Sedici mila visitatori, 350 buyer da 30 Paesi e un’idea di vino che è andata oltre il bicchiere: ecco cosa è successo davvero a Bologna a febbraio 2026.
C’è un momento, nelle ultime ore di una fiera riuscita, in cui i numeri smettono di essere cifre e diventano racconto. Slow Wine Fair 2026 si è chiusa lasciando a Bologna qualcosa di più di un bilancio positivo: ha lasciato una domanda aperta, urgente, su cosa significhi oggi fare, e bere, vino con responsabilità. Una domanda che non ha riguardato solo i produttori, ma tutti noi.
Il vino ha incontrato la giustizia sociale
La seconda edizione congiunta di Slow Wine Fair e SANA Food, organizzata da BolognaFiere dal 21 al 23 febbraio 2026, ha scelto un tema portante che difficilmente si dimentica: la giustizia sociale. Non uno slogan, ma un filo rosso che ha attraversato incontri, masterclass e conversazioni, portando al centro del dibattito figure spesso invisibili nella narrazione del vino, lavoratori stranieri, donne in vigna, giovani viticoltori alle prese con un sistema che stenta ad aprirsi.
Il messaggio emerso con forza è stato che la qualità organolettica, da sola, non basta più. Come ha sottolineato Giancarlo Gariglio, coordinatore della Slow Wine Coalition, «la partita si giocherà su una visione virtuosa di partecipazione della cantina alla crescita della comunità in cui si trova a operare». Una visione che ha spostato l’asse della valutazione dal calice al territorio, dalle note di degustazione alle relazioni umane che rendono possibile ogni bottiglia.

Sedici mila ingressi e un pubblico che è cambiato
I dati hanno parlato chiaro: 16.000 visitatori (+6% rispetto al 2025), 350 buyer internazionali da 30 Paesi, oltre 2.000 incontri B2B tra le più di 1.100 cantine espositrici e le 300 aziende di SANA Food. Numeri che hanno acquistato senso soprattutto considerando il contesto: il mercato del vino sta attraversando una fase di evidente difficoltà, tra consumi in calo e una generazione di consumatori sempre più selettiva.
Eppure Bologna ha tenuto, e ha fatto di più. Ha attratto un pubblico professionale qualificato, ristoratori, enotecari, importatori, distributori specializzati, capace di leggere l’offerta in profondità. La piattaforma di business matching messa a disposizione da BolognaFiere ha facilitato connessioni mirate, trasformando la fiera in qualcosa di più simile a un ecosistema che a una vetrina.
Il biologico è stato protagonista, anche fuori casa
Se Slow Wine Fair ha avuto nel vino il suo cuore pulsante, SANA Food ha portato sul palco il biologico italiano in tutta la sua complessità. Un settore che sfiora i 7 miliardi di euro di vendite, trainato sempre più dal canale della ristorazione commerciale e collettiva, identificato dalla ricerca Nomisma come leva strategica per la diffusione di una cultura alimentare consapevole.
I 300 espositori di SANA Food, tra DOP, IGP, referenze vegane e biodinamiche, hanno animato uno spazio in cui la parola “sostenibilità” ha smesso di essere generica per diventare concreta: storie di piccole e medie aziende, presìdi territoriali, pratiche agricole che rigenerano invece di consumare. La collaborazione con FederBio, Slow Food e l’Associazione Italiana Cuochi ha dato spessore culturale a un’offerta che rischiava di restare commerciale.
«Investire nella transizione agroecologica non è solo una scelta etica, ma una leva fondamentale per garantire sostenibilità economica, sociale e ambientale», ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. Parole risuonate come un programma, non come una dichiarazione di principio.

Bologna si è confermata capitale, non solo palcoscenico
Non è stato casuale che tutto questo sia avvenuto a Bologna. La città ha costruito negli anni una vocazione autentica attorno al cibo e al vino di qualità, e manifestazioni come Slow Wine Fair e SANA Food ne hanno consolidato il ruolo ben oltre i confini nazionali. Come ha osservato Rossano Bozzi, direttore Business Unit di BolognaFiere, l’obiettivo raggiunto è stato quello di fare di Bologna «un incubatore europeo di un modello di sviluppo che unisce crescita economica, cultura alimentare e responsabilità verso il futuro».
Tra i momenti più significativi dell’edizione, il dialogo tra il Cardinale Matteo Maria Zuppi e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, con i giovani vignaioli presenti in fiera. Un incontro che ha dato alla manifestazione una dimensione quasi civile, ricordando che il vino, quando è fatto bene e con intenzione, è sempre anche un fatto culturale e comunitario.
Premi, degustazioni e uno sguardo già al futuro
Tra le novità più apprezzate, l’area Banca del Vino – Annate Storiche e i Temporary Tasting, percorsi di degustazione tematici pensati per chi ha voluto andare oltre l’assaggio occasionale. Confermata la Fiera dell’Amaro d’Italia alla sua sesta edizione, insieme agli spazi dedicati al Mixology Lab, ai torrefattori della Slow Food Coffee Coalition e ai produttori di sidro: segnale di una proposta che ha allargato lo sguardo all’intero universo delle bevande di qualità.
Il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow ha premiato 14 categorie, con una novità significativa: per la prima volta è stato riconosciuto anche il miglior locale per la selezione di caffè. Un dettaglio apparentemente marginale, che ha detto molto sulla direzione culturale dell’evento.
Slow Wine Fair 2026 si è chiusa con la sensazione nitida di un appuntamento che ha trovato la sua forma definitiva. Non più una semplice fiera del vino, ma uno spazio di confronto in cui la qualità è stata intesa nel senso più ampio: ambientale, sociale, umana. La sfida, per i produttori, per chi racconta il vino, per chi lo beve, è portare fuori da Bologna quello che si è detto e sentito in quei tre giorni. Il prossimo appuntamento è già fissato: 21–23 febbraio 2027.
