigli d’amministrazione dei teatri siedono politici, non artisti. E questo si riflette su quello che va in scena. Ogni volta che un attore occupa uno spazio grazie a una spinta politica, c’è qualcun altro che meriterebbe di essere lì e invece se ne sta a casa. È un problema culturale prima ancora che professionale.”
Hai invitato il pubblico a sostenere i teatri indipendenti. Ma il pubblico sa davvero cosa c’è dietro la costruzione di un cartellone?
“Quasi mai. E non è colpa sua. Non gli viene detto. Io stasera ho chiesto alle persone di farsi quattro conti prima di firmare un abbonamento. Di chiedersi chi ha deciso quello che stanno per vedere, e perché. Non è una domanda sovversiva. È una domanda normale, che qualsiasi spettatore consapevole dovrebbe fare.”
Il teatro della memoria: “Morte di un giudice”
Prima di salutarci, parlami del prossimo appuntamento.
“Il 7 agosto saremo al Cortile Platamone, al Palazzo della Cultura di Catania, con “Morte di un giudice”, uno spettacolo dedicato a Rocco Chinnici. Un magistrato figlio di questa terra, che ha pagato con la vita il proprio impegno. È un lavoro che ha già visto il suo debutto nel mese di gennaio 2026.”
Un ultimo pensiero. Catania, il teatro indipendente, gli artisti che lavorano fuori dai circuiti ufficiali. Cosa manca ancora?
Costa sorride, guarda il palco vuoto per un momento. “Manca che qualcuno smetta di guardare dall’altra parte. Gli artisti indipendenti ci sono, lavorano, producono cose serie. Il problema non è la qualità. Il problema è che il sistema è costruito in modo da renderli invisibili. Ma il pubblico, quando li trova, li riconosce. Stasera ne è la prova.”
