19.05.1985

LA NOTTE DELLA PAURA

GAZZETTA DI SIRACUSA
EDIZIONE STRAORDINARIA


AUGUSTA, PRIOLO, MELILLI, TRE CITTA’ SCONVOLTE DALL’ESPLOSIONE ALL’ICAM

LA NOTTE DELLA PAURA

E a duecento metri dalle fiamme l’Andrea Doria, carica di missili

Sei operai feriti nell'incidente, a Priolo muore una donna per un infarto
Alle 23,35 il primo boato poi le fiamme alte 400 metri
E l'Andrea Doria con i suoi missili era lì vicino

PRIOLO - A mezzogiorno la cosiddetta "zona fredda" (ironia della sorte) dell'Icam era ancora avvolta dalle fiamme. Le squadre di vigili del fuoco di Siracusa, Augusta, Catania, della Montedison, attendevano che si consumasse tutto l'etilene rimasto nell'impianto, dopo la notte d'inferno in cui le fiamme hanno raggiunto circa 400 metri di altezza, visibili da Catania. E dopo 4 tremendi boati avvertiti per chilometri e chilometri.
Il più grande incendio della storia del polo chimico ha fatto evacuare quasi completamente le città di Augusta, Priolo e Melilli. Migliaia di persone hanno dormito in macchina e molti non sono ancora tornati dalle abitazioni di parenti ed amici, a Siracusa, a Floridia, a Lentini.
Il primo boato alle 23 e 25. Nello stabilimento c'erano 21 turnisti, fra capireparto, "quadristi" e operai. Tre o quattro persone erano chiuse nel bunker che è la sala quadri, una modernissima struttura di controllo della funzionalità e della produzione dell'impianto, il più grande produttore di etilene d'Europa:
La prima apparecchiatura a saltare è stata proprio una colonna di distillazione dove il petrolio si trasforma in etilene. Si è subito trasformata in una enorme torcia di trenta metri con una fiamma alta, dicono i primi testimoni, fino a 400 metri. Dopo la prima colonna, a cui ne sono seguite altre, il fuoco ha avvolto tre o quattro "sigari" (serbatoi orizzontali che ricordano, per la forma, appunto il sigaro) ed un reattore.
A mezzanotte, quando il cronista arriva sul posto, vi sono già decine di mezzi dei vigili del fuoco, della polizia, dei carabinieri, e due pullman della marina militare pieni di marinai. Il traffico più caotico è davanti il cancello del Cr, il più vicino all'Icam e in prossimità dell'autorimessa dei vigili del fuoco della Montedison, i primi ad accorrere.
E sono cinque vigili ad essere per primi feriti, per fortuna leggermente, e a rimanere intossicati dal fumo prodotto dalle fiamme infernali. Si tratta di Gaspare Vivinetto di 38 anni e Giuseppe Marino di 47 anni entrambi di Carlentini, ricoverati nel reparto di chirurgia dell'ospedale siracusano con ustioni di primo e secondo grado. Gli altri tre vigili sono anch'essi ustionati in particolar modo alle braccia e alle natiche. Paolo La Rosa, Concetto Germano e Gianni Lauretta, questi i loro nomi, ne avranno per una settimana circa. Il sesto ferito, Filippo Bellardita, 43 anni, di Caltagirone, un capoturno dell'impianto ha entrambe le gambe fratturate, ematomi e ustioni alle braccia.
Per quanto riguarda le intossicazioni a seguito dell'incidente l'Icam ha smentito le notizie diffusesi in un primo momento in merito alla formazione di S02 anidride solforosa. Secondo i tecnici dell'industria infatti pare che l'etilene, a ragione della sua composizione chimica. non sviluppi zolfo.
Attorno all'una, in una improvvisata conferenza stampa nello studio di Carmelo Calafiore, i tecnici informano i primi cronisti arrivati a Siracusa e Catania che la situazione è sotto controllo. Automaticamente le apparecchiature della sala quadri hanno bloccato l'afflusso di prodotti infiammabili allo stabilimento.
Questo è stato ovviamente fermato, come fermata è stata tutta la Montedison.
Nella notte si è sparsa la voce che un morto c'era stato. Si è poi appreso che si tratta della sessantenne Concetta Nicita in Mignosa, sorella del deputato regionale Dc Santi Nicita.
La signora stava fuggendo da Priolo in macchina con i familiari. È morta colpita da un collasso cardiaco dovuto evidentemente al terrore dell'esplosione, delle fiamme e della evacuazione.
La macchina della protezione civile messasi in moto dopo una veloce consultazione in prefettura e guidata dal prefetto Presti e dal colonnello dei carabinieri Snaiderbauer è partita da pochi minuti dopo lo scoppio della colonna, pare provocato da una fuga di gas..
Facendo una valutazione a caldo si può dire che la protezione civile non ha potuto tenere tutto sotto controllo, ed in particolare l'evacuazione di Priolo e Augusta. Qui il ponte della "Porta Spagnola" è rimasto praticamente intasato e molta gente è scappata dall'isola a piedi verso monte Sant'Elena. Che fine ha fatto l'esercitazione di tre o quattro anni fa quando, sulla carta, si ipotizzò una evacuazione via mare e via aria?
Tutte le navi del porto sono state poste in all'erta tramite la stazione radio di Augusta. Attraccato al pontile della NATO c'era, al momento dello scoppio l'incrociatore lanciamissili della Marina Militare "Andrea Doria". Pare stando ad indiscrezioni, che la nave avesse fatto proprio due giorni fa il pieno di munizioni, in particolare missili terra-terra e terra-aria. Un carico pericolosissimo che se fosse stato raggiunto dalle fiamme, a non più di 200-300 metri di distanza, avrebbe certamente rappresentato un grandissimo pericolo per la zona, non solo per i 500 marinai a bordo. Anche l'"Andrea Doria" si è allontanata in posizione di sicurezza.
Il panico non ha risparmiato anche operai abituati purtroppo a scene simili. Vecchi turnisti erano in lacrime e terrorizzati. Due donne, verso le 2 di notte, arrivano alla portineria del Cr, cercano i loro mariti che avrebbero dovuto già essere di ritorno a casa, finito il turno. Nessuno sa dare informazioni. La confusione è completa. Poi si apprende che uno dei due operai è già tornato a casa, l'altro viene trovato vagabondo ed in preda allo choc per le strade deserte di Priolo.
(Gazzetta di Siracusa lunedi 20 maggio 1985)


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20.05.1985

UNA LUNGA NOTTE DI FUOCO

L’Ora 20 maggio 1985

Terribile incendio all'impianto Icam
Il primo scoppio alle 23,35 di ieri sera, quando è saltata una colonna di distillazione
Migliaia di persone in fuga da Augusta e Priolo, evacuata Melilli

Una lunga notte di fuoco

PRIOLO- Nella tarda mattinata, l'impianto Icam brucia ancora. Tutti aspettano con terrore che il prodotto infiammabile contenuto nelle apparecchiature e nelle condutture venga consumato dalle fiamme. La notte è stata un inferno terribile.
L'incendio più esteso della storia del polo chimico ha fatto evacuare completamente Priolo ed anche ad Augusta migliaia di persone hanno dormito fuori in macchina, fuggendo verso nord su monte Sant'Elena: molti a piedi perché l'unico ponte che collega l'isola alla terraferma era stato bloccato dalle auto in fuga.
Melilli, sui monti Climiti, è stata evacuata anche su disposizione del sindaco.
Le fiamme in cui era avvolto l'Icam (stabilimento dell'Eni) raggiungevano grandi altezze, illuminando tutta la baia. La scena era visibile da Siracusa e da Catania.
I quattro boati che hanno accompagnato l'incendio sono stati sentiti fino a Taormina.
Il primo scoppio alle 23,25. Nello stabilimento c'erano ventuno turnisti, operai e il capoturno. Tre o quattro persone chiuse nel bunker della sala quadri, gli altri al posto di lavoro fra scambiatori di calore, forni e colonne di distillazione.
La prima apparecchiatura a saltare è stata proprio una colonna di distillazione, dove il petrolio diventa etilene. Si è subito trasformata in una sorta di gigantesca torcia di 30 metri con una fiamma altissima. Qualche minuto dopo, uno dopo l'altro, gli altri tre scoppi: un reattore e due "sigari", cioè serbatoi orizzontali lunghi qualche decina di metri dalla forma appunto di giganteschi sigari. Poi prendono fuoco altre colonne.
A mezzanotte, quando il cronista arriva sul posto, vi sono già al lavoro decine di mezzi dei vigili del fuoco di Siracusa, Augusta e Catania, e poi centinaia fra carabinieri, poliziotti e guardia di finanza (la zona è area doganale). Mentre dai cancelli della portineria nord affluiscono a gran velocità mezzi e uomini (moltissimi gli operai richiamati da casa), i vigili del fuoco della Montedison, che praticamente attaccata all'Icam, tentano di arginare le fiamme.
Dalla sala quadri intanto sono stati attivati tutti i dispositivi automatici del moderno impianto per bloccare l'afflusso di ogni prodotto infiammabile a quella parte dello stabilimento in fiamme. Una zona chiamata dai tecnici, ironia della sorte, "zona fredda".
Durante le operazioni di arginamento delle fiamme, tre pompieri Montedison restano leggermente feriti ed intossicati. Sono Gaspare Vivinetto, di 38 anni, Giuseppe Marino di 47, e Paolo La Rosa, di 45. Ferito anche il caposquadra Filippo Bellardita, che ha riportato una contusione ad una gamba essendo caduto durante la fuga. A tarda notte si sparge la voce, poi confermata, che è morta la signor Concetta Nicita in Mignosa, 60 anni, sorella dell'ex presidente della Regione, on. Santi Nicita. Stava fuggendo da Priolo in macchina con i familiari. Sofferente di cuore, è stata colta da un collasso cardiaco dovuto al terrore dei boati e della fuga.
La macchina della protezione civile, guidata dal colonnello dei carabinieri Snaiderbauer, si è messa in moto. Ma c'è stato poco da fare: L'evacuazione delle popolazioni di Priolo e di Augusta è stata spontanea, come avviene ormai da trent'anni a questa parte. I soccorritori non hanno potuto far altro che bloccare tutte le vie di accesso al petrolchimico.
Tutte le navi del porto sono state fatte allontanare. Nessuno ha parlato del fatto che a centinaia di metri dall'Icam in fiamme c'era, attraccata al pontile Nato l'incrociatore lanciamissili della Marina Militare "Andrea Doria", che proprio qualche giorno fa aveva fatto il pieno di munizioni fra cui decine di missili terra aria e terra-terra. A bordo dell'incrociatore almeno 500 marinai. L'Andrea Doria, come le petroliere, è stata fatta allontanare.
Il panico non ha risparmiato operai di grande esperienza che alla Montedison di incendi ne hanno visto piu d'uno. Alla portineria del Cr, verso mezzanotte sono arrivate, riuscendo ad evitare i posti di blocco, due donne in lacrime. Cercavano i loro mariti che avrebbero dovuto essere già di ritorno dal turno. Nessuno sapeva dare loro indicazioni. Poi si è appreso che uno era riuscito a tornare a casa a l'altro, in preda allo shock girovagava terrorizzato per le strade deserte di Priolo.
All'una di notte il responsabile alle relazioni esterne della Montedison, Carmelo Calafiore, improvvisa una conferenza stampa nel suo ufficio, a qualche centinaio di metri dalle fiamme. Le prime spiegazioni sull'accaduto le dà qualche minuto dopo l'ingegnere Alessandro Carattoni, responsabile di tutti i cracking italiani dell'Eni. All'Eni infatti, e non più alla Montedison, appartiene da un paio d'anni il piu grande impianto di etilene d'Europa. Il tecnico che si trova nella zona da qualche giorno, ha spiegato che secondo i primi accertamenti tutto sarebbe cominciato dalla perdita di una valvola.
Dall'altra parte della finestra l'Icam continuava a bruciare: il dirigente diceva che il 20-30% della fabbrica è irrimediabilmente perduto. “Lo rimetteremo in attività”, dice, "occorrerà qualche mese". Il capo del personale, dottor Angelo Pennisi, svegliato nella notte, ripeteva più volte scuotendo il capo: "È andata bene, è andata bene!".
Carmelo Miduri
(Ma fino a quando?)

Si ripropone il problema sicurezza

PRIOLO- Ore 3.08 di lunedi 12 novembre 1979: scoppia l'impianto di fertilizzanti AM/6 della Montedison. Tre i morti: Carmelo Puleo, Mario Lombardo e Giovanni Terranova. Fu l'ultimo grande incidente del petrolchimico. Anche in quell'occasione era una notte tra la domenica ed il lunedi.
Questa coincidenza stanotte veniva fatta notare da molti, operai ed abitanti di Priolo, che non dormono mai sonni tranquilli, pronti a scappare o a ricevere la terribile notizia sul congiunto che lavora in fabbrica. "Questi impianti non dovevano farli", grida appoggiata all'auto dove si è rifugiata la signora Salvatrice Gozzo che di evacuazioni in tanti anni ne ha vissute sei. “Sempre di sabato e domenica succede” - aggiunge – “perché non c'è sicurezza!” E la questione della sicurezza nei prossimi giorni sarà ripresa da tutti, sindacati per primi, dopo anni di apparente pace tra le parti sull'argomento, forse sottovalutato perché la crisi fa pensare ad altro: ai disoccupati, alla cassa integrazione.
L'impianto di etilene Icam-Riveda si cominciò a costruirlo nel 1975. Il costo preventivato fu 350 miliardi, ma a costruzione ultimata, nel 1980, i miliardi spesi dall' Anic e dalla Montedison, erano stati molti di più.
L'impianto, ritenuto modernissimo, andò in funzione con due anni di ritardo perché bloccato dai controlli.
L'allora pretore di Augusta Antonino Condorelli non si fidava delle dichiarazioni rassicuranti delle aziende sulla bontà degli scarichi a mare. Due anni fa passò completamente all'Eni, rimase collegato con altri impianti della Montedison a cui fornisce una parte delle 600 mila tonnellate annue di etilene e suoi derivati.
La distruzione del 20-30 per cento della fabbrica significa che la produzione "non potrà essere riavviata se non tra vari mesi", ci dice I'ing. Alessandro Carattoni, capo dei cracking Eni.
L'Icam è collegata all'Anic di Gela, con un etilenodotto, per cui anche questa fabbrica sarà in difficoltà. Ancora nessuno lo dice, ma si prevedono tempi neri anche per l'occupazione, sia a Priolo che, forse, in altri stabilimenti Montedison ed Eni d'Italia. "Dopo anni di crisi, proprio in questo momento il mercato dell'etilene andava bene", commenta I'ing. Carattoni. "Perderemo chissà quanti miliardi" .
Come è potuto accadere un disastro simile proprio nell'impianto più moderno e sofisticato del petrolchimico? E questa la domanda di fondo a cui dovrà rispondere un'indagine della magistratura e della stessa Eni Chimica. Una domanda inquietante, che ripropone la questione sicurezza e quindi il problema degli organici (l'Icam impiega 406 persone, un posto di lavoro è costato cioè un miliardo) e degli operai in turno (solo 21 stanotte).
Carmelo Miduri
(L'Ora lunedi 20 maggio 1985)

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