La Giuria si dimette e il Leone d’Oro passa al voto popolare: a Venezia 2026 l’etica travolge la tradizione tra tensioni con il Governo e tagli Ue.
Il consueto incanto della Laguna si infrange contro la realtà dei conflitti globali, trasformando l’Arsenale in un’arena di dibattito civile. Tra padiglioni che diventano trincee e istituzioni in bilico, la Biennale d’Arte più controversa di sempre ci costringe a chiederci se la bellezza possa ancora permettersi di essere neutrale.

Uno strappo senza precedenti
Il terremoto ha avuto origine da una dichiarazione di intenti radicale. La giuria internazionale, guidata dalla curatrice Solange Farkas, ha scelto di escludere Israele e Russia dalla corsa ai premi ufficiali. La motivazione è un atto d’accusa formale: il rifiuto di legittimare nazioni i cui vertici sono perseguiti dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Non si tratta di una critica estetica, ma di un posizionamento morale che rivendica la funzione della Biennale come presidio dei diritti umani.
Le dimissioni e il voto del popolo
La reazione a catena non si è fatta attendere. Dopo le forti pressioni di Palazzo Chigi e la minaccia di Bruxelles di congelare i finanziamenti dell’Unione Europea, l’intera giuria ha rassegnato le dimissioni il 30 aprile. In un clima di emergenza istituzionale, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha risposto con una mossa spiazzante: la premiazione è slittata a novembre e i vincitori saranno decretati dal voto dei visitatori. È la “democratizzazione” forzata di un premio che storicamente appartiene all’élite accademica, un tentativo di salvare l’autonomia dell’ente restituendo la parola al pubblico.

Padiglioni tra silenzio e assenza
Mentre il Ministro della Cultura Alessandro Giuli sceglie la via del distacco istituzionale non presenziando all’inaugurazione del 9 maggio, le opere parlano un linguaggio diverso. Nel Padiglione Israele, The Rose of Nothingness di Belu-Simion Fainaru offre una riflessione sulla fragilità dell’identità che stride dolorosamente con i titoli dei giornali. La Russia, colpita dalle critiche di Maria Zakharova contro quella che definisce “anticultura” europea, resta un nervo scoperto nel cuore dei Giardini.
Il testamento di Koyo Kouoh
Nonostante il fragore politico, il respiro della mostra internazionale intitolata “In Minor Keys” rimane profondo. Il progetto, ereditato dalla scomparsa Koyo Kouoh, esplora le narrazioni marginali e le voci meno udite del Sud del mondo. È qui che risiede la vera essenza della mostra: nel dare spazio a chi non ha mai avuto una bandiera da issare in Laguna. “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per scolpirlo”, sembra sussurrare ogni installazione in questo percorso di resistenza estetica.
Una nuova consapevolezza
Venezia 2026 segna il tramonto dell’arte come puro intrattenimento per collezionisti. La scelta di affidare il verdetto al popolo non è solo una soluzione logistica, ma un esperimento sociale: capire se lo spettatore saprà distinguere l’opera dal passaporto dell’artista. In una Biennale orfana di giuria, la responsabilità della critica ricade finalmente su ognuno di noi.

Gli artisti della 61. Esposizione
L’edizione 2026, curata idealmente da Koyo Kouoh, vede la partecipazione di 110 artisti e collettivi. Tra i nomi più attesi: Alvaro Barrington, Éric Baudelaire, Belu-Simion Fainaru (Israele), Wangechi Mutu, Otobong Nkanga, Walid Raad, Sammy Baloji, Torkwase Dyson, Alfredo Jaar, Zoe Leonard, Tuấn Andrew Nguyễn, e il collettivo Soundwalk Collective. Il Padiglione Italia è curato da Cecilia Canziani.
