Gesualdo
Bufalino romanziere (Comiso
15 novembre 1920 - 14 giugno 1996).
Gesualdo Bufalino si è rivelato
tardivamente al mondo letterario - grazie
soprattutto al "lancio" fatto
dall'amico Leonardo Sciascia - con il
breve romanzo "Diceria dell'untore"
(1981), in cui una degenza in sanatorio
negli anni dell'immediato dopoguerra
è evocata con un ricco impiego
di mezzi stilistici, tale da toccare
esiti tra barocchi ed espressionisti.
D'altronde, questo modo atipico di affacciarsi
nel panorama delle lettere, l'ottenere
il successo letterario solo alla fine
della vita, o addirittura dopo la morte,
non è un fatto isolato nel panorama
della letteratura del Novecento ma ha
coinvolto anche personaggi come Tomasi
di Lampedusa, Italo Svevo, o Campana.
Gesualdo Bufalino, negli anni oscuri
del suo anonimato, ha sempre vissuto
sulla falsariga di una straordinaria
tensione intellettuale. Affascinato
sin da ragazzino dalla parola scritta
e dai libri, trascorreva ore nella piccola
biblioteca del padre, fabbro ferraio
con l'hobby della lettura. Incappato
fortunosamente in un vecchio vocabolario,
ne reinventò la funzione come
fantastico strumento di gioco e di apprendimento.
Al liceo, che frequentava inizialmente
a Ragusa e poi dal 1936 a Comiso, ebbe
come insegnante d'italiano Paolo Nicosia,
valoroso dantista e allievo tra i prediletti
del Cesareo.
Nel 1939 Bufalino vinse per la Sicilia
un premio di prosa latina bandito dall'Istituto
nazionale di studi romani, con ricevimento
a Palazzo Venezia da parte di Benito
Mussolini.
Intraprese gli studi universitari a
Catania, nel 1942 fu costretto a interromperli
perché chiamato alle armi. Nel
1943, sottotenente in Friuli, fu catturato
dai tedeschi all'indomani dell'armistizio.
Riuscì tuttavia a fuggire e a
nascondersi per un po' nelle campagne
di Sacile, per poi raggiungere gli amici
in Emilia, dove visse i mesi convulsi
della fine del regime dando lezioni
private.
Alla fine del 1944 si ammala di tisi
e viene ricoverato all'ospedale di Scandiano;
qui un medico assai colto gli mette
a disposizione un'imponente biblioteca.
Dopo la Liberazione si reca a Palermo,
in un sanatorio della Conca d'Oro, dal
quale esce finalmente guarito nel 1946.
Intanto riprende gli studi e si laurea
in lettere nell'ateneo di quella città.
Tra il 1946 e il 1948 grazie al coetaneo
Romano pubblica un gruppo di liriche
e prose su due periodici lombardi, "L'Uomo"
e "Democrazia"; più
tardi, nel 1956, collaborerà
con alcune poesie a una rubrica del
Terzo Programma della RAI. Ma a questa
pur promettente carriera letteraria
egli rinunciò quasi subito, optando
per una vita semplice e ritirata, dedita
alla ricerca interiore.
Dal 1947 fino alla pensione si dedicò
comunque all'insegnamento in un istituto
magistrale di Vittoria, senza mai allontanarsi
dal paese natio se non per brevi evasioni.
Intorno al 1950 comincia a lavorare
a un romanzo, quello che sarà
il vertiginoso "Diceria dell'untore"
ma non va oltre l'abbozzo; lo riprende
portandolo a termine nel 1971, sottoponendolo
quindi a una decennale revisione.
La pubblicazione di questo capolavoro,
avvenuta come ricordato nel 1981 (Bufalino
aveva ormai sessantuno anni), preceduta
dalla splendida introduzione a un libro
di vecchie fotografie (Comiso ieri,
1978) e da alcune pregevoli traduzioni
dal francese, si trasforma immediatamente
in un autentico caso letterario, culminato
nel conferimento del premio del Campiello.
Il decennio successivo è caratterizzato
da una frenetica attività produttiva
che spazia dalla poesia ("L'amaro
miele", 1982) alla prosa d'arte
e di memoria ("Museo d'ombre",
1982), dalla narrativa ("Argo il
cieco", 1984; "L'uomo invaso",
1986; "Le menzogne della notte",
1988, premio Strega) agli elzeviri e
alla saggistica ("Cere perse",
1985; "La luce e il lutto",
1988; "Saldi d'autunno", 1990),
dagli aforismi ("Il malpensante",
1987) alle antologie ("Dizionario
dei personaggi di romanzo", 1982;
"Il matrimonio illustrato",
1989, in collaborazione con la moglie).
Gesualdo Bufalino muore il 14 giugno
1996, nella sua Comiso, a causa di un
drammatico incidente stradale.