Al MAST di Bologna, il documentario di Matteo Parisini rivela padre e figlio, Mimmo e Francesco Jodice in dialogo: due generazioni, una sola ossessione per l’immagine aperta.
Sul muro dello studio napoletano di Mimmo Jodice campeggiava un cartello scritto a pennarello rosso: “Non c’è arte se non c’è inquietudine”. È Francesco, il figlio, a raccontarlo nel film. Una frase che non ha bisogno di cornici né di didascalie: è un manifesto, una soglia, un invito. Ed è esattamente da questa inquietudine condivisa che prende forma Oltre il confine, il documentario di Matteo Parisini presentato al MAST di Bologna, con la partecipazione dello stesso Francesco Jodice e del curatore Francesco Zanot.

Un film che nasce dall’attesa
Documentare un fotografo è, in qualche modo, contraddirlo. La fotografia vive di silenzi, di tempi morti, di luce che cambia prima che l’occhio la riconosca. Matteo Parisini lo sa, e ha scelto di non forzare il ritmo. “Volevo catturare il tempo di Mimmo,” ha spiegato il regista nel dialogo con Francesco Zanot, “quel tempo che non è mai fretta, ma attesa che la realtà si riveli.”
Il risultato è un documentario che rinuncia alla celebrazione per scegliere l’osservazione. Parisini entra nell’archivio napoletano dei Jodice con la discrezione di chi sa che il valore di certi luoghi si preserva solo tacendo, e lascia che siano i due protagonisti a costruire la struttura narrativa attraverso il loro confronto. Non un’intervista, non una retrospettiva: un dialogo.

Due sguardi, una sola ossessione
Mimmo Jodice è uno dei grandi maestri della fotografia italiana del Novecento. Dagli anni Sessanta, con una ricerca che attraversa il reportage sociale, la sperimentazione visiva e infine il silenzio metafisico del Mediterraneo, ha contribuito a portare la fotografia italiana nella scena internazionale con una voce riconoscibile e irriducibile. Le sue piazze deserte, i frammenti di scultura antica, i volti sospesi tra storia e mito: immagini che sembrano sempre trattenere il respiro.
Francesco Jodice ha percorso una strada diversa, più vicina alla sociologia visiva e all’antropologia urbana. Le sue opere esplorano le metamorfosi delle città contemporanee, le geografie del potere, le folle anonime che popolano non-luoghi. Arte e inchiesta si intrecciano in una pratica che non concede sconti alla banalità.
Eppure, come chiarisce Francesco: “Noi siamo due sguardi diversi sulla stessa ossessione. Lui cerca l’eterno, il reperto che sfida i secoli; io cerco il mutamento, la trasformazione spesso brutale delle città. Ma la domanda è la stessa: cosa resta di noi quando l’immagine si fissa?”
Crescere in una casa dove l’odore degli acidi fotografici era parte del paesaggio domestico non è stato un peso, ma una formazione. Un privilegio di visione, come lo chiama lui.

L’opera aperta: fotografie che lo spettatore deve finire
Uno dei passaggi più densi del film è anche quello che ne rivela la profondità teorica. Francesco Jodice afferma esplicitamente che le loro fotografie sono incompiute, e che spetta al pubblico completarle.
Non si tratta di modestia. È una posizione estetica precisa, che richiama il concetto di opera aperta elaborato da Umberto Eco: l’idea che un’opera non si chiuda nel momento della sua creazione, ma si rigeneri ogni volta che uno sguardo nuovo la attraversa. Per Mimmo, l’incompiutezza risiede nel vuoto metafisico: le sue immagini sembrano attendere un evento che deve ancora accadere, e chi le guarda vi proietta il proprio senso di attesa o di malinconia. Per Francesco, è un’incompiutezza politica e narrativa: le sue inquadrature sulle città aprono domande su ciò che è successo un attimo prima e su ciò che verrà dopo, trasformando lo spettatore in coautore.
È un atto di fiducia radicale verso chi guarda. La fotografia, in questa visione, non ha l’ultima parola.

La fotografia come eredità vivente
Francesco Zanot, curatore e direttore artistico del festival biennale Foto/Industria, ha chiuso la serata con una riflessione che vale come sintesi critica: “La fotografia italiana ha in questa famiglia un pilastro che non è solo estetico, ma etico. Mimmo ha liberato il Mediterraneo dal folklore, restituendogli una dignità metafisica. Francesco ha preso quella lezione e l’ha portata nel caos della contemporaneità.”
Oltre il confine non è un punto d’arrivo né un atto di consacrazione. È piuttosto la testimonianza di un passaggio, nel senso più ricco della parola: qualcosa che si trasmette senza impoverirsi, che cambia forma senza perdere sostanza. Parisini ha avuto l’intelligenza di non interpretare, ma di filmare. Il merito del film è proprio questo: restituire la complessità di un legame — familiare, artistico, generazionale — senza ridurlo a formula.

Il cartello a pennarello rosso nello studio di Mimmo non era una decorazione: era un promemoria quotidiano. L’arte nasce dall’inquietudine, e Oltre il confine ne è la prova cinematografica. Parisini ha trovato il modo di filmare non solo due fotografi, ma il gesto stesso dello sguardo, quella tensione silenziosa tra ciò che si vede e ciò che si cerca di capire. Padre e figlio, due poetiche distanti, un’unica radice: l’onestà verso ciò che si inquadra. E la convinzione che ogni immagine, per essere davvero tale, debba lasciare qualcosa in sospeso, un varco aperto, in attesa di noi.

Mimmo Jodice
Mimmo Jodice (Napoli, 1934) è stato uno dei maestri indiscussi della fotografia italiana e internazionale. Cresciuto nel Rione Sanità, autodidatta, dagli anni Sessanta ha attraversato stili e linguaggi diversi: dalla fotografia sociale e documentaria fino a una visione sempre più metafisica e concettuale. In quegli anni collabora con alcuni tra i più grandi artisti dell’epoca: Andy Warhol, Joseph Beuys, Sol LeWitt, Jannis Kounellis, Alberto Burri.
Le sue opere sono state esposte nei musei più importanti del mondo, dal Philadelphia Museum of Art alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, fino al Museo del Louvre. Tra i lavori che restano nella storia della fotografia, le Vedute di Napoli e la serie Anamnesi, dedicata ai capolavori del Museo Archeologico Nazionale.
Tra i riconoscimenti ricevuti: il Premio Antonio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei nel 2003, la laurea honoris causa in Architettura dall’Università Federico II di Napoli nel 2006, e dal 2011 il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese.
È scomparso il 28 ottobre 2025 nella sua Napoli, all’età di 91 anni

Francesco Jodice
Francesco Jodice (Napoli, 1967) vive e lavora a Milano. Dopo la laurea in architettura, nel 1995 avvia la propria ricerca artistica intrecciando fotografia, video e indagine socio-antropologica. La sua pratica ruota attorno alle trasformazioni del paesaggio urbano contemporaneo, alle geografie del potere e ai fenomeni del megapolitismo globale. Tra i suoi progetti più noti: What We Want, The Secret Traces, la trilogia di film Citytellers e il più recente West, una ricerca decennale sull’immaginario americano e sul declino dell’Occidente.
Ha esposto alla Tate Modern di Londra, al Prado di Madrid, al Castello di Rivoli e ha partecipato alla Biennale di Venezia, a documenta Kassel e alla Biennale di San Paolo. Insegna al Biennio di Arti Visive e Studi Curatoriali e al Master in Photography and Visual Design presso NABA a Milano.

Matteo Parisini
Matteo Parisini (Bologna, 1980) è autore, regista e montatore. Il suo percorso professionale comincia nel montaggio: ad oggi ha al suo attivo oltre quaranta documentari destinati al mercato nazionale e internazionale. Dal 2013 lavora anche come autore e regista, realizzando documentari per emittenti italiane e internazionali, tra cui La mia virgola. Enzo Biagi alla scoperta del mondo e Il nostro paese, entrambi trasmessi su Rai 3.
La sua filmografia rivela una predilezione per i ritratti d’artista e le storie di confine: nel 2022 firma Infinito. Il mondo di Luigi Ghirri, e nel 2025 Oltre il confine. Le immagini di Francesco e Mimmo Jodice, di cui cura anche soggetto, sceneggiatura e montaggio. I suoi lavori sono stati selezionati in festival come il Biografilm Festival e il Festival dei Popoli.









