TORNA
A CATANIA - TUTTI
I VIP DI CATANIA
Giovanni
Verga nasce il 2 settembre
1840 a Catania (secondo alcuni a Vizzini,
dove la famiglia aveva delle proprietà),
da Giovanni Battista Verga Catalano,
discendente dal ramo cadetto di una
famiglia nobile, e da Caterina di
Mauro, appartenente alla borghesia
catanese. I Verga Catalano erano una
tipica famiglia di "galantuomini"
ovvero di nobili di provincia con scarse
risorse finanziarie, ma costretti a
ben comparire data la posizione sociale.
Insomma, il perfetto ritratto di una
tipica famiglia uscita dai romanzi di
Verga!
Non manca al quadro la lite con i parenti
ricchi: le zie zitelle, le avarissime
"mummie" e lo zio Salvatore
che, in virtù del maggiorascato,
aveva avuto in eredità tutto
il patrimonio, a patto che restasse
celibe, per amministrarlo in favore
anche dei fratelli. Le controversie
si composero probabilmente negli anni
Quaranta e i rapporti familiari furono
in seguito buoni come rivelano le lettere
dello scrittore e la conclusione di
un matrimonio in famiglia tra Mario,
il fratello di Giovanni detto Maro,
e Lidda, figlia naturale di don Salvatore
e di una contadina di Tèbidi.
Compiuti gli studi primari e medi sotto
la guida di Carmelino Greco e di Carmelo
Platania, Verga segue le lezioni di
don Antonino Abate, poeta, romanziere
e acceso patriota, capo di un fiorente
studio in Catania. Alla sua scuola,
oltre ai poemi dello stesso maestro,
legge i classici: Dante, Petrarca, Ariosto,
Tasso, Monti, Manzoni e le opere di
Domenico Castorina, poeta e narratore
di Catania, di cui l'Abate era un commentatore
entusiasta.
Nel 1845, a causa di un'epidemia di
colera, la famiglia Verga si trasferisce
a Vizzini quindi nelle sue terre di
Tèbidi, fra Vizzini e Licodia.
Qui termina di scrivere il suo primo
romanzo, iniziato l'anno precedente,
"Amore e Patria", che, al
momento, non verrà però
pubblicato per consiglio del canonico
Mario Torrisi, di cui il Verga fu alunno.
Per desiderio del padre si iscrive alla
facoltà di legge dell'Università
di Catania, senza dimostrare tuttavia
molto interesse per gli studi giuridici,
che abbandona definitivamente nel 1861
per dedicarsi, incoraggiato dalla madre,
all'attività letteraria.
Nel 1860 si arruola nella Guardia Nazionale
istituita dopo l'arrivo di Garibaldi
a Catania, prestandovi servizio per
circa quattro anni. Fonda, dirigendolo
per soli tre mesi, insieme a Nicolò
Niceforo e ad Antonino Abate, il settimanale
politico "Roma degli Italiani",
con un programma unitario e anti-regionalistico.
Nel 1861 inizia la pubblicazione, a
sue spese presso l'editore Galatola
di Catania, del romanzo "I carbonari
della montagna", cui aveva lavorato
già dal 1859; nel 1862 uscirà
il quarto e ultimo tomo del libro che
l'autore invierà, fra gli altri,
anche ad Alexandre Dumas. Collabora
alla rivista "L'ltalia contemporanea",
probabilmente pubblicandovi una novella
o meglio il primo capitolo di un racconto
realista. L'anno successivo lo scrittore
viene colpito da un lutto famigliare:
perde infatti l'amato padre. Nel maggio
si reca, per la prima volta, rimanendovi
almeno fino al giugno, a Firenze, dal
1864 capitale d'Italia e centro della
vita politica e intellettuale. Di questo
periodo è la commedia, inedita,
"I nuovi tartufi" (in testa
alla seconda stesura si legge la data
14 dicembre 1886), che fu inviata, anonima,
al Concorso Drammatico Governativo.
Nel 1867 una nuova epidemia di colera
lo costringe a rifugiarsi con la famiglia
nelle proprietà di Sant'Agata
li Battiati. Ma il 26 aprile 1869 parte
da Catania alla volta di Firenze, dove
soggiornerà
fino al settembre. Viene introdotto
negli ambienti letterari fiorentini
e prende a frequentare i salotti di
Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg,
venendo a contatto con scrittori e intellettuali
dell'epoca come il Prati, l'Aleardi,
il Maffei, il Fusinato e l'Imbriani
(quest'ultimo autore di capolavori a
tutt'oggi ancora poco conosciuti). In
questo stesso periodo, ha inizio l'amicizia
con Luigi Capuana, scrittore e intellettuale
meridionale. Conosce anche Giselda Fojanesi,
con la quale compie il viaggio di ritorno
in Sicilia. Comincia a scrivere "Storia
di una capinera" (che uscirà
a puntate nel giornale di moda "La
Ricamatrice"), e il dramma "Rose
caduche". Corrisponde regolarmente
con i familiari, informandoli minutamente
della sua vita fiorentina (da una lettera
del '69: "Firenze è davvero
il centro della vita politica e intellettuale
d'Italia qui si vive in un'altra atmosfera
[ ...] e per diventare qualche cosa
bisogna [...] vivere in mezzo a questo
movimento incessante, farsi conoscere,
e conoscere, respirarne l'aria, insomma").
Nel novembre 1872 si trasferisce a Milano,
dove rimarrà, pur con frequenti
ritorni in Sicilia, per circa un ventennio.
Grazie alla presentazione di Salvatore
Farina e di Tullo Massarani, frequenta
i più noti ritrovi letterari
e mondani: fra l'altro i salotti della
contessa Maffei, di Vittoria Cima e
di Teresa Mannati-Vigoni. Si incontra
con Arrigo Boito, Emilio Praga, Luigi
Gualdo, amicizie da cui deriva uno stretto
e proficuo contatto con temi e problemi
della Scapigliatura. Inoltre, ha modo
di frequentare la famiglia dell'editore
Treves e il Cameroni. Con quest'ultimo
intreccia una corrispondenza epistolare
di grande interesse per le posizioni
teoriche sul verismo e sul naturalismo
e per i giudizi sulla narrativa contemporanea
(Zola, Flaubert, Vallés, D'Annunzio).
Il 1874, al ritorno a Milano in Gennaio,
ha una crisi di sconforto: il 20 del
mese, infatti, il Treves gli aveva rifiutato
"Tigre reale", cosa che lo
spinge quasi a decidere il rientro definitivo
in Sicilia. Supera però rapidamente
la crisi buttandosi nella vita mondana
milanese (anche in questo caso un documento
prezioso sono le lettere ai familiari,
in cui è possibile leggere un
minutissimo resoconto, oltre che dei
suoi rapporti con l'ambiente editoriale,
di feste, veglioni e teatri), scrivendo
così in soli tre giorni "Nedda".
La novella, pubblicata il 15 giugno
nella "Rivista italiana di scienze,
lettere e arti", ha un successo
tanto grande quanto inaspettato per
l'autore che continua a parlarne come
di "una vera miseria" e non
manifesta alcun interesse, se non economico,
al genere del racconto.
"Nedda" è subito ristampata
dal Brigola, come estratto dalla rivista.
Verga, spinto dal buon esito del bozzetto
e sollecitato dal Treves, scrive nell'autunno,
tra Catania e Vizzini, alcune delle
novelle di "Primavera" e comincia
a ideare il bozzetto marinaresco "Padron
'Ntoni" (che confluirà poi
nei "Malavoglia"), di cui,
nel dicembre, invia la seconda parte
all'editore. Raccoglie intanto in volume
le novelle scritte fino ad allora, pubblicandole
presso il Brigola con il titolo "Primavera
ed altri racconti".
Il romanzo procede lentamente, anche
a causa di un altro duro contraccolpo
emotivo, la perdita di Rosa, la sorella
prediletta.
Il 5 dicembre muore la madre, alla quale
era legato da profondo affetto. Questo
evento lo getta in un grave stato di
crisi. Lascia allora Catania per recarsi
nuovamente a Firenze e successivamente
a Milano, dove riprende con accanimento
il lavoro.
Nel 1880 pubblica presso Treves "Vita
dei campi" che raccoglie le novelle
apparse in rivista negli anni 1878-80.
Continua a lavorare ai "Malavoglia"
e nella primavera ne manda i primi capitoli
al Treves, dopo aver tagliato le quaranta
pagine iniziali di un precedente manoscritto.
Incontra, a distanza di quasi dieci
anni, Giselda Fojanesi, con la quale
ha una relazione che durerà circa
tre anni. "Di là del mare",
novella epilogo delle "Rusticane",
adombra probabilmente il rapporto sentimentale
con Giselda, descrivendone in certo
modo l'evoluzione e l'inevitabile fine.
L'anno successivo escono finalmente,
per i tipi sempre di Treves, "I
Malavoglia", invero accolti assai
freddamente dalla critica. Inizia i
contatti epistolari con Edouard Rod,
giovane scrittore svizzero che risiede
a Parigi e che nel 1887 darà
alle stampe la traduzione francese dei
"Malavoglia". Frattanto, stringe
rapporti di amicizia con De Roberto.
Comincia a ideare "Mastro-don Gesualdo"
e pubblica in rivista "Malaria"
e "Il Reverendo" che all'inizio
dell'anno aveva proposto a Treves per
la ristampa di "Vita dei campi"
in sostituzione di "Il come, il
quando ed il perché". Nasce
anche il progetto di ridurre per le
scene "Cavalleria rusticana";
a questo scopo intensifica i rapporti
con Giacosa, che sarà il "padrino"
del suo esordio teatrale. Sul piano
della vita privata continua la relazione
con Giselda che viene cacciata di casa
da Rapisardi per la scoperta di una
lettera compromettente. Ha inizio la
lunga e affettuosa amicizia (durerà
oltre la fine del secolo: l'ultima lettera
è datata 11 maggio 1905) con
la contessa Paolina Greppi.
Il 1884 è l'anno dell'esordio
teatrale con "Cavalleria rusticana".
Il dramma, letto e bocciato durante
una serata milanese da un gruppo di
amici (Boito, Emilio Treves, Gualdo),
ma approvato da Torelli-Viollier (il
fondatore del "Corriere della Sera"),
è rappresentato per la prima
volta, con Eleonora Duse nella parte
di Santuzza, con grande successo il
14 gennaio al teatro Carignano di Torino
dalla compagnia di Cesare Rossi. Si
conclude, con la pubblicazione della
prima redazione di "Vagabondaggio"
e di "Mondo piccino", ricavati
dagli abbozzi del romanzo, la prima
fase di stesura del "Mastro-don
Gesualdo" per il quale era già
pronto il contratto con l'editore Casanova.
Il 16 maggio 1885 il dramma "In
portineria", adattamento teatrale
de "Il canarino" (una novella
di "Per le vie"), viene accolto
freddamente al teatro Manzoni di Milano.
Ha inizio una crisi psicologica aggravata
dalla difficoltà di portare avanti
il "Ciclo dei Vinti" e soprattutto
da preoccupazioni economiche personali
e della famiglia, che lo assilleranno
alcuni anni, toccando la punta massima
nell'estate del 1889.
Confida il suo scoraggiamento a Salvatore
Paola Verdura in una lettera del 17
gennaio da Milano. Si infittiscono le
richieste di prestiti agli amici, in
particolare a Mariano Salluzzo e al
conte Gegè Primoli. Per distendersi,
passa lunghi periodi a Roma e lavora
contemporaneamente alle novelle pubblicate
dal 1884 in poi, correggendole e ampliandole
per la raccolta "Vagabondaggio",
che uscirà nella primavera del
1887 presso l'editore Barbèra
di Firenze. Nello stesso anno esce la
traduzione francese de "I Malavoglia",
anch'essa senza riscontrare alcun successo
di critica né di pubblico.
Dopo aver soggiornato a Roma alcuni
mesi, all'inizio dell'estate ritorna
in Sicilia, dove rimane (tranne brevi
viaggi a Roma nel dicembre 1888 e nella
tarda primavera del 1889), sino al novembre
1890, alternando alla residenza a Catania
lunghi soggiorni estivi a Vizzini. Nella
primavera conduce a buon fine le trattative
per pubblicare "Mastro-don Gesualdo"
nella "Nuova Antologia" (ma
in luglio romperà col Casanova,
passando alla casa Treves). Il romanzo
esce a puntate nella rivista dal 1°
luglio al 16 dicembre, mentre Verga
vi lavora intensamente per rielaborare
o scrivere ex novo i sedici capitoli.
Nel novembre ne ha già iniziata
la revisione.
Ad ogni modo, continua l'"esilio"
siciliano, durante il quale si dedica
alla revisione o, meglio, al rifacimento
di "Mastro-don Gesualdo" che,
sul finire dell'anno, uscirà
presso Treves. Pubblica nella "Gazzetta
letteraria" e nel "Fanfulla
della Domenica" le novelle che
raccoglierà in seguito nei "Ricordi
del capitano d'Arce" e dichiara
a più riprese di esser sul punto
di terminare una commedia. Incontra,
probabilmente a Villa d'Este, la contessa
Dina Castellazzi di Sordevolo cui rimarrà
legato per il resto della vita.
Rinfrancato dal successo di "Mastro-don
Gesualdo "progetta di continuare
subito il "Ciclo" con la "Duchessa
di Leyra" e "L'onorevole Scipioni".
In questo periodo, inizia la causa contro
Mascagni e l'editore Sonzogno per i
diritti sulla versione lirica di "Cavalleria
rusticana". A fine ottobre, però,
si reca in Germania per seguire le rappresentazioni
di "Cavalleria", che è
pur sempre un capolavoro della musica,
a Francoforte a Berlino.
Nel 1893 si conclude, in seguito a transazione
col Sonzogno, la causa per i diritti
su "Cavalleria", già
vinta da Verga nel 1891 in Corte d'appello.
Lo scrittore incassa così circa
140.000 lire, superando finalmente i
problemi economici che lo avevano assillato
nel precedente decennio. Prosegue intanto
le trattative, iniziate nel '91 (e che
si concluderanno con un nulla di fatto),
con Puccini per una versione lirica
della "Lupa" su libretto di
De Roberto. Si stabilisce definitivamente
a Catania dove rimarrà sino alla
morte, tranne brevi viaggi e permanenze
a Milano e a Roma. Nel biennio 1894-1895,
pubblica l'ultima raccolta, "Don
Candeloro e C.", che comprende
novelle scritte e pubblicate in varie
riviste tra 1889 e il '93. Nel '95 incontra
a Roma, insieme a Capuana, Emile Zola,
importante esponente della letteratura
francese e fautore della corrente letteraria
del Naturalismo, una poetica assai affine
a quella del Verismo (anzi, si può
dire che quest'ultimo sia la "versione"
italiana di quello).
Nel 1903 sono affidati alla sua tutela
i figli del fratello Pietro, morto nello
stesso anno. Verga rallenta sempre più
la sua attività letteraria e
si dedica assiduamente alla cura delle
proprie terre. Continua a lavorare alla
"Duchessa di Leyra", di cui
sarà pubblicato postumo un solo
capitolo a cura del De Roberto nel 1922.
Tra il 1912 e il 1914 affida sempre
a De Roberto la sceneggiatura cinematografica
di alcune sue opere tra cui "Cavalleria
rusticana" e "La Lupa",
mentre egli stesso stende la riduzione
della "Storia di una capinera",
pensando anche di ricavarne una versione
teatrale. Nel 1919 scrive l'ultima novella:
"Una capanna e il tuo cuore",
che uscirà pure postuma nell'"Illustrazione
italiana", il 12 febbraio 1922.
Nel 1920 pubblica, infine, a Roma presso
"La Voce" una edizione riveduta
delle "Novelle rusticane".
Nell'ottobre è nominato senatore.
Colpito da paralisi cerebrale il 24
gennaio 1922, muore il 27 dello stesso
mese a Catania nella casa di via Sant'Anna,
8. Tra le opere uscite postume, oltre
alle due citate, vi sono la commedia
"Rose caduche", in "Le
Maschere", giugno 1928 e il bozzetto
"Il Mistero", in "Scenario",
marzo 1940.
TORNA
A CATANIA - TUTTI
I VIP DI CATANIA
TUTTI
I LIBRI DI GIOVANNI VERGA