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Solo la città porosa può salvarci dalla segregazione

Gaia Montale 22 Novembre 2025 4 minutes read

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Il sociologo americano Richard Sennett invita a ripensare lo spazio urbano come membrana vivente, capace di respirare e adattarsi.

Contro la tirannia dell’ordine, un’etica dell’incompletezza. Incontro al MAST per la Biennale Foto Industria | HOME


Sotto la luce blu dello schermo che annuncia “The Open City”, Richard Sennett ha tracciato una diagnosi scomoda della contemporaneità: abbiamo barattato la vitalità urbana per un’illusione di sicurezza, la sorpresa dell’incontro per una stabilità che ci impoverisce. Il sociologo americano, tra i più influenti pensatori della città moderna, ha sfidato uno dei dogmi più radicati dell’urbanistica: l’ordine come valore supremo.

La trappola della chiarezza

Siamo cresciuti credendo che una città efficiente debba essere una città “chiara”, dove ogni funzione ha il suo luogo deputato e ogni gruppo sociale il suo recinto. Sennett smonta questa convinzione con lucidità: una forma urbana che valorizza eccessivamente la stabilità e l’omogeneità conduce inevitabilmente alla segregazione umana. La chiarezza urbanistica separa il ricco dal povero, isola l’abitare dal lavorare, ci illude di poter controllare l’imprevedibile. Una città chiusa, ha avvertito, è un luogo dove non accade nulla che non sia stato previsto: una forma di atrofia sociale.

La membrana che respira

Qual è l’alternativa? Sennett introduce un concetto quasi tattile: la porosità. Lontano dall’idea del muro che divide, il sociologo invita a immaginare lo spazio pubblico come una membrana vivente. Una città porosa è una città che respira, dove i confini non sono barriere ermetiche ma margini attivi, luoghi di scambio e frizione necessaria. I confini, insomma, non per separare ma per mettere in relazione.

L’analisi sociologica qui tocca l’urgenza ambientale. Di fronte al cambiamento climatico, una città rigida e “finita” si rivela fragile, destinata a spezzarsi. Al contrario, i luoghi urbani concepiti come forme incomplete – capaci di adattarsi ed evolversi – rappresentano l’unica risposta realistica per il futuro. L’incompletezza non è sciatteria progettuale, ha precisato Sennett: è l’umiltà di lasciare spazio a ciò che verrà.

La disabitudine alla complessità

Perché le piazze perdono centralità? Perché il ritiro nel privato sembra l’unica opzione? La risposta, secondo Sennett, risiede nella nostra disabitudine alla complessità. Abbiamo paura dell’attrito, dell’incontro imprevedibile. Eppure, come ha ricordato richiamando la sua esperienza di violoncellista, la società funziona come la musica da camera: richiede l’ascolto della dissonanza e la capacità di coordinarsi con l’altro, con lo Straniero. La vita pubblica è esercizio di cooperazione, non ricerca di conforto.

Cittadini artigiani

Il messaggio finale è un invito alla responsabilità. Sennett chiede di smettere di cercare rifugio in una stabilità artificiale per diventare cittadini “artigiani”, capaci di riparare il tessuto sociale non costruendo muri più alti, ma aprendo varchi. La “Città Aperta” non è un semplice progetto su carta: è una postura etica. È il coraggio di accettare che l’incontro con l’altro, per quanto disordinato o incompleto, è l’elemento essenziale che mantiene viva una democrazia.

Con oltre cinquant’anni di osservazione delle città – da New York a Londra, dalle cattedre di Harvard e della London School of Economics alle consulenze per le Nazioni Unite – Richard Sennett continua a interrogarci sul senso profondo dell’abitare. La sua trilogia sull’Homo Faber, culminata con Costruire e abitare. Etica per la città (2018), resta un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere il nesso tra spazio urbano e convivenza umana.


Richard Sennett: Il sociologo con l’anima da musicista

Considerato uno dei sociologi più influenti della contemporaneità, Richard Sennett incarna la figura dell’intellettuale globale. Americano di nascita, a lungo residente a New York, oggi vive a Londra, dove presiede il London Centre for the Humanities.
La sua carriera accademica è segnata dall’eccellenza, con docenze presso Harvard e la London School of Economics. Tuttavia, Sennett non è un teorico da torre d’avorio: ha prestato la sua esperienza come consulente per le Nazioni Unite, lavorando su programmi urbani cruciali che legano lo sviluppo delle città alla sfida del cambiamento climatico.
L’Homo Faber e la Trilogia Negli ultimi cinquant’anni ha esplorato a fondo la vita sociale urbana e il mondo del lavoro. È celebre per la sua trilogia dedicata all’Homo Faber, che indaga come l’uomo plasma se stesso attraverso ciò che fa. Questa serie culmina con Costruire e abitare. Etica per la città (2018), preceduto da L’uomo artigiano (2008) e Insieme (2012). Tra le sue opere fondamentali ricordiamo anche L’uomo flessibile (1999) e La coscienza dell’occhio (1992).
Il Violoncello come metodo Un dettaglio biografico illumina il suo pensiero: Sennett è stato un violoncellista e ha girato l’Italia con vari gruppi di musica da camera. Questa esperienza musicale non è accessoria, ma fondante per la sua teoria della cooperazione: suonare insieme richiede ascolto, ritmo e la gestione dell’imprevisto, esattamente come vivere in una città democratica.
Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti figurano il Premio Hegel, il Premio Spinoza e la Centennial Medal dell’Università di Harvard.


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Gaia Montale

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Analista di Eventi culturali e Moderatrice

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Tags: Bologna Eventi a Bologna Foto Industria MAST Richard Sennett

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