Dal welfare culturale alla “tornanza” dei talenti: cosa hanno detto davvero le dieci città candidate alla Capitale italiana della Cultura 2028 nelle audizioni di febbraio.
Si sono chiuse il 27 febbraio 2026 nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura le audizioni per la Capitale italiana della Cultura 2028. Dieci città, dieci modelli diversi, una sola domanda di fondo: cosa significa oggi fare cultura in Italia? Non più soltanto un cartellone di eventi, ma infrastruttura, welfare, identità territoriale. Il livello delle candidature è stato alto, le differenze tra i progetti sono state nette. Ecco la nostra lettura, candidatura per candidatura.
Un’edizione diversa dalle altre
Se nelle edizioni precedenti il titolo sembrava premiare la “città-gioiello”, quella con il patrimonio più fotogenico o il dossier più rifinito, il 2028 si candida a diventare l’anno della “Capitale-Sistema”. La parola che ha attraversato quasi tutte le audizioni è stata governance: non chi ha più monumenti, ma chi ha costruito una macchina capace di trasformare la cultura in politica pubblica misurabile, replicabile, sostenibile.
La giuria ha ascoltato dieci progetti in due giorni intensi. Ne è emerso un panorama variegato, con alcune candidature di solida struttura e altre più visionarie ma finanziariamente più fragili. Analizziamole una per una.
Le dieci candidature: punti di forza e criticità
Anagni – “Ernica Saxa”
Il progetto affonda le radici nella Lega Ernica e usa la pietra come simbolo di continuità millenaria. La creazione della Fondazione Ernica Saxa fino al 2032 garantisce una cornice istituzionale credibile, e il coinvolgimento dello scultore Jago aggiunge visibilità mediatica.
La criticità principale, però, è emersa durante l’audizione stessa: la giuria ha chiesto chiarimenti sulla reale disponibilità dei fondi regionali promessi nel piano pluriennale. Un’incertezza che pesa su un progetto che vuole costruire una “destinazione Ciociaria” integrata.
Ancona – “Ancona. Questo adesso”
Forse la candidatura più solida sul piano delle relazioni internazionali. Ancona si propone come porta verso i Balcani, con un piano di rigenerazione urbana da 123 milioni di euro e un’attenzione reale all’accessibilità culturale (il Museo Omero ne è il simbolo più eloquente). La partecipazione degli under 35 nei processi decisionali è un segnale politico importante.
Il rischio è la dispersione: con numeri così grandi e ambizioni così ampie, la sfida sarà mantenere un filo narrativo riconoscibile che non si perda tra i cantieri.
Catania – “Catania continua”
Il motto Melior de cinere surgo non è retorica vuota: Catania ha costruito un progetto che guarda in faccia le proprie contraddizioni. La lotta alla dispersione scolastica attraverso la cultura è una delle proposte più concrete e socialmente rilevanti dell’intera selezione. I 45 milioni in infrastrutture storiche e il connubio tra Etna, neutrini e la tradizione belliniana disegnano un orizzonte credibile.
La criticità è la complessità del contesto urbano: Catania non è una città “facile” da raccontare ai visitatori, e il piano deve dimostrare di saper gestire questa non-linearità senza edulcorarla.
Colle di Val d’Elsa – “Per tutti, dappertutto”
La candidatura più originale sul piano amministrativo. L’assessorato che unisce Cultura e Bilancio non è un dettaglio organizzativo: è una dichiarazione di metodo. Con il 56% dei fondi già deliberato e l’uso dell’intelligenza artificiale nella gestione degli atti pubblici, Colle presenta il dossier finanziariamente più blindato dell’intera selezione.
Il punto interrogativo è la scala: Colle di Val d’Elsa è un comune relativamente piccolo, e la giuria dovrà valutare se il modello regge il peso simbolico e logistico di un titolo nazionale.
Forlì – “I sentieri della bellezza”
Il dossier più imponente in termini di massa critica. Cinquanta comuni, budget di 17,6 milioni coperto al 90%, focus sull’architettura del Novecento e sul polo tecnologico del volo. La Romagna post-alluvione usa la candidatura come atto di fiducia collettiva, e questo racconto ha una forza emotiva reale.
La criticità è coordinare una rete così ampia senza perdere coesione narrativa. Cinquanta comuni sono una ricchezza, ma anche un potenziale rischio di frammentazione dell’offerta.
Gravina in Puglia – “Radici al futuro”
Il concetto di “tornanza”, il ritorno dei talenti emigrati come atto culturale e politico, è una delle idee più fresche dell’intera selezione. L’unione di 15 comuni del Geoparco UNESCO e i 40 milioni sostenuti dal settore bancario e imprenditoriale locale mostrano una rete territoriale matura.
Il limite è la notorietà: Gravina in Puglia è meno riconoscibile di altre candidate fuori dai confini regionali, e il titolo ha sempre anche una funzione di promozione turistica nazionale. Il progetto deve convincere che la sua visione vale anche oltre la Murgia.
Massa – “La Luna e la Pietra”
La “prescrizione sociale di cultura“, ovvero la cultura come strumento di welfare e prevenzione sanitaria, è un’idea che merita attenzione ben oltre questa competizione. I 70 milioni di investimenti su cantieri già pronti e la cooperazione tra 17 comuni della Lunigiana danno solidità al progetto.
La debolezza è la narrazione esterna: il marmo apuano e il mare Tirreno sono elementi potenti, ma il “Rinascimento Apuano” come brand fatica ancora a imporsi nell’immaginario nazionale.
Mirabella Eclano – “L’Appia dei Popoli”
Il progetto più filosoficamente ambizioso, forse il più coraggioso. L'”Arthinking” come metodo per risolvere problemi complessi attraverso l’arte, il ricorso alla neurobiologia per progettare le città del futuro, 60 comuni sottoscrittori: c’è materiale per una proposta davvero originale.
Ma il budget di soli 2 milioni di euro è il punto più critico dell’intera selezione. Coprire 365 giorni da Capitale italiana della Cultura con quella cifra è una sfida che la giuria ha prontamente sollevato. Visionario sì, ma la visione deve trovare i fondi per camminare.
Sarzana – “Sarzana l’impavida”
Il Festival della Mente è un brand culturale consolidato e riconoscibile a livello nazionale. Sarzana lo usa come trampolino per proporre un modello di turismo consapevole, anti-overtourism, replicabile nelle città di medie dimensioni. I 70 milioni di interventi strutturali completano un quadro convincente.
La sfida è dimostrare che un festival, per quanto eccellente, può diventare trasformazione urbana permanente. Il rischio è quello dell'”effetto evento”: tutto funziona durante il festival, poi la città torna a essere quella di prima.
Tarquinia – “La cultura è volo”
La DMO Etruschi è attiva dal 2022: Tarquinia non arriva all’audizione a mani vuote, ma con una governance già collaudata tra 12 comuni. I 53 milioni di investimenti e la sinergia con il porto di Civitavecchia e i suoi 3,5 milioni di crocieristi rappresentano un’opportunità enorme.
La criticità è trasformare quei flussi in esperienza culturale autentica, senza ridurre il territorio a una tappa mordi-e-fuggi. Le accademie per i mestieri del mare e dell’audiovisivo vanno nella direzione giusta, ma la scommessa rimane aperta.
Il quadro complessivo: tre famiglie di candidature
Dall’analisi emergono tre profili distinti. Il primo è quello della forza del metodo: Colle di Val d’Elsa e Sarzana non competono sugli eventi ma su modelli di amministrazione pubblica replicabili. Il secondo è quello della solidità territoriale: Forlì e Tarquinia costruiscono visioni di area vasta, con budget e infrastrutture già rodate. Il terzo è quello dell’impatto sociale: Catania, Gravina e Mirabella Eclano usano la cultura come medicina o atto di riscatto, puntando sulla trasformazione dei cittadini più che sulla valorizzazione del patrimonio.
Il nostro pronostico
La decisione finale dipenderà da quale segnale vorrà mandare il Ministero nel 2028.
Se prevarrà la logica della solidità gestionale, la favorita è Forlì: la macchina organizzativa romagnola, il budget quasi interamente coperto e la narrazione post-alluvione offrono le massime garanzie di successo esecutivo.
Se invece la giuria vorrà premiare l’innovazione politica e la replicabilità del modello, Colle di Val d’Elsa potrebbe essere la vera sorpresa dell’edizione. Il loro approccio è il più avanzato sul piano amministrativo e risponde a una domanda che molti comuni italiani si stanno facendo.
Fuori dai giochi non è però Ancona, che unisce risorse massive, ambizione internazionale e un progetto di rigenerazione urbana difficilmente ignorabile. E nemmeno Gravina in Puglia, il cui messaggio sulla “tornanza” potrebbe fare breccia in una giuria sensibile al tema dello spopolamento del Mezzogiorno.
Il nostro pronostico: testa a testa finale tra Forlì e Colle di Val d’Elsa, con Ancona come possibile outsider capace di sparigliare le carte all’ultimo momento.
Una competizione che cambia il senso del titolo
Al di là del verdetto, queste audizioni lasciano un’impressione netta: il titolo di Capitale italiana della Cultura sta diventando qualcosa di diverso da quello che era. Non più una certificazione di bellezza, ma una scommessa su un modello. Chi vincerà nel 2028 non dovrà solo fare bella figura per un anno: dovrà dimostrare che la cultura può davvero essere un’infrastruttura pubblica, al pari di una scuola o di una strada. E questo, in fondo, è già un risultato.

Nasce il nostro logo dedicato alla Capitale Italiana della Cultura
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