Al Cinema Modernissimo di Bologna, Gian Luca Farinelli e Ivano Dionigi trasformano la sala in un’aula di pensiero critico sul senso della scuola
Non capita spesso che un cinema si trasformi in un’aula magna, né che un classico del 1989 riesca a parlare con tanta urgenza a una platea così eterogenea. Al Cinema Modernissimo, la proiezione de L’attimo fuggente di Peter Weir ha inaugurato un ciclo di incontri dove cinema e pensiero critico si fondono. A guidare il pubblico, il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli e il professor Ivano Dionigi, che dal suo nuovo saggio Magister rilancia una sfida: la scuola la fanno i maestri, non i ministri.
Un classico che nasce postumo
Ad introdurre la visione del film in lingua originale, Gian Luca Farinelli ha definito l’opera un “classico istantaneo“, capace di sfidare il tempo e le convenzioni. Nonostante l’accoglienza tiepida dei premi dell’epoca, L’attimo fuggente è rimasto scolpito nell’immaginario collettivo per la sua capacità di raccontare la scoperta di sé e il rischio insito nella vita.
Farinelli ha lodato la regia poetica di Peter Weir e l’interpretazione di Robin Williams, un attore dal “fuoco sacro” che qui incarna un maestro capace di liberare l’identità dei propri studenti, pur esponendoli a pericoli inevitabili. La forza del film, ha spiegato il direttore della Cineteca, sta proprio in questa ambivalenza: l’insegnamento non protegge, espone. Non consola, inquieta.

La lezione del Magister
L’incontro ha preso le mosse dal nuovo volume di Ivano Dionigi, Magister: La scuola la fanno i maestri, non i ministri (Laterza, 2025). Con la sua consueta precisione filologica, Dionigi ha ribaltato il concetto di istruzione puramente tecnica. “Il classico non è ciò che è già stato, ma ciò che ha ancora da essere”, ha affermato, sottolineando come ogni visione cinematografica sia un atto vivo che si completa solo attraverso lo sguardo nuovo dello spettatore.
Il professore ha poi analizzato il cuore del film: il Carpe diem oraziano. Lontano dall’essere un invito al divertimento vacuo, l'”attimo fuggente” è per Dionigi un richiamo alla responsabilità verso il proprio tempo e alla necessità di trovare una voce propria in un mondo che spinge al conformismo. Non si tratta di cogliere l’attimo per consumarlo, ma di abitarlo con consapevolezza e coraggio.
L’elogio ai giovani e la sfida del futuro
Il momento più alto della serata è stato l'”Elogio ai giovani” pronunciato da Dionigi. Descrivendo i ragazzi come “sentinelle” del cambiamento, il professore ha esortato le nuove generazioni a non temere la ribellione intellettuale e a coltivare la nobiltà della parola contro la banalità del rumore contemporaneo.
La scuola, secondo Dionigi, deve tornare a essere il luogo che fornisce “radici per restare e ali per volare”. Non un sistema di competenze standardizzate, ma uno spazio dove si impara a pensare con la propria testa, a rischiare, a scegliere. Esattamente ciò che il professor Keating insegna ai suoi studenti nell’accademia di Welton: non cosa pensare, ma come pensare.
Un percorso appena iniziato
Quello al Modernissimo è stato solo il primo di quattro appuntamenti, un ciclo di incontri ancora in fase di definizione e calendarizzazione, che vedranno Dionigi e Farinelli dialogare con i grandi classici del cinema per interrogare il presente. L’entusiasmo della sala, gremita e partecipe, conferma che il bisogno di “maestri” e di spazi di confronto critico è più vivo che mai.

Mentre le luci si spegnevano per lasciare spazio alle immagini di Peter Weir, il messaggio è apparso chiaro: la vera scuola, proprio come il grande cinema, è quella che non dà risposte, ma insegna a porre le domande giuste. In un’epoca in cui l’istruzione rischia di ridursi a prestazione e addestramento, il Cinema Modernissimo diventa il luogo dove riscoprire che educare significa, prima di tutto, liberare. E che ogni classico, riletto, può ancora insegnare a vivere.

Chi è Ivano Dionigi
Ivano Dionigi (Sarnano, 1948) è filologo classico, latinista e saggista italiano. È stato rettore dell’Università di Bologna dal 2009 al 2015 e presidente della Pontificia Accademia di Latinità. Studioso di Seneca, Lucrezio e Cicerone, ha dedicato la sua carriera al dialogo tra antichità classica e contemporaneità, sostenendo che i classici non sono patrimonio del passato ma strumenti per interpretare il presente. Tra le sue opere più note: Il presente non basta (Mondadori, 2016), Osa sapere (Solferino, 2020) e il recente Magister (Laterza, 2025), in cui rivendica il ruolo centrale del maestro nella formazione delle nuove generazioni. La sua riflessione si concentra sulla responsabilità educativa, sulla difesa dell’umanesimo e sul valore della parola come forma di resistenza culturale.
