Undici gennaio 2003.
Undici gennaio 1693.
Trecentodieci anni fa il più grande cataclisma che ha interessato
la Sicilia in epoca storica.
Ne ho sentito parlare fin da piccolo e tuttora se ne conserva
la memoria.
Non passa anno che non si ricordi quella tragica data e tutto
quello che ne conseguì.
Sono date che colpiscono, che non si dimenticano più.
Sin da allora l’undici gennaio divenne evento da ricordare,
ma non “con convegni e passerelle” ma in chiesa, davanti
all’Eucaristia, solennemente esposta.
Per molto tempo questa tradizione (andare in chiesa, insolitamente,
subito dopo il pranzo per un’ora di adorazione) ha “tenuto”.
Mi ricordo che, (ero già in Seminario nel 1965-66) durante
quell’ora di adorazione, cantando i salmi, quando si arrivava
al versetto “a facie Domini mota est terra” si fermava
il canto, ci si inginocchiava e si stava in silenzio per un minuto
per ricordare quel tragico evento, benché ormai fossero
passati secoli.
All’epoca si pensava al terremoto come ad una sorta di punizione
divina; oggi si sa che il terremoto è solo una delle forze
della natura che di tanto in tanto ci ricorda che il pianeta su
cui viviamo è ancora in evoluzione.
Eppure, paradossalmente, di quell’antico terremoto sappiamo
molto di più di quanto non sappiamo oggi di quello, più
recente, del 1990.
Quello fu un evento che diventò letteratura: su quella
tragedia furono fatte relazioni, poesie, racconti.
Perfino da antichi documenti di semplice contabilità si
è appreso della enormità di quella tragedia.
Su quello del 1990 venne stesa, sin dalle prime ore, una cappa
di silenzio; poi quella dell’oblio.
Il sisma del 1693 i sismologi lo conoscono fin troppo bene (ne
temono addirittura un “ritorno”) e lo hanno usato
come elemento di confronto con tutti gli altri terremoti precedenti
e successivi.
Nel 1693 la prima forte scossa di terremoto avvenne il 9 gennaio,
poi ci fu quello che gli scienziati chiamano il “silenzio
sismico”, cioè la mancanza dello sciame sismico,
delle scosse cosiddette di “assestamento”.
Trascorse il 10 gennaio, poi quando l’11 gennaio stava per
finire e la gente pensava ad un pericolo scampato, la seconda
terribile scossa: quella di massima intensità; un dato
importante per la classificazione delle aree sismiche, che “per
motivi economico-politici” ci si ostina ad ignorare.
Il sisma del 1693 interessò un’area vastissima: tutta
la Sicilia ed oltre: da Malta alla Calabria;
rase al suolo un terzo della Sicilia;
ne è stata stimata anche l’intensità sulla
base delle fonti che ne hanno descritto gli effetti: undicesimo
grado Mercalli;
il numero delle vittime non si sa con esattezza: oscilla tra oltre
60.000 e le 100.000; Solo il terremoto di Messina del 1908 ne
fece di più, ma sol perché colpì due città
vicine e densamente abitate: Messina e Reggio Calabria.
I nonni di Augusta hanno sempre raccontato ai loro nipoti di quell’onda
che passò al largo di Augusta lasciandone temporaneamente
in secca i fondali per molte decine di metri.
Nel 1693 ad Augusta, insieme al terremoto si ebbero anche due
altri fenomeni: il maremoto (con onde di 15 metri) e l’esplosione
della polveriera del castello che aggiunse altre 800 vittime a
quelle del terremoto: eventi tutt’altro che trascurabili
oggi, dal momento che le situazioni di rischio di oggi sono ben
più temibili di quelle del passato.
La seconda scossa, quella dell’11 gennaio 1693, fece rovinare
con un movimento “a tenaglia” gli edifici sulla gente
che al centro delle strade (pur larghe a quell’epoca) pensava
erroneamente di essersi messa al sicuro.
Il movimento tellurico distrusse completamente Augusta, case,
edifici pubblici e chiese.
Stando ai racconti dei sopravvissuti, l’unica chiesa che
nel territorio di Augusta rimase illesa in quell’immane
cataclisma fu quella della Madonna di Adonai, a Brucoli, che resistette
poi anche a quelli del 1848 e 1990.
Quello del 1693 definito il terremoto del “Val di Noto”,
anche se i sismologi confrontando e incrociando le fonti che descrissero
l’evento hanno definitivamente localizzato l’epicentro
di quel sisma: tra Augusta e Melilli.
Altri terremoti che hanno devastato la Sicilia Sud-orientale,
secondo gli studiosi, (1452, 1693, 1848, 1990), quelli distruttivi,
per intenderci, hanno avuto sempre lo stesso epicentro: l’area
di Augusta.
E’ un dato interessante, questo. I sismologi lo sanno bene:
come lo sapevano bene pochi minuti dopo la famosa notte di S.
Lucia del 1990. Anche quello del 1990, ma fu dato l’ordine
di non dirlo, ordine a cui si attennero scrupolosamente anche
gli scienziati. Solo dieci anni dopo il sisma del 90, al “sisma
venuto dal mare” il luogo dell’epicentro venne spostato
dal mare alla terraferma, nella penisola di Augusta, dove l’onda
d’urto di questa forza della Natura aveva frantumato perfino
il cemento armato. Rispetto al 1693 i morti del 1990, pur con
tutto il rispetto del caso, furono un numero insignificante.
Nel 1693 ognuno dei comuni della provincia di Siracusa contò
i propri morti: a migliaia, e talvolta si parlava di un quarto,
di un terzo o anche della metà della popolazione. A Catania
addirittura due terzi.
I superstiti del 1693 ricordano anche la grande onda di maremoto
che devastò le navi nel porto di Augusta. Anche questo
un dato interessante: navigando nella banca dati de sito internet
dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, non
c’è stato un solo terremoto nella Sicilia Orientale,
dal 1169 a quello del 1990, che non abbia provocato l’onda
di maremoto, oggi definita internazionalmente “tsunami”.
Se n’è parlato poco, anzi, nulla. Nel 1990 lungo
la costa di Augusta il mare si è sollevato di circa un
metro e mezzo, mentre la voce “infondata” dello sprofondamento
dei fondali ha trovato conferma con i significativi crolli sottomarini
avvenuti al largo tra Brucoli ed Agnone Bagni e rilevati dalle
osservazioni scientifiche dei geofisici.
Oggi, dopo paura dell’onda “anomala” generata
dal crollo di Stromboli, dovremmo sicuramente interrogarci sulla
sicurezza delle città costiere, sulla sicurezza dei porti,
soprattutto di quelli dove non ci sono più le innocue navi
in legno di un tempo, magari cariche di sole derrate alimentari.
Oggi le navi da guerra e le superpetroliere, come anche un polo
industriale, possono costituire la moderna polveriera simile a
quella che esplose quella lontanissima sera dell’11 gennaio
1693.
All’epoca non esisteva la “protezione civile”
e se anche fosse esistita avrebbe potuto fare ben poco di fronte
a quell’immane catastrofe. Oggi la protezione civile, pur
nei suoi lodevoli sforzi, purtroppo arriva a disastro accaduto,
per seppellire i morti e dare assistenza temporanea ai sopravvissuti.
Poi “normalizzata” la situazione si eclissa per ritornare
alla calamità successiva. Ad Augusta, dove la protezione
civile dovrebbe essere “il fiore all’occhiello”
è una sorta di cenerentola; ad Augusta dove la protezione
civile dovrebbe avere una cattedra in ogni scuola a partire dalle
“materne” è soltanto una “vaga idea”.
Chi ci dovrebbe informare ha scelto la strada del “non sappiamo
da dove iniziare”; chi dovrebbe premurarsi di far sperimentare
sul campo le esercitazioni di protezione civile previste nei famosi
“piani” (esistono?) (fin quando esistono sul fondo
di certi inaccessibili cassetti non li dobbiamo considerare esistenti)
si lamenta di non avere né fondi, né uomini, né
mezzi, e…. neanche volontà.
Negli annali della protezione civile rimangono e rimarranno una
“vergogna storica” sia la dichiarazione del Ministro
Lattanzio a Carlentini: “non lo nascondo; dopo la prima
tragica scossa abbiamo temuto il peggio” (e lui, dopo la
fugace visita del 13 dicembre mattina, era fuggito precipitosamente
a Roma) sia la pag. 14 del rapporto del commissario governativo
per le zone terremotate Gomez y Paloma dove è affermato
- per iscritto - che il timore più che fondato di una nuova
scossa, tenne in apprensione tutti, scienziati e ministri, mentre
ad Augusta, Melilli, Lentini e Carlentini le forze dell’ordine
invitavano i “sopravvissuti”, con gli altoparlanti
delle auto a rientrare nelle case e a non credere agli “sciacalli”
di turno. Denunziatemi, pure, se volete, ma il vero “sciacallo”
in quella occasione fu lo Stato.
I sopravvissuti del 1693 (quelli di Augusta del 1990 lo fecero)
dovevano arrangiarsi senza confidare in aiuti esterni (se fossero
arrivati si sarebbero sicuramente fermati al limite dell’area
colpita dove già l’emergenza era ben visibile), i
sopravvissuti dovevano arrangiarsi a procurarsi il cibo, a seppellire
i morti, a dare aiuto ai feriti, a ricostruire le case, a riprendersi
dalla paura.
Non solo per curiosità, ma anche per “amore del sapere”
sono andato alla ricerca di notizie sul passato e sulla “storia
sismica” - e non solo - di Augusta e dintorni per la consapevolezza
di vivere in una zona a rischio senza eguali in Italia.
So di vivere su una polveriera, ma non sopporto l’idea di
dover convivere con il silenzio sui rischi. In questi giorni è
Stromboli che fa parlare di se: si parla di “ondametri”
di sirene e campane che debbono dare l’allarme. La protezione
civile dice di tenere la situazione “sotto controllo”;
farebbe meglio a dire “il vulcano ci tiene sotto scacco”
e dobbiamo difenderci.
Sono attento a certi avvenimenti, a certe “voci”;
l’idea della protezione civile, onestamente mi affascina;
(è vero che sono un prete e non un tecnico, ma tocca poi
ai preti celebrare le esequie delle vittime e dare le risposte
al cuore di chi ha perso gli affetti); mi affascina la protezione
civile, non la protezione civile “spettacolo” di Barberi,
Bianco e &, ma quella protezione civile che mi informa, che
tiene in conto prima di ogni cosa il valore primario della vita,
che non nasconde nulla, che fa qualcosa magari di “inutile
e di sbagliato” piuttosto che quella protezione civile che
indovina il numero dei morti e che interviene poi per portare
le bare!
Nel 1990 conobbi un’altra protezione civile: quella di Lattanzio,
che pur conoscendo, come me, la grave situazione di rischio che
poteva abbattersi su Augusta, tentò di rimandare gli abitanti
di Augusta e dintorni, dentro le trappole delle case nell’attesa
di una “replica catastrofica” del sisma.
Già nel 1990 ad Augusta, secondo il piano di protezione
civile comunale, dovevano essere installati gli altoparlanti di
grande portata, dovevano essere attrezzate le aree di raccolta,
dovevano esserci le vie di fuga, ….: non ho visto mettere
neanche le economicissime “maniche a vento” che, almeno,
potrebbero indicarci da quale direzione, stia arrivando l’eventuale
nube tossica sprigionatasi dagli stabilimenti industriali.
Nel 1990, Ministro, scienziati e tecnici temendo, il ripetersi
di un 1693, a Roma si erano preparati al peggio: infatti si stavano
ripetendo le condizioni del 1693. E questo la dice lunga sulla
questione del “ritardo nei soccorsi”.
Al sisma della notte di giovedi 13 dicembre 1990 aveva fatto seguito
un “inquietante silenzio sismico”: trascorsero il
14 e il 15; il 16 era già inoltrato ed ognuno, magari rassicurato
dalle dichiarazioni degli organi di polizia poteva ritenere cessato
il pericolo: invece alle 14,50 di domenica i pennini dei simografi
vibrarono per altri 31 secondi; la paventata replica avvenne,
anche se di intensità inferiore a quella temuta.
Ma le case del 1990 non erano più quelle del 1693: Augusta,
ricostruita interamente dopo la guerra, con i suoi edifici in
cemento armato non ebbe vittime, ma rimase profondamente ferita
dall’evento sismico, soprattutto dalla viltà dello
stato e dalla sua assenza.
Molte, quindi, le analogie tra il 1693 ed il 1990:
forte scossa di terremoto;
diversi giorni di silenzio sismico;
terremoto avvertito su un’area analoga a quella del 1693
con lo stesso epicentro;
onda (piccola) di maremoto;
tenuta della rete di distribuzione del metano e del polo petrolchimico.
Uno scenario molto simile a quello del 1693 se fosse accaduto,
ma stavolta la situazione sarebbe stata veramente incontrollabile.
Mi ricordo che l’8 dicembre 1990, cinque giorni prima del
terremoto, il quotidiano la Sicilia, titolava a nove colonne su
un’intera pagina su Augusta: PROTEZIONE CIVILE: ANNO ZERO.
Qualche settimana fa in tutta la provincia venivano affissi da
un partito politico manifesti murali con questi titoli:
Provincia: protezione civile - anno zero.
13 dicembre 2002: 12 anniversario del sisma: ricostruzione tra
certezze e delusioni.
Ma allora non è cambiato nulla? Siamo andati solo indietro?
Quanta differenza tra il 1693 e il 1990: quando il Duca d’Uzzeda,
Viceré delle Due Sicilie, due anni dopo il terremoto, venne
a visitare Augusta, poté informare il Re, che gli Augustani,
da soli, avevano già quasi interamente ricostruito la Città,
e fu prodigo di aiuti, anche se tardivi.
Oggi, nello stato italiano, “subentrato” a quello
spagnolo nel dominio della Sicilia, l’Augusta terremotata
del 90, vede ancora aperte le ferite dell’ultimo sisma,
con edifici ancora transennati ed inagibili, con il campo container
ancora abitato. Che dire poi dell’emergenza ambientale,
delle morti per cancro, delle nascite dei bimbi malformati?
Forse, profeticamente, l’anonima monaca che descrisse il
terremoto in Augusta del 1693 scriveva che “per la sempre
desolata Augusta funestissimo, più d’ogni altro,
fu l’anno 1693”.
Oggi, dopo il terremoto del 1990, probabilmente si potrebbero
dire e scrivere le stesse cose: “la sempre desolata Augusta”:
ma stavolta di chi la colpa? Degli abitanti o di chi la governa?
O di chi, dopo più di dodici anni fa finta di non vedere?
Forse oggi, per Augusta, la desolazione più grande è
quella di appartenere all’Italia ed in modo particolare
alla Regione Sicilia.
PALMIRO PRISUTTO