La rivoluzionaria ricerca di Marcello Piras svela le radici iberiche e caraibiche di un fenomeno musicale che affonda le sue origini nel XV secolo
Bologna – La storia che ci hanno raccontato sul jazz è una favola. Non è vero che sia nato spontaneamente nei bordelli di New Orleans dall’improvvisazione di ex schiavi che trovarono strumenti abbandonati dopo la Guerra Civile. La verità è molto più affascinante e complessa: il jazz è l’ultimo capitolo di una storia che inizia a Lisbona nel 1444 e attraversa tre secoli di contaminazioni musicali tra Europa, Africa e America Latina.
A rivelarlo è Marcello Piras, ricercatore indipendente italiano che ha dedicato quasi mezzo secolo allo studio dell’influenza africana nella musica globale. La sua ricerca, presentata il 10 novembre scorso al MAST Auditorium di Bologna nell’ambito del Jazz Festival, demolisce il “mito americano” e ricostruisce una genealogia sorprendente che sposta il baricentro dalle paludi della Louisiana alle corti portoghesi e alle cattedrali messicane.

Il Mito da smontare
La narrativa tradizionale è chiara e rassicurante: dopo il 1865, gli schiavi liberati si imbattono in strumenti militari abbandonati, li recuperano e dal loro istinto musicale nasce il jazz. Una storia grassroots, dal basso, perfettamente in linea con l’immaginario americano del self-made man. Lo stesso schema narrativo di Mark Zuckerberg o della Apple nel garage.
Piras, però, non ci sta. “È un mito fondante“, spiega, “funzionale all’ideologia imperiale degli Stati Uniti”. Il ricercatore, che ha insegnato al Columbia College Chicago e all’Università del Michigan ed è stato il traduttore delle opere fondamentali di Gunther Schuller, decostruisce questa favola pezzo per pezzo.
L’America puritana che odiava la musica
Come può il jazz essere nato in un paese che storicamente detestava la musica? I Puritani del Massachusetts, quelli che Piras definisce ironicamente “i veri talibani”, furono fino al 1694 ostili a qualsiasi forma di espressione musicale, arrivando a distruggere fisicamente organi e altri strumenti nelle chiese.
“Gli Stati Uniti furono il paese più negativo verso la musica di tutto l’occidente”, sottolinea il ricercatore. L’idea che da questa società potesse nascere spontaneamente una forma musicale rivoluzionaria è, semplicemente, insensata.
E poi c’è la questione temporale. Il primo disco di jazz viene inciso nel 1917, proprio quando l’America entra nella Prima Guerra Mondiale e ha disperatamente bisogno di un’arte autoctona di cui vantarsi. La stampa dell’epoca si interrogava: “Che musica è? Non l’abbiamo mai sentita”. La rivendicazione del jazz come “prima vera forma di musica americana” è, secondo Piras, una rivendicazione politica, non storica.

Le vere radici: Lisbona, 1444
La storia vera inizia nella Penisola Iberica. Quando i portoghesi organizzano la tratta atlantica degli schiavi nel 1444 – ben prima di Cristoforo Colombo – portano a Lisbona persone africane che portano con sé la loro cultura musicale. Documenti e iconografie dell’epoca testimoniano l’esistenza di orchestre di corte composte interamente da musicisti neri già intorno al 1510, alla corte del Re del Portogallo.
Questo non è un dettaglio marginale: è l’inizio di un processo di contaminazione sistematica tra culture musicali africane ed europee che si protrarrà per secoli.
Puebla, 1609: Il documento che cambia tutto
Le prove più antiche dell’incontro musicale euro-africano nel continente americano si trovano a Puebla, Messico – non a caso la città dove Piras risiede attualmente. Nel 1609, il maestro di cappella portoghese Gaspar Fernandes scrive musica manoscritta introducendo elementi di chiara influenza africana.
Siamo tre secoli prima dell’era riconosciuta del jazz. Tre secoli in cui America Latina e Caraibi sviluppano forme musicali ibride sofisticate, mentre gli Stati Uniti restano, musicalmente parlando, “l’ultima ruota del carro” del continente.

New Orleans: una coda Caraibica
E New Orleans? Non scompare dalla storia, ma viene ridimensionata. Dopo la Rivoluzione di Haiti degli inizi dell’Ottocento, musicisti di colore e mulatti che suonavano nei teatri d’opera francesi furono cacciati e si rifugiarono nella città della Louisiana, affacciata sul Mar dei Caraibi.
New Orleans divenne così la città statunitense con il più alto livello di istruzione musicale tra le persone di colore. Ma – ed è questa la chiave – non fu l’origine, bensì il punto d’arrivo di un fenomeno caraibico preesistente. Il jazz non nasce lì: ci arriva.
Una nuova prospettiva storica
L’opera di Marcello Piras, fondatore del Centro Studi Arrigo Polillo a Siena (il primo archivio italiano dedicato al jazz), non è solo una critica alla storiografia tradizionale. È una vera e propria indagine archeologica che scava sotto la facciata della narrativa americana per rivelare fondamenta portoghesi, strati messicani, sedimenti caraibici.
Il jazz emerge così non come un’invenzione ex nihilo, ma come l’ultimo piano di un grattacielo musicale iniziato nel 1444, costruito attraverso secoli di scambi, migrazioni forzate, contaminazioni, resistenze culturali.
“Il niente che cianno capito è quello che ci hanno raccontato”, conclude Piras con una punta di sarcasmo toscano. La verità è un mosaico storico infinitamente più complesso e affascinante di qualsiasi favola grassroots. E ci obbliga a ripensare non solo le origini del jazz, ma l’intera storia della musica moderna come fenomeno globale e pluricontinentale.

Marcello Piras è un ricercatore indipendente italiano che ha dedicato quasi mezzo secolo allo studio dell’influenza africana nella musica globale. Le sue qualifiche accademiche lo hanno portato a insegnare in diverse istituzioni, tra cui conservatori italiani, il Columbia College Chicago e l’Università del Michigan. È stato il traduttore e curatore delle opere fondamentali di Gunther Schuller, Early Jazz e The Swing Era. Piras è anche il fondatore del Centro Studi Arrigo Polillo a Siena, il primo archivio italiano dedicato al jazz, che ha diretto fino al 1998. Attualmente risiede a Puebla, in Messico, un luogo non casuale per la sua ricerca sulle radici latino-americane della musica afro-influenzata