Al MAST di Bologna Federico Zaina racconta come l’Antropocene cancella millenni di storia: dall’Iraq sommerso dalla guerra all’Egitto inghiottito dal Nasser
Quando un sito archeologico scompare, non si perde solo una pietra o un vaso. Si perde un pezzo di risposta alle domande che gli esseri umani si fanno da sempre su sé stessi. Federico Zaina, archeologo e responsabile della ricerca al Museo Egizio di Torino, lo sa bene: ha trascorso anni a documentare, in Iraq e lungo il Nilo, ciò che restava di civiltà millenarie dopo che la mano dell’uomo le aveva ridotte a crateri, silenzio, fondale. Il suo libro Atlante del passato perduto (Rizzoli, 2025) nasce da quella fatica e da un’intuizione maturata proprio al MAST di Bologna nel 2019, dove è tornato per presentarlo.

Tutto è cominciato in questo luogo
C’è qualcosa di circolare nell’aver scelto il MAST come palcoscenico per questa presentazione. È qui, nell’autunno del 2019, che Zaina visitò la mostra Anthropocene firmata da Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, una sequenza di immagini e video sull’impatto dell’uomo sul pianeta che, nelle sue parole, “ebbe un effetto molto potente” e che lui definisce nel libro “un evento fondativo”. Da quella mostra uscì con una consapevolezza nuova, o meglio con una cornice teorica capace di dare senso a quello che stava vedendo sul campo.
In dialogo con il fotogiornalista Federico Borella, nell’ambito della rassegna Le Voci dei Libri promossa in collaborazione con Coop Alleanza 3.0, Zaina ha ripercorso la genesi del libro senza risparmiarsi sui numeri e sulla durezza dei fatti.

L’Iraq come paesaggio lunare
Prima ancora della mostra, c’era l’Iraq. Negli anni immediatamente precedenti al 2019, Zaina lavorava con il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna in missioni sul territorio mesopotamico, tra i primi gruppi di ricercatori a tornare dopo un decennio di conflitti. Quello che trovarono è difficile da descrivere con distacco: enormi fosse profonde dieci metri, larghe venti, che avevano trasformato siti antichi in qualcosa che lui chiama “paesaggi lunari”. Una groviera che aveva cancellato le tracce di città risalenti a cinquemila anni fa.
“Eravamo stati noi”, dice Zaina senza esitazione. Non la guerra in modo astratto, non forze oscure e impersonali. Noi esseri umani, con la logica del saccheggio e dell’indifferenza. L’Iraq è la Mesopotamia, la terra tra i fiumi, la culla delle civiltà. Immaginare di documentare per anni centinaia di siti completamente distrutti dall’azione umana dà la misura di ciò che è andato perduto.
La Grande Accelerazione: quando le linee impennano
Il termine Antropocene è entrato nel linguaggio scientifico grazie al biologo Eugene Stoermer negli anni Ottanta, ma è stato il chimico olandese Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica nel 1995, a imporlo globalmente nel 2000, durante una conferenza a Cuernavaca interrompendo i colleghi con un’esclamazione quasi impaziente: “Non siamo più nell’Olocene, siamo nell’Antropocene!”. La parola deriva dal greco ánthropos (uomo) e kainós (nuovo): l’uomo come nuova forza geologica dominante.
Nel libro, la prima immagine è una “foresta di grafici”, come la chiama l’autore, che sembra inizialmente incomprensibile. Ventiquattro curve tracciate dall’inizio del Novecento a oggi: urbanizzazione, dighe costruite, campi coltivati, temperatura media, acidificazione degli oceani, infrastrutture di trasporto. Tutte scorrono con relativa regolarità fino agli anni Cinquanta, poi impennano in modo verticale. Questo fenomeno ha un nome preciso: la Grande Accelerazione, con un’ipotesi che la colloca intorno al 1952.
Zaina porta l’esempio vicino a casa, in modo quasi disarmante: “Pensate a quanto era grande Bologna cinquant’anni fa”. L’area urbana, quella agricola attorno, le vie di comunicazione. Il cambiamento è davanti agli occhi di chiunque.

Abu Simbel e i 3.000 siti inghiottiti dal Nasser
Uno dei passaggi più densi dell’incontro riguarda la costruzione della Grande Diga di Assuan e la campagna internazionale lanciata dall’UNESCO negli anni Cinquanta per salvare i templi della Nubia. Lo spostamento di Abu Simbel, sollevato di 67 metri, costò 40 milioni di dollari dell’epoca, una cifra che oggi supererebbe i 200-300 milioni. Il tempio rupestre di Ellesija, costruito dal faraone Thutmose III, fu letteralmente segato blocco per blocco da scalpellini italiani, caricato su chiatte, trasportato ad Alessandria, imbarcato fino a Genova e poi via terra fino a Torino, dove oggi è conservato al Museo Egizio.
Un’impresa nell’impresa. Ma Zaina, che al Museo Egizio lavora ogni giorno, sa bene qual è il lato oscuro di questa storia di successo. Incrociando i dati d’archivio con l’Università di Bologna, ha scoperto che gli archeologi dell’epoca riuscirono a visitare soltanto il 50% dell’area poi sommersa dal Lago Nasser. In quella metà studiata sono stati documentati 1.753 siti archeologici finiti sott’acqua. “Perduti per sempre”, ripete Borella. Proiettando il dato sull’intera area, si arriva a più di 3.000 siti cancellati. Dietro i cinquanta monumenti salvati e celebrati, una catastrofe silenziosa.

Non tutto si può conservare, ma tutto va capito
Zaina non è un conservatore a oltranza e ci tiene a dirlo. Gli archeologi, spiega, sanno benissimo che lo sviluppo implica scelte. I cantieri per il tram di Bologna, attualissimi nel 2026, scavano inevitabilmente in strati che custodiscono frammenti di storia. Il compito è documentare, poi decidere. “Questo libro non vuole dire dobbiamo conservare tutto”.
Lo strumento per orientarsi esiste dal 1979 e si chiama Carta di Burra, elaborata da UNESCO e ICOMOS nell’omonima cittadina mineraria australiana. Il principio è apparentemente semplice: un sito vale la pena di essere conservato se risponde a valori condivisi, storici, religiosi, architettonici, sociali o artistici. Non dogmi, ma significati. Non burocrazia, ma senso. “Quasi nessun luogo ne ha solo uno”, dice Zaina.
L’esempio finale è quello dell’Arco d’Augusto di Rimini, minato durante la Seconda Guerra Mondiale e salvato dalla resistenza della popolazione locale, che in quel monumento riconosceva sé stessa. Un caso limite che vale come lezione generale: a volte è la memoria collettiva, non le istituzioni, a decidere cosa sopravvive.
Atlante del passato perduto non è un libro di nostalgia. È un tentativo di rendere visibile ciò che scompare senza fare rumore: siti sumeri ridotti a crateri, templi nubiani sul fondale di un lago artificiale, borghi anatolici cancellati dall’espansione di un bacino idrico. Zaina costruisce un atlante di assenze, e lo fa con la precisione di chi quei luoghi li ha percorsi a piedi. La domanda che resta, alla fine, è meno tecnica di quanto sembri: cosa scegliamo di ricordare, e perché?

Atlante del passato perduto
Come l’Antropocene sta distruggendo il patrimonio culturale dell’umanità
di Federico Zaina
Editore Rizzoli
Collana Bur Saggi
Pagine 320
ISBN 9788817191357
La piramide Maya di Nohmul, le caverne preistoriche nella Gola di Juukan in Australia, i siti archeologici della regione di Assuan in Egitto, il grande Lago d’Aral. Che cos’hanno in comune questi luoghi del passato? Sono perduti per sempre. Cancellati da azioni umane come la costruzione di strade, edifici e grandi dighe, l’estrazione mineraria o lo sfruttamento agricolo intensivo. Da quasi settant’anni l’impatto umano sul pianeta e sul nostro passato è incrementato vertiginosamente dando vita ad una nuova epoca: l’Antropocene.

Chi è Federico Zaina
Federico Zaina è un archeologo italiano specializzato nella protezione e gestione del patrimonio culturale. Ha condotto e diretto missioni sul campo in contesti tra i più complessi del mondo: Italia, Albania, Siria, Turchia e Iraq, dove ha lavorato tra i primi ricercatori a tornare dopo anni di conflitti armati, documentando la devastazione subita dai siti della Mesopotamia antica.
Ricercatore e docente presso l’Università di Bologna e il Politecnico di Milano, ha firmato oltre sessanta articoli scientifici e due monografie. Oggi è responsabile del Dipartimento Collezione e Ricerca al Museo Egizio di Torino, una delle istituzioni egittologiche più importanti al mondo.
Con Atlante del passato perduto (Rizzoli, 2025) porta fuori dalle aule universitarie un decennio di studi sul rapporto tra sviluppo umano e distruzione del passato, traducendo dati scientifici e esperienze sul campo in un racconto accessibile e necessario.
