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"Mi chiamano Mimì, ma il
mio nome è Lucia." Così
canta una nota aria di una celebre opera
lirica pucciniana. E in questi stessi
termini, nella penombra di una stanzetta
umida, si verifica l’incontro tra
Rodolfo e la protagonista dello spettacolo
Vita di bohème, ideato
dal medesimo regista Turi Giordano e messo
in scena al teatro Don Bosco di Catania
il 16, 17 e 18 dicembre da un drappello
di giovani attori catanesi sotto l’egida
organizzativa dell’intraprendente
direttore del Gruppo D’Arte Sicilia
Teatro, Tino Pasqualino. Un’operazione
artistica assai delicata come attestano
le stesse parole dell’autore e regista:
“Il pubblico ha sempre davanti
a sé, come metro di paragone, l’opera
lirica di Puccini e quindi, qualunque
sia l’esito dello spettacolo teatrale,
lo troverà in ogni caso inferiore
al capolavoro pucciniano. Ciononostante
la volontà e la caparbietà
che mi contraddistinguono fanno sì
di farmi cimentare in quest’ardua
impresa con passionalità.”
Gli esiti di questo lavoro di riscrittura
della “Bohème” e del
romanzo di Henry Murger, che era già
stato il punto di partenza del libretto
dell’opera lirica, sono non poco
originali. La storia è ben nota:
la grama vita di quattro artisti poveri
in canna, bohèmienne appunto, che
si dividono l’affitto di un freddo
appartamento e le vicissitudini che li
vedono protagonisti nell’anno che
va dal Natale 1837 al dicembre successivo,
il tutto descritto nel corso di due atti
di altrettanti quadri ciascuno, appena
distinti l’uno dall’altro
da un breve calare del sipario. Così
gli spettatori si lasciano poco a poco
coinvolgere dalle considerazioni esistenziali
del pittore Marcello (Giuseppe Calaciura)
e dello scrittore e giornalista Rodolfo
(Andrea Galatà), dalla gaiezza
e dalla spensieratezza di Schaunardt (Fabio
Costanzo) e del critico Colline (Renzo
Pagliaroto), perennemente ubriachi e ben
propensi a quella precarietà e
sregolatezza del vivere che, nel mondo
del tutto non ordinario in cui si muovono
i bohèmienne, sembra la parola
d’ordine di ogni artista degno di
questo nome. Il pubblico ride degli ingegnosi
ed efficaci espedienti congeniati dai
quattro amici allo scopo di raggirare
il goliardico e becero padrone di casa
Benoit (Filippo Russo) e risparmiare un
trimestre d’affitto e si commuove
poi di fronte alla toccante storia d’amore
che campeggia su questo variopinto quadretto
d’ambiente, quella tra Rodolfo e
la fioraia Mimì (Elisa Franco).
“Ho voluto concentrare il testo”-
spiega Turi Giordano- “quasi
esclusivamente sulla triste storia d’amore
tra Rodolfo e Mimì, escludendo
per esempio quella tra Musetta e Marcello
esistente nell’opera lirica e le
tantissime altre descritte nel romanzo.
Quindi, non più uno spaccato della
vita bohèmienne ottocentesca, ma
una tenera storia d’amore d’ogni
tempo lunga appena un anno, un anno intenso
dove la vita normale s’intreccia
con i capricci della realtà, quella
realtà che fa apparire crudeli
anche le cose più poetiche dell’esistenza
umana.”
Certo sarebbe impossibile asserire che
in Vita di bohème non
si trovi una ben precisa connotazione
spazio- temporale, oltre che chiaramente
deducibile dalle scene di Oriana Sessa
e dai costumi di Nadia Lucà Trombetta,
dichiarata esplicitamente nei dialoghi
dei vari personaggi. Ma una storia d’amore
così emblematica di tante altre,
anzi di ogni altra storia d’amore
non può non caricarsi di connotati
universali ed eterni varcando quasi automaticamente,
per sua stessa natura, i confini dell’anno
in cui essa si consuma per farsi simbolo
dell’amore perfetto per eccellenza.
Amore perfetto perché, nel suo
ciclo vitale naturale di nascita, apice,
declino e sfioritura, viene romanticamente
sublimato dalla morte, suggellatrice di
un patto eterno, per dirla alla Shackeaspere.
Il pubblico catanese ha ben gradito la
prova interpretativa di questi sei promettenti
attori, la loro recitazione vibrante e
priva di sbavature, il perfetto equilibrio
tra la briosa ironia delle situazioni
comiche e il pathos acceso del dramma.
Buoni segnali di un risveglio della sensibilità
culturale o, piuttosto, riprova della
tesi avanzata da Turi Giordano? “In
un mondo teatrale”- dichiara il
regista- “privo di valori, qual
è quello che stiamo vivendo, dove
si tagliano pure i fondi per lo spettacolo
e tutto viene trasformato in farsa per
non far pensare il pubblico, un po’
di commozione ci vuole, perché
bisogna far capire a chi si occupa di
spettacoli, che la gente possiede più
emozioni di quanto si creda.”
Come dire, a buon intenditor poche parole.
Mara Di Maura
18 gennaio 2006