Al Cinema Modernissimo di Bologna, Mogol e Gianni Morandi raccontano Battisti, la filosofia della canzone e come un’ambulanza rotta diventò 130 milioni di euro in beneficenza.
C’era tutto, martedì sera al Cinema Modernissimo di Bologna: il calore di una sala piena, due icone della musica italiana sedute una accanto all’altra, e la sensazione netta di assistere a qualcosa che va oltre la semplice presentazione di un libro. Senza paura. La mia vita (Salani, 2025) è l’autobiografia di Giulio Rapetti, in arte Mogol, ma la serata si è trasformata in qualcosa di più largo e imprevedibile: un viaggio nella memoria della canzone popolare italiana, condotto con ironia, commozione e una lucidità disarmante.

Mogol non è un nome d’arte, è un cognome
C’è un dettaglio biografico che in pochi conoscono e che la serata ha portato in superficie con una certa ironia. Lo pseudonimo Mogol non fu scelto da Giulio Rapetti: fu la SIAE ad assegnarglielo, selezionandolo tra le decine di varianti che lui stesso aveva proposto. Una scelta che all’inizio non lo convinse affatto. “Tanto non se ne accorgerà nessuno”, disse all’epoca, rassegnandosi.
Settant’anni dopo, quello pseudonimo è diventato qualcosa di più di un nome d’arte: lo Stato italiano lo ha riconosciuto ufficialmente come cognome. I suoi eredi potranno chiamarsi Mogol. Lui oggi si chiama, a tutti gli effetti, Giulio Rapetti Mogol. Una storia che comincia con una scommessa persa e finisce con un atto anagrafico: difficile immaginare una parabola più italiana di questa.
“Io non scrivo, io ascolto”
Ci sono autori che spiegano il loro mestiere con teorie e manifesti. Mogol, no. Il più celebre paroliere della canzone italiana smonta tutto con una semplicità che suona quasi come una provocazione.
“Molti mi chiedono come nasce un capolavoro. Io rispondo sempre che non sono io a scrivere, io ascolto. Mi metto in cuffia, chiudo gli occhi e lascio che le immagini arrivino.”
Il metodo creativo di Mogol è, in sostanza, una forma di resa consapevole. Non impone parole alla musica: le riceve. Se la melodia è intima, il testo deve essere intimo. Se una parola non suona, non è quella giusta e viene scartata senza rimpianti. “Il segreto è non forzare mai la nota”, ha detto sul palco, con quella calma che Gianni Morandi conosce bene.
È una filosofia che ha radici profonde nell’idea stessa di canzone popolare: non esibizione, ma racconto. Non virtuosismo, ma comunicazione. “Nel mondo i grandi cantanti cantano così… una volta si cantava per far sentire la voce, adesso si canta per comunicare in modo credibile.” E come precursore di questo stile “parlato”, Mogol ha citato Ornella Vanoni, figura spesso sottovalutata nella genealogia dell’interpretazione italiana.
Battisti: il narratore, non il cantante
È stato Morandi a offrire una delle chiavi interpretative più precise della serata, ricordando il proprio rapporto con il repertorio battistiano: “Ho provato una volta a cantarlo, l’ho anche inciso, poi l’ho nascosto perché la versione di Battisti… lui viene considerato come musicista, ma secondo me è un grandissimo interprete e canta come piace a Giulio: parlare, come se raccontasse.”
Battisti come narratore: è questa l’immagine che emerge. Non un cantante nel senso tecnico del termine, ma qualcuno capace di far entrare l’ascoltatore dentro una storia senza sbattere le porte. Una visione che rovescia molti dei giudizi convenzionali sulla sua figura.
Mogol ha anche affrontato temi meno celebrati: la divisione equa dei proventi SIAE, la battaglia per riconoscere al testo lo stesso valore morale e artistico della musica (“Non è per una questione di soldi, è una questione di equità”), e il consiglio, dato in piena contestazione politica degli anni ’70, di ritirarsi dalla scena pubblica per proteggerlo dal clima violento di quegli anni.
Ha smentito con nettezza le interpretazioni politiche di destra attribuite ai suoi testi, in particolare il celebre verso de Il mio canto libero: “Era un gesto mistico, spirituale… invocare il Signore, non un saluto fascista.”

L’incontro che non è ancora avvenuto
Il momento più intenso della serata è arrivato quando Mogol ha letto un passo del libro dedicato a Battisti e il moderatore Emilio Marrese ha chiesto se si fosse mai immaginato il giorno in cui si sarebbero reincontrati.
La risposta è stata senza esitazioni.
“Sì, continuamente. Penso che io il giorno che muoio lo incontrerò seduto su una seggiola con una chitarra in mano. La prima cosa che gli dirò? Lo abbraccerò.”
Il teatro è rimasto in silenzio per qualche secondo. Non il silenzio del disagio, ma quello del riconoscimento: quello che succede quando qualcuno dice una cosa vera.
La nazionale cantanti: da un’ambulanza rotta a 130 milioni di euro
La seconda parte della serata ha cambiato registro, e il merito è stato di Morandi, capace di portare leggerezza senza mai scivolare nella superficialità. Si è parlato della Nazionale Italiana Cantanti, e la storia della sua nascita è più assurda e commovente di quanto si potrebbe immaginare.
“Mi telefona e mi fa: ‘Ma giochi a pallone?'”, ha ricordato Morandi, mentre la sala rideva. Mogol cercava giocatori per aiutare la Croce Verde Sempione che aveva un’ambulanza rotta. Aveva già tre nomi certi: “Il guardiano del faro, Federico Monti Arduini e il suo commercialista.”
Da quell’inizio improvvisato, con cantanti che arrivavano in campo con le scarpe da tennis perché non sapevano servissero i tacchetti, e con un Claudio Baglioni che non aveva mai toccato un pallone e venne messo centravanti con risultati comici, è nata una delle iniziative benefiche più longeve e generose dello spettacolo italiano. In 45 anni di partite e iniziative, la Nazionale Cantanti ha raccolto e donato l’equivalente di 130 milioni di euro a ospedali e associazioni in tutta Italia: un risultato straordinario per qualcosa che era partito, letteralmente, da un’ambulanza rotta e da una telefonata.
Bologna, la città che capisce la canzone
Non è casuale che la serata si sia tenuta a Bologna, e Mogol lo ha detto senza retorica: “Bologna è una città che respira musica. Qui la gente capisce che la canzone popolare non è una cosa ‘leggera’ nel senso di superficiale, ma è la colonna sonora della nostra esistenza.”
Il Cinema Modernissimo, con la sua storia e la sua posizione nel cuore della città, era il luogo giusto per un incontro di questo tipo. Non uno showcase, non una serata nostalgia, ma una conversazione adulta sulla cultura italiana, condotta da due uomini che quella cultura l’hanno costruita.
Tra un aneddoto e l’altro, sono passati Adriano Celentano, Mina, Gianni Bella, Mango: figure che hanno gravitato nell’orbita di Mogol e Morandi, citati come si citano i vecchi amici, con affetto e qualche risata. Morandi ha preso in giro bonariamente Mogol per una presunta vocina acuta che aveva in passato, e Mogol si è difeso con la dignità di chi sa benissimo di avere sempre avuto ragione.

Alla fine, Mogol si è seduto a firmare copie del libro. La fila era lunga, decine e decine di persone. Un’immagine che dice tutto: c’è ancora un pubblico che vuole sapere come nascono le parole, chi sono le persone dietro le canzoni che hanno segnato la loro vita.
Senza paura non è solo un’autobiografia: è la mappa di un modo di fare arte che ha privilegiato sempre l’ascolto sulla performance, la semplicità sulla complessità ostentata, la vita reale sulla finzione. In un panorama musicale che spesso dimentica queste cose, risentirle dire con questa chiarezza è, di per sé, un atto culturale.


Chi è Mogol
Giulio Rapetti Mogol nasce a Milano il 17 agosto 1936. Figlio di Mariano Rapetti, discografico e paroliere, cresce immerso nel mondo della musica fin da bambino. Lo pseudonimo Mogol gli viene assegnato dalla SIAE tra le decine di varianti che lui stesso aveva proposto: lo accetta con scetticismo, convinto che non avrebbe lasciato traccia. Oggi è riconosciuto dallo Stato italiano come cognome a tutti gli effetti.
La sua carriera di paroliere decolla negli anni ’60 e raggiunge l’apice con il sodalizio artistico con Lucio Battisti, con cui firma alcuni dei brani più amati della storia della canzone italiana: Il mio canto libero, Emozioni, La canzone del sole, Acqua azzurra acqua chiara, Io vorrei non vorrei ma se vuoi, Pensieri e parole, E penso a te. Ma la sua penna ha attraversato decenni e generazioni, lasciando il segno anche con Gianni Morandi (Canzoni stonate), Mina (Parole parole), Adriano Celentano (Soli), Mango (Bella d’estate) e molti altri. Un catalogo sterminato che ha ridefinito il modo di scrivere testi in Italia.
Fondatore del CET (Centro Europeo di Toscolano), scuola di formazione per cantautori attiva dal 1982, ha dedicato decenni alla trasmissione del mestiere alle nuove generazioni. È anche tra i fondatori della Nazionale Italiana Cantanti, nata per scopi benefici e attiva da oltre 45 anni.
