Nei verbali di polizia e nella cronaca giudiziaria, l’aggettivo «tale» davanti a un nome non è un dettaglio neutro: è uno strumento di distanza, pregiudizio e autoritarismo che il giornalismo non può ignorare.
Un aggettivo di quattro lettere basta a trasformare un cittadino in un’ombra. L’uso di «tale» davanti al nome e cognome di una persona, mutuato dal linguaggio burocratico di verbali e informative di polizia, porta con sé qualcosa di più di una scelta stilistica: sottintende estraneità, sospetto e, implicitamente, una presunzione di colpa. Giorgio Càsole ricostruisce la genesi di questa abitudine, ne smonta la logica autoritaria e rivolge una sfida diretta al giornalismo: il cronista che copia il «tale» dal verbale non traduce il potere, ne diventa il megafono.
Il «tale», l’indefinito come marchio di distanza e di pregiudizio
Il vizio dell’indefinito
È prassi consolidata nei verbali, nelle informative di polizia e, purtroppo, in certa cronaca giudiziaria pigra, anteporre l’aggettivo «tale» al nome di una persona: «tale Giorgio Càsole», «tale Mario Rossi». Questa brutta abitudine, che sa di regìmi polizieschi, comporta due caratteristiche: la distanza, giacché l’uso del «tale» serve a rimarcare che il soggetto è un estraneo al sistema, un individuo di cui non si sa, o si finge di non sapere, nulla, negandogli la dignità di un’identità piena; il pregiudizio, che comporta una violazione implicita della presunzione d’innocenza. Usare «tale» spoglia l’individuo della sua rispettabilità sociale ancor prima del processo.
La dignità dell’identità
In uno Stato di diritto, ogni persona ha nome e cognome. Basterebbe scrivere: «Il signor Giorgio Càsole», o semplicemente il nome e cognome nudi: questa buona prassi è l’alternativa civile alla pessima abitudine di usare «tale». Mi viene da fare un’osservazione per rispetto della reciprocità: se ribaltassimo la prospettiva e scrivessimo «il magistrato tale Nicola Gratteri», verrebbe percepito come un insulto o una mancanza di rispetto istituzionale. Se è offensivo per l’autorità, perché non dovrebbe esserlo per il cittadino?
Un aggettivo che sa di autoritarismo
«Questo ‘tale’ è una mancanza di rispetto che sa di autoritarismo. È come se chi scrive volesse dire: ‘Io sono lo Stato e tu sei un nessuno capitato qui per caso’. È una volgarità gratuita. Ogni cittadino, indagato o semplice testimone che sia, ha diritto alla propria identità senza che questa venga sbiadita da un aggettivo sprezzante. Se i magistrati e le forze dell’ordine pretendono (giustamente) rispetto per i propri titoli, inizino a rispettare il nome e il cognome dei cittadini. Senza quel ‘tale’, che è solo un inutile e offensivo dito puntato.»

La complicità del cronista
Ci sono giornalisti che, per pigrizia o per timore reverenziale verso le fonti, Carabinieri, Polizia, Magistratura, riportano acriticamente il linguaggio dei verbali. Così, il «tale» del verbale diventa il «tale» della prima pagina, e il burocratese ministeriale diventa la lingua dell’informazione. Le stesse fonti, che fanno parte delle istituzioni statali, non possono scrivere ancora i verbali come se i cittadini non avessero un’identità precisa, come se non avessero il diritto al rispetto, lo stesso che il cittadino deve a chi rappresenta le istituzioni. Il giornalista non è un passacarte. Il suo compito è tradurre il linguaggio del potere in una lingua che rispetti la dignità delle persone e la chiarezza dei fatti. Se una fonte usa un termine improprio o offensivo, il cronista ha il dovere di correggerlo nel suo pezzo, a meno che non voglia citarlo tra virgolette per denunciarne, appunto, la volgarità.
Il giornalismo come anticorpo
Il giornalista che copia il «tale» dal verbale tradisce la sua missione: non può fare da eco a chi ha il potere di scrivere un verbale, ma deve dare ai lettori una cronaca pulita, asciutta e rispettosa. Se il linguaggio delle istituzioni è malato di autoritarismo o di ignoranza, la stampa deve essere l’antibiotico, non il veicolo dell’infezione. Scrivere correttamente «il signor» invece di «tale» non è solo buona grammatica: è libertà di stampa.
A chi spetta risolvere il problema
Il vizio del «tale» non si corregge da solo. Serve la volontà di chi ha il potere e la responsabilità di cambiare le cose.
Il Ministero della Giustizia e il Ministero dell’Interno potrebbero aggiornare le circolari interne che regolano la redazione di verbali e informative, sostituendo il «tale» con formule rispettose dell’identità della persona.
I vertici delle forze dell’ordine e della magistratura potrebbero adottare linee guida chiare: ogni soggetto citato in un atto ufficiale ha un nome, e quel nome va scritto per intero, con il rispetto dovuto a qualunque cittadino.
I direttori delle testate giornalistiche e i caporedattori potrebbero inserire nei propri manuali di stile una regola semplice: il «tale» non entra in redazione. Chi scrive di cronaca giudiziaria traduce, non trascrive.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti potrebbe farne una questione deontologica: copiare acriticamente il linguaggio autoritario delle fonti non è giornalismo, è amplificazione del pregiudizio.
Basterebbe poco. Basterebbe volerlo.
