Prima del concerto del 29 maggio all’Auditorium Manzoni, il musicologo Stefano Zenni ha raccontato in Salaborsa perché Rava è ancora il jazzista più vivo d’Italia
Preparare un pubblico all’ascolto non è fare una lezione. È aprire una porta, dare al suono uno spazio mentale dove atterrare prima ancora che le luci si abbassino. È quello che ha fatto Stefano Zenni in Salaborsa, nell’ambito della rassegna Jazz on Symphony del Teatro Comunale di Bologna: una guida all’ascolto pensata per accompagnare i tre concerti della stagione, il primo dei quali porta sul palco dell’Auditorium Manzoni Enrico Rava con il suo quintetto Fearless Five, venerdì 29 maggio alle 20.30.

Il jazz che impara a guardarsi allo specchio
Ci sono istituzioni che organizzano concerti. Ce ne sono poche che decidono di costruire il terreno culturale attorno a quei concerti. Il Teatro Comunale di Bologna ha scelto questa seconda strada, affiancando a ciascun appuntamento della rassegna Jazz on Symphony una conferenza introduttiva a cura del musicologo Stefano Zenni, docente di Storia del Jazz al Conservatorio di Bologna e figura di riferimento nell’organizzazione del jazz italiano da oltre un quarto di secolo.
La Salaborsa era piena. Un pubblico adulto, attento, con qualcosa di raro: la voglia di capire prima di sentire. Zenni ha saputo muoversi con agilità tra dati storici, aneddoti personali e ascolti guidati, restituendo non solo la biografia di un musicista ma il senso di un’intera epoca.

Il provincialismo superato
Il punto di partenza, nel racconto di Zenni, è spiazzante nella sua semplicità: negli anni Sessanta il jazz era una musica con una sola direzione. I musicisti americani arrivavano in Europa a frotte, ben pagati, applauditi. Quelli europei, e in particolare gli italiani, non riuscivano nemmeno a ottenere visti di lavoro stabili per suonare negli Stati Uniti.
«Il jazz europeo era una sorta di provincia dell’attività musicale negli Stati Uniti», ha detto Zenni. In questo quadro, Enrico Rava ha fatto qualcosa che nessun musicista italiano di jazz aveva mai osato prima: andarsene. Lasciare l’Italia, seguire il suo amico argentino Gato Barbieri a Buenos Aires, poi puntare su New York. Primo musicista italiano a imporsi stabilmente negli Stati Uniti, in anni in cui farlo era semplicemente considerato impossibile.
Nato a Trieste per caso, cresciuto a Torino in una famiglia benestante che considerava la musica jazz poco più di una nota di disonore familiare, Rava si è formato da autodidatta in una città viva ma ancora periferica rispetto ai centri mondiali del genere. La sua traiettoria passa attraverso tre coordinate geografiche che Zenni ha descritto come altrettante stagioni esistenziali: Torino della formazione, Buenos Aires dei primi amori e del primo disco importante, New York del riconoscimento definitivo.

Il segreto dei vent’anni sempre intorno
C’è un filo che attraversa tutta la carriera di Rava e che Zenni ha messo in luce con una certa cura: la sua ostinata, coerente abitudine di circondarsi di giovani musicisti. Non come scelta di comodo o di immagine, ma come necessità artistica.
A quarant’anni il suo gruppo era formato da ventenni. A sessanta, la stessa cosa. Oggi che ha ampiamente superato gli ottanta, il quintetto Fearless Five che porterà sul palco dell’Auditorium Manzoni è ancora composto da ragazzi che potrebbero essere suoi nipoti. «È questo che lo mantiene vivo», ha sintetizzato Zenni, e il pubblico in sala sembrava capire esattamente cosa intendesse.
Non si tratta soltanto di energia anagrafica. Si tratta di un processo di scoperta continua: Rava ha costruito la sua reputazione di massimo talent scout del jazz italiano proprio attraverso le sessioni estive di Siena Jazz, corsi informali in cui ascolta, osserva, sceglie. Le sue scelte hanno spesso cambiato le carriere di chi suonava con lui.
Il caso più clamoroso, mostrato in un filmato RAI del 1976 di qualità commovente, è quello di Massimo Urbani: altosassofonista autodidatta, sedicenne, un talento puro e devastante che Rava portò con sé davanti alle telecamere della televisione pubblica quando pochissimi in Italia avrebbero scommesso su di lui. Urbani morì giovane, consumato dalla tossicodipendenza, e rimane una delle figure più compiante del jazz europeo. Zenni lo ha ricordato senza retorica, lasciando che fosse la musica a dire il resto.
Oggi, nel quintetto attuale, è la batterista Evita Polidoro a incarnare questa logica. Rava la apprezza proprio perché, ha detto Zenni, «non fa il batterista jazz» nel senso convenzionale del termine: accompagna in modo estroso, libero, con un approccio che non deve niente alle scuole tradizionali. E a volte, dopo il suo assolo, Rava le va vicino e la bacia sulla fronte. Un gesto minimo, che dice tutto.

I Fearless Five: i giovani che tengono in moto il mito
Sul palco dell’Auditorium Manzoni, Rava non sarà solo. Con lui ci sarà il quintetto Fearless Five, formazione che porta il marchio di fabbrica che lo ha sempre contraddistinto: talenti giovani, scelti con il fiuto di chi ascolta prima ancora di guardare il curriculum. Accanto alla batterista Evita Polidoro ci sono il pianista Matteo Paggi, il chitarrista Francesco Diodati, e il contrabbassista Francesco Ponticelli: quattro musicisti che rappresentano alcune delle voci più interessanti del jazz italiano contemporaneo. Non una backing band, ma un gruppo che con Rava dialoga alla pari, e in cui la differenza d’età tra il leader e i suoi diventa benzina creativa anziché distanza. È questa la formula che Rava ha affinato in decenni di concerti e che, a oltre ottant’anni, continua a dare i suoi frutti migliori.

Come nasce Rava on the Road
La parte più personale dell’intervento di Zenni ha riguardato la genesi del progetto che ascolteremo venerdì sera. Nel 2013, racconta, ricevette una telefonata inaspettata da un assessore alla Cultura di Torino: veniva offerta la direzione artistica del Torino Jazz Festival, a condizione di utilizzare l’orchestra del Teatro Regio. «Mi sono visto un giocattolone davanti», ha detto Zenni con la soddisfazione trattenuta di chi sa di aver fatto la scelta giusta.
Insieme all’arrangiatore e compositore Paolo Silvestri, recuperò un lavoro rimasto nel cassetto: una suite orchestrale costruita su composizioni storiche e nuove di Rava, riarrangiate per orchestra sinfonica e quintetto jazz. Il debutto avvenne in Piazza Castello a Torino, sotto la pioggia, davanti a diecimila persone con gli ombrelli aperti. Rava stesso ha raccontato di aver alzato lo sguardo durante il concerto e di aver visto quella distesa di colori.
Quella registrazione live fu poi scelta da Enrico Rava come disco d’apertura di una collana a lui dedicata pubblicata con la Repubblica: un riconoscimento che dice molto su quanto quel concerto contasse per lui.
La serata del 29 maggio
La rassegna Jazz on Symphony conta tre appuntamenti in tutto. Dopo Rava, il 26 settembre sarà il turno del pianista statunitense Uri Caine, e il 14 gennaio 2027 chiuderà il violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum, con un programma che attraversa le atmosfere di Astor Piazzolla e Antônio Carlos Jobim. Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna saranno diretti rispettivamente da Paolo Silvestri, André Raphel ed Ezequiel Silberstein.
Ma la prima serata, il 29 maggio, è quella di Rava. E dopo aver ascoltato Zenni raccontarlo per un’ora, la sensazione è che chiunque fosse in sala alla Salaborsa quel pomeriggio arriverà all’Auditorium Manzoni con le orecchie un po’ più educate e la curiosità un po’ più affilata. Che è esattamente quello che una buona guida all’ascolto dovrebbe fare.
Zenni ha chiuso invitando il pubblico a esplorare la discografia di Rava: «Dove pescate, pescate bene». Una produzione vasta, omogenea nella qualità, difficile da sbagliare. Forse è questo il segno più chiaro di una carriera costruita senza scorciatoie: non esistono dischi di serie B nel catalogo di un musicista che ha sempre scelto con chi suonare, dove suonare e perché.

Chi è Stefano Zenni
Nato a Chieti nel 1962, Stefano Zenni è musicologo, storico del jazz e cofondatore della Società Italiana di Musicologia Afroamericana. È titolare della cattedra di Storia del jazz e della musica afroamericana al Conservatorio di Bologna, dove insegna anche Analisi delle forme compositive e performative del jazz, Storia della popular music e Storia delle musiche extraeuropee. È direttore artistico del Torino Jazz Festival.
Dal 2012 tiene il ciclo “Lezioni di jazz” presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. È redattore del New Grove Dictionary of Jazz II (Macmillan) e ha diretto per oltre vent’anni la rassegna Metastasio Jazz presso il Teatro Metastasio di Prato. Dal 1998 è conduttore a Rai Radio 3.
Tra i suoi libri: monografie su Louis Armstrong, Herbie Hancock, Charles Mingus e Miles Davis. Il suo I segreti del jazz ha vinto numerosi premi come migliore libro di saggistica sulla musica internazionale. Approfondisci su stefanozenni.com.
