Al MAST di Bologna, Lorenzo Basso e Marco Bani spiegano perché l’intelligenza artificiale non è una questione tecnica ma una sfida di civiltà che riguarda tutti.
C’è un momento in cui una tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un campo di battaglia politico. L’intelligenza artificiale ha già attraversato quella soglia. Il 12 marzo 2026, nell’auditorium del MAST di Bologna, due delle voci più autorevoli sul tema in Italia hanno presentato un libro pensato non per esperti, ma per cittadini. Un’ora e mezza di dialogo che ha trasformato concetti astratti in domande urgenti: chi decide come funzionano gli algoritmi? Chi controlla le infrastrutture che li alimentano? E soprattutto: siamo ancora in tempo per scegliere?

La tecnologia non è neutrale
Ad aprire il dialogo è stata Eleonora Capelli, giornalista della redazione bolognese del quotidiano “la Repubblica” che ha fissato subito le coordinate etiche del dibattito, attorno a un concetto mutuato dal teologo padre Paolo Benanti, consultore vaticano e figura di riferimento nel panorama internazionale dell’etica digitale: l’Algoretica.
“La sfida informativa è un atto etico, anche quando non lo dichiara”, ha ricordato Capelli, citando direttamente gli autori del libro. L’Algoretica non è una disciplina astratta: è il tentativo di garantire che le tecnologie intelligenti rispettino i diritti umani, la giustizia e il bene comune. Un richiamo necessario in un’epoca in cui le macchine prendono decisioni che ci riguardano senza che spesso ne siamo consapevoli.
Il punto di partenza è scomodo ma necessario: la tecnologia non è neutra. Anche quando è invisibile, anche quando si presenta come puro calcolo, l’intelligenza artificiale porta con sé le scelte di chi l’ha progettata. Valori, priorità, esclusioni: tutto questo si nasconde dentro modelli che miliardi di persone usano ogni giorno senza interrogarsi su chi li ha costruiti e con quali obiettivi.
Le nuove cattedrali
Capelli ha poi spostato lo sguardo verso le infrastrutture fisiche che rendono possibile l’IA: i Data Center, definiti nel libro le “nuove cattedrali” del nostro tempo. Non metafora decorativa, ma immagine precisa: come le cattedrali medievali concentravano potere spirituale ed economico, i grandi centri di elaborazione dati concentrano oggi il potere informativo del pianeta.
In questo contesto, Bologna non è sfondo neutro. La città ospita uno dei poli di supercalcolo più rilevanti d’Europa e si candida a diventare un nodo strategico per un’intelligenza artificiale a guida europea. La questione è diretta: se i dati che alimentano i sistemi di IA sono gestiti da infrastrutture controllate da potenze extra-europee, quali valori importiamo insieme alla tecnologia?
La sovranità tecnologica emerge così come il vero tema politico sottotraccia, quello che trasforma un libro di divulgazione in un atto civico.

Aldrovandi e la calcolatrice
Lorenzo Basso, informatico, imprenditore e senatore della Repubblica, ha risposto alla domanda che probabilmente molti in sala si portavano dentro: dobbiamo davvero avere paura di essere sostituiti dalle macchine?
La risposta è passata per un riferimento inaspettato e perfettamente calato nel contesto bolognese: Ulisse Aldrovandi, il naturalista del Cinquecento che in questa città costruì una delle prime “camere delle meraviglie”, raccogliendo fossili, libri, reperti di ogni genere con il sogno di catalogare l’intera conoscenza umana. “L’intelligenza artificiale è la realizzazione di quel sogno”, ha spiegato Basso: uno strumento capace di accedere a tutti i dati digitalizzati dell’umanità e restituirli in forma comprensibile.
Ma proprio qui sta il malinteso fondamentale da sciogliere. “Se chiedete una radice quadrata complessa a una calcolatrice da 20 centesimi, lei sarà più veloce di voi, ma non direste che è intelligente”, ha osservato Basso. L’IA non pensa: elabora, calcola, restituisce. Il test di Turing, che definisce intelligente una macchina quando non riusciamo a distinguerla da un essere umano in una conversazione, rivela in realtà un limite della nostra percezione, non una parità con l’intelletto umano.
Quanto ai licenziamenti di massa nel settore tecnologico, Basso non ha usato mezze misure: sono un errore industriale, oltre che eticamente contestabili. La macchina deve potenziare l’essere umano, non sostituirlo. Chi sceglie la sostituzione pagherà il prezzo di quella scelta in termini di innovazione mancata.
Le mani sul volante
Il passaggio di testimone tra i due autori ha chiarito l’architettura del libro. Basso ha analizzato “il motore”, ovvero la natura tecnica e concettuale dell’IA; Marco Bani offre invece gli strumenti per tenere “le mani sul volante”, cioè per tradurre la comprensione tecnologica in decisione politica e civica.
Bani, esperto di politiche dell’innovazione con un percorso che attraversa il Ministero dello Sviluppo Economico, l’Agenzia per l’Italia Digitale, il MIT e il King’s College di Londra, ha portato la conversazione sulla dimensione geopolitica della sfida. “Ogni decisione che prenderemo oggi, come cittadini e come istituzioni, determinerà la qualità della nostra libertà per i prossimi cinquant’anni”, ha detto con una precisione che non lascia spazio all’ottimismo pigro.

Sovranità, competenze e una via europea
Il cuore dell’intervento di Bani ruota attorno a un concetto che nel dibattito pubblico italiano è ancora troppo poco discusso: la complementarietà tra intelligenza umana e artificiale. La macchina eccelle nel calcolo, nella gestione di grandi moli di dati, nella velocità. L’essere umano porta qualcosa di diverso e non replicabile: pensiero critico, empatia, capacità di dare un senso etico alle informazioni.
Alla “tecno-ansia” dei giovani, quella paura di diventare obsoleti che Capelli aveva portato in apertura citando gli studenti di un liceo bolognese, Bani risponde con una prospettiva che rovescia l’angolazione: “Studia ciò che ti permette di capire il mondo, perché la tecnica si impara, ma la capacità di dare un senso ai dati è un tratto puramente umano”.
Il rischio reale non è la sostituzione, ma la subalternità: diventare utenti passivi di algoritmi progettati altrove, con valori altrui, in assenza di strumenti per interrogarli. Ecco perché l’Europa non può restare a guardare. Ecco perché Bologna, con il suo ecosistema accademico e infrastrutturale, ha una responsabilità che va oltre i confini regionali.
“Nel secolo dell’IA, la vera distinzione non sarà tra chi sa programmare e chi no, ma tra chi subisce le decisioni algoritmiche e chi ha gli strumenti per interrogarle e guidarle”, ha concluso Bani. Il libro nasce esattamente per questo: per costruire quella seconda categoria di persone.
Una cassetta degli attrezzi per il futuro
L’incontro al MAST si è chiuso con la consapevolezza che il futuro dell’intelligenza artificiale non è scritto in nessun codice, ma dipende dalle scelte collettive che sapremo compiere. “Il Secolo dell’IA” (Il Mulino, 2025) non è un manuale tecnico né un pamphlet allarmista: è un tentativo serio e accessibile di restituire ai cittadini gli strumenti per partecipare a una delle decisioni più importanti della storia contemporanea.
Capire l’algoritmo non è un compito per specialisti. È un atto politico. E forse, come suggerisce il dialogo tra Basso, Bani e Capelli, anche un atto di responsabilità verso chi verrà dopo di noi.

LORENZO BASSO, MARCO BANI
Il secolo dell’IA
Capire l’intelligenza artificiale, decidere il futuro
Viviamo in un’epoca di trasformazione profonda, in cui l’intelligenza artificiale non è più una questione tecnica riservata agli esperti, ma una sfida che riguarda ognuno di noi. Le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre libertà stanno già cambiando, spesso senza che ce ne accorgiamo. Questo libro nasce per offrire strumenti concreti a chi vuole capire, partecipare, decidere. Non è un manuale tecnico né un saggio accademico: è una mappa orientativa, una cassetta degli attrezzi per cittadini consapevoli. Tra filosofia, politica, educazione e tecnologia, il libro vuole essere un ponte tra mondi che troppo spesso non si parlano. Il secolo dell’IA non annuncia un destino inevitabile, ma un bivio collettivo. Chi decide come usare l’intelligenza artificiale? Per quale scopo? Capire l’IA oggi significa esercitare un diritto e un dovere: quello di scegliere il futuro, essere protagonisti consapevoli della più grande rivoluzione del nostro tempo.

Lorenzo Basso (Genova, 1976) è informatico e imprenditore: ha fondato una delle prime web-startup italiane e nel 2016 ha redatto la strategia nazionale “Industria 4.0”. È Honorary Chairman di Overnet e del gruppo MESA. Come senatore della Repubblica e vicepresidente della Commissione “Ambiente, Trasporti e Innovazione tecnologica”, ha promosso leggi su intelligenza artificiale, cybersicurezza e tecnologie quantistiche. Affianca all’impegno istituzionale una costante attività educativa rivolta alle nuove generazioni.

Marco Bani (Pisa, 1983) è esperto di politiche dell’innovazione e trasformazione digitale. Ha ricoperto ruoli di vertice al Ministero dello Sviluppo Economico, al MIUR e all’Agenzia per l’Italia Digitale, e ha lavorato nelle relazioni istituzionali per una grande azienda tecnologica americana. Dottore di ricerca alla Scuola Superiore Sant’Anna, ha condotto attività di studio e ricerca al MIT di Boston e al King’s College di Londra. Nerd da sempre, per sua stessa ammissione.
