Abolito nel 1945 con decreto luogotenenziale, il titolo di “eccellenza” resiste nell’uso quotidiano. Servilismo, pigrizia mentale o semplice ignoranza?
Otto decenni fa un decreto firmato da Umberto di Savoia cancellò ufficialmente il titolo di “eccellenza” per ministri, prefetti, ambasciatori e generali. Eppure basta entrare in una prefettura, o assistere a qualsiasi cerimonia istituzionale, per sentirlo riecheggiare puntuale. Giorgio Càsole ripercorre la storia di un appellativo che sopravvive a se stesso, tra radici latine dimenticate, retoriche del potere e un’Italia che fatica a fare i conti con il proprio passato repubblicano.

Giusti e il governatore: quando “eccellenza” era l’oppressore
“Vostra eccellenza, che mi sta in cagnesco” è l’incipit di Sant’Ambrogio, una poesia di Giuseppe Giusti, poeta toscano dell’Ottocento; la studiavamo al ginnasio, facendo a gara per impararla a memoria. Con l’appellativo “eccellenza”, l’autore si rivolge al governatore austro-ungarico di Milano. Il componimento, commisto di ironia e commozione sincera, mi viene in mente tutte le volte che sento chiamare “eccellenza” il prefetto di Siracusa o di altro capoluogo.
Pigrizia mentale o servilismo?
È solo pigrizia mentale o segno di servilismo? Non chiamatelo eccellenza, ma dottor Tizio, se prefetto (come faceva, già trent’anni fa, un colonnello dell’esercito in servizio di protezione civile) o ministro, o, con vera deferenza, signor ministro, se componente del governo nazionale.
Il ministro come servo: le radici latine del potere
Colgo l’occasione per ricordare che, nell’antica Roma, il “minister”, da cui il nostro “ministro”, era un servo, in genere quello che serviva il vino. Il ministro della repubblica è un servitore dello Stato. In latino minister si può scomporre in minus ter, cioè tre (ter) meno (minus), mentre magister significa “tre volte (ter) più (magis)”. Chiara la differenza? Oggi le cose sono completamente capovolte: il “maestro” è meno, mentre il “ministro” è più.

Il prefetto: eredità napoleonica, funzione precisa
Il prefetto, eredità della tradizione napoleonico-sabauda (comunque sempre di eredità romana) non è altro che il rappresentante del governo in una determinata provincia, funzionalmente dipendente dal ministro dell’Interno.
Il decreto del 1945 e la circolare dimenticata
In ogni caso, il titolo di “eccellenza” è stato abolito per tutti (ministri, prefetti, ambasciatori, generali di Corpo d’Armata, presidenti di corti d’Appello) dopo il Fascismo, e ribadito con l’avvento della Repubblica. La Presidenza del Consiglio, già il 23 maggio del 1950, diramò la Circolare n. 39568, con la quale precisava che il titolo era stato abolito con il Decreto Luogotenenziale del 1945, firmato da Umberto di Savoia (figlio di Vittorio Emanuele III e futuro re d’Italia dal 9 maggio al 18 giugno 1946). Nella circolare si ribadiva che il trattamento di eccellenza “non veniva menzionato negli atti ufficiali dello Stato”.
La Chiesa fa eccezione. Ma non sempre
Le gerarchie ecclesiastiche sono altra cosa. Ci sono, comunque, vescovi che non si fanno chiamare “eccellenza”, ma “don” come, per esempio, il non dimenticato vescovo di Molfetta, Tonino Bello.
Certi vizi sono duri a morire
Certi vezzi e vizi sono ardui da sradicare, anche dopo più di ottant’anni.

📌 Un vescovo che si faceva chiamare “don”
Antonio Bello, nato a Alessano (Lecce) nel 1935 e vescovo di Molfetta dal 1982 al 1993, rifiutò sempre il titolo di “eccellenza”. Chiedeva di essere chiamato semplicemente don Tonino. Non era un vezzo: era una dichiarazione di metodo.
Visse in una casa modesta, aprì il vescovado ai poveri e agli emarginati, trasformò la Caritas diocesana in un laboratorio di prossimità concreta. Fu tra i fondatori di Pax Christi Italia e ne divenne presidente nazionale. Nel gennaio del 1993, malato di cancro, guidò un treno di cinquecento volontari verso Sarajevo assediata, attraversando la Bosnia in guerra per portare un messaggio di pace. Morì pochi mesi dopo, il 20 aprile 1993. La causa di beatificazione è aperta dal 2007.
Alcune cose si capiscono solo con l’esempio.

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