Carlo Verdelli presenta al MAST di Bologna “Il diavolo in tasca” (Einaudi, 2026): il pamphlet che svela come la dipendenza da smartphone stia riscrivendo le relazioni tra genitori e figli.
Si chiama nomofobia, dal termine inglese no-mobile-phone-phobia, ed è la paura, sempre più diffusa e clinicamente riconosciuta, di restare senza telefono. Non è un capriccio generazionale: è il sintomo di una trasformazione profonda che Carlo Verdelli racconta in Il diavolo in tasca (Einaudi, 2026), presentato a Bologna nell’ambito della rassegna Le Voci dei Libri in dialogo con Marianna Aprile. Un libro che fa male nel modo giusto, perché il diavolo che descrive non abita altrove: sta in tasca a ciascuno di noi.
Una mutazione senza resistenza
Verdelli esordisce sgombrando il campo da un equivoco: Il diavolo in tasca non è un libro luddista. Non è la nostalgia di chi rimpiange il telefono a gettoni o diffida del microonde. È, semmai, un atto d’accusa preciso, documentato, costruito su fatti di cronaca reali, su ferite aperte nella carne della società.
“Il diavolo è la velocità con cui ci siamo fatti colonizzare senza opporre resistenza”, dice Verdelli. E quella velocità è la vera protagonista del libro: la rapidità con cui abbiamo ceduto la nostra attenzione, e con essa un frammento sostanziale di libertà, ad algoritmi progettati non per servirci ma per trattenerci.
Il cambiamento non è solo tecnico. È antropologico. Abbiamo modificato il modo in cui aspettiamo, il modo in cui desideriamo, persino il modo in cui guardiamo le persone intorno a noi: sempre con un occhio allo schermo, sempre con un’orecchio teso alla notifica successiva.
L’ipocrisia degli adulti
Il punto più scomodo del libro, quello che ha acceso il dibattito in sala, riguarda il ruolo dei genitori. È comodo, dice Verdelli, rimproverare un adolescente perché non stacca gli occhi dal telefono. Ma chi è il primo a non mollarlo durante la cena? Chi lo usa come baby-sitter digitale quando il figlio diventa ingestibile? Chi risponde a un messaggio di lavoro alle undici di sera davanti alla tv di famiglia?
“È inutile rimproverare un adolescente perché sta sempre al telefono quando il genitore è il primo a non staccarsene a tavola”, osserva l’autore. Siamo tutti, indistintamente, prigionieri dello stesso acquario di vetro. La differenza è che i ragazzi almeno non fingono di essere altrove.
Marianna Aprile ha raccolto il filo con precisione: la crisi educativa che Verdelli descrive non è una crisi di autorità, ma di esempio. Gli adulti hanno perso il diritto di indicare la via perché l’hanno smarrita per primi, affascinati dagli stessi meccanismi di dipendenza che ora condannano nei figli.

Nomofobia: la paura di non esistere
Durante l’incontro emerge un termine che vale la pena fissare nella memoria: nomofobia, da no-mobile-phone-phobia. Non è un neologismo da dizionario delle bizzarrie contemporanee. È una condizione clinica riconosciuta: l’ansia acuta, a volte paralizzante, che insorge quando ci si accorge di non avere il telefono, di avere la batteria scarica, di essere in una zona senza campo.
“Se il telefono è spento, noi non siamo raggiungibili, ma soprattutto non esistiamo per il mondo esterno”, spiega Verdelli. Lo smartphone ha smesso di essere uno strumento. È diventato una protesi dell’identità: toglierla fa male, genera un senso di vuoto che non è metaforico, ma fisico.
Per i ragazzi, cresciuti dentro questo sistema senza aver mai conosciuto il “prima”, la posta in gioco è ancora più alta. Un like mancato può avere il peso psicologico di un fallimento esistenziale. Un post senza risposta diventa la prova di una solitudine reale. Il digitale, nato per connettere, ha prodotto una delle solitudini più affollate della storia.
Dalla piazza al profilo: la democrazia sotto attacco
C’è un passaggio del dialogo tra Verdelli e Aprile che merita di essere sottolineato, perché va oltre la dimensione psicologica individuale e tocca qualcosa di più grande: il destino della democrazia.
“Non siamo più cittadini che si incontrano, ma profili che si scontrano”, dice Verdelli. La piazza fisica, con tutta la sua fatica, il suo rumore, il suo confronto corpo a corpo, è stata sostituita da un’arena digitale dove l’algoritmo fa da arbitro. E l’algoritmo non è neutro: premia ciò che genera più reazione, più tempo sullo schermo, più engagement. E cosa genera reazione? L’indignazione. L’odio. La conferma dei pregiudizi.
“L’algoritmo ti mostra ciò che ti trattiene più a lungo sulla piattaforma, non ciò che è giusto”: questa frase di Verdelli è forse la più densa dell’intera serata. Perché smonta l’idea, ancora diffusa, che i social siano uno specchio neutro della realtà. Sono, al contrario, uno specchio deformante, costruito per amplificare le emozioni più basse al servizio di un modello economico che trasforma il tempo dell’utente in profitto.
Siamo la materia prima di una nuova industria. I nostri click, le nostre pause, i nostri scroll notturni: tutto viene tradotto in dati, venduto, reimpiegato. “In questo acquario l’acqua sta diventando tossica”, dice Verdelli, “e noi continuiamo a nuotarci dentro convinti di essere liberi solo perché possiamo scegliere il colore dei pixel”.
La connessione non è una relazione
C’è una distinzione che Marianna Aprile introduce a partire dal libro, e che forse è la più necessaria dell’intera serata: quella tra connessione e relazione.
“Abbiamo scambiato la connessione per la relazione”, dice Verdelli. La connessione è tecnica, immediata, indolore. La relazione è fatica: richiede presenza fisica, sguardi, odori, persino il conflitto. Richiede di stare nell’imbarazzo di un silenzio, nella difficoltà di un disaccordo. I social offrono un surrogato asettico che ci illude di non essere soli, mentre ci chiude in bolle dove sentiamo soltanto l’eco amplificata dei nostri pensieri.
I ragazzi che Verdelli descrive nel libro non sanno più gestire il vuoto, l’attesa, la noia. Tutto deve essere immediato, performativo, visibile. Se non è sullo schermo, non esiste. È quella che l’autore chiama, con una formula che colpisce, “una mutazione genetica del sentimento”.

IL DIAVOLO IN TASCA
Genitori e figli prigionieri del telefonino
Un manuale di resistenza (e di sopravvivenza)
Nonostante i toni del reportage siano a tratti cupi, il libro e l’incontro non si chiudono nella rassegnazione. Verdelli propone, nelle ultime pagine, qualcosa che lui stesso definisce un’igiene mentale: una serie di gesti piccoli, concreti, praticabili, per rimettere il telefono al suo posto.
Disattivare le notifiche. Riprendersi il silenzio. Tornare alla lettura di un libro di carta che non interrompe il pensiero con un banner, non rimanda a un link, non registra il tempo che gli dedichiamo. Non è nostalgia: è disconnessione consapevole, l’atto intenzionale di rifiutare la tirannia dell’urgenza digitale.
“Il tempo è l’unica cosa che non ci restituisce nessuno”, conclude Verdelli. “Se lo regaliamo a una multinazionale di Menlo Park, lo stiamo togliendo ai nostri figli, ai nostri amici, a noi stessi”. I telefoni devono tornare a essere strumenti, non padroni.
Stare con se stessi: il gesto più rivoluzionario
La chiusura della serata spetta a Marianna Aprile, e ha la forma di una sfida gentile. Prima di salutare il pubblico, invita tutti a un piccolo esperimento: “Per la prossima ora, provate a dimenticare il telefono in borsa”.
Una frase semplice. Quasi banale. Eppure, nella sala, qualcuno ha sorriso con l’imbarazzo di chi sa che non riuscirà. E proprio in quell’imbarazzo c’è tutta la sostanza del libro di Verdelli: non nell’algoritmo, non nel capitalismo digitale, non nell’adolescente curvo sullo schermo. C’è in noi. Nella nostra difficoltà, ormai strutturale, a stare con noi stessi senza un mediatore elettronico.
Il diavolo in tasca è un libro che dà fastidio nel modo giusto. Costringe a guardare uno schermo, e a chiedersi: chi ci sta guardando, dall’altra parte?

Le parole del “Diavolo”
Per orientarsi nella nuova geografia del capitalismo digitale citata da Carlo Verdelli.
- Nomofobia: (Dall’inglese No-Mobile-Phone-Phobia). La paura irrazionale di rimanere senza il proprio smartphone o di non avere accesso alla rete. È considerata una vera e propria patologia dell’era moderna, con sintomi che vanno dall’ansia acuta alla tachicardia.
- Capitalismo della Sorveglianza: Espressione (coniata da Shoshana Zuboff) che indica un nuovo ordine economico che utilizza l’esperienza umana come materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di previsione e vendita.
- Economia dell’Attenzione (Attention Economy): Modello di business in cui l’attenzione dell’utente è la risorsa limitata più preziosa. Le piattaforme sono progettate per massimizzare il tempo trascorso online attraverso meccanismi di gratificazione istantanea (come i “like”).
- Algoritmo di Polarizzazione: Sistema di calcolo che seleziona i contenuti da mostrare all’utente in base alle sue preferenze passate, tendendo a isolarlo in una “bolla” (Filter Bubble) e a mostrargli contenuti estremi che stimolano l’indignazione per aumentare l’interazione.
- Disconnessione Consapevole: L’atto intenzionale di sospendere l’uso della tecnologia per riappropriarsi della propria presenza mentale, del silenzio e della qualità delle relazioni fisiche.

Chi è Carlo Verdelli
Nato a Milano nel 1957, Carlo Verdelli è uno dei giornalisti più autorevoli del panorama italiano. Nel corso della sua carriera ha diretto La Gazzetta dello Sport, la Repubblica, i settimanali Sette, Vanity Fair e Oggi, ed è stato il primo direttore editoriale per l’offerta informativa nella storia della Rai. Attualmente è editorialista del Corriere della Sera, su invito del direttore Luciano Fontana. Oltre all’attività giornalistica, nel 2020 è stato messo sotto scorta a seguito di minacce ricevute durante la direzione di la Repubblica, episodio che racconta molto del clima in cui lavora chi fa giornalismo scomodo. Ha pubblicato I sogni belli non si ricordano (Garzanti, 2014), Roma non perdona (Feltrinelli, 2019) e Acido. Cronache italiane anche brutali (Feltrinelli, 2021). Il diavolo in tasca (Einaudi, 2026) è il suo ultimo libro.

Chi è Marianna Aprile
Nata a Bari nel 1976, figlia del giornalista Pino Aprile, si è laureata con lode in Antropologia alla Sapienza di Roma. Ha lavorato a lungo come caporedattrice del settimanale Oggi, che ha lasciato nel dicembre 2024. Oggi collabora con Marie Claire, conduce In Onda su La7 con Luca Telese e Amici e nemici su Radio24 con Daniele Bellasio. Come scrittrice ha pubblicato Il grande inganno (Piemme, 2019), il romanzo In balia (La nave di Teseo, 2021) e, insieme a Luca Telese, Materiali resistenti. Fare la cosa giusta in un Paese che cambia (Piemme, 2025).
