Anche stavolta è andata bene!
È il commento più diffuso sulle labbra della gente
di Augusta, Priolo e Melilli, dopo il terremoto e la paura della
notte di S. Lucia.
Non erano passate neanche due settimane da quando Augusta ed i
Comuni circostanti erano stati dichiarati «area ad elevato
rischio di crisi ambientale» dal Ministero competente che
la "Natura" (molto più competente dei più
competenti) ha dato un chiarissimo avvertimento.
Si sapeva che i tredici complessi chimici e petrolmici sorti in
pochi anni tra Augusta, Melilli, Priolo e Siracusa erano stati
costruiti su un’area riconosciuta "ad alto rischio
sismico".
E proprio a pochi chilometri al largo del mare di Augusta è
stato localizzato il vero epicentro del terremoto, ma "qualcuno"
agli organi di informazione e stampa si è affrettato a
fornire un epicentro di comodo, a 50 Km più a sud, altro
esempio di quei troppi "silenzi o segreti di stato"
che gravano su questo territorio.
“Ufficialmente (questa è la verità finora
fatta trapelare) la zona industriale non ha subito danni rilevanti”,
ma ad Augusta e Priolo nessuno crede a questa rassicurante dichiarazione.
Sappiamo di danni all'Enichem Augusta, all'Enel Tifeo di Augusta,
alla Cementeria di Augusta, agli stabilimenti della Montedison,
abbiamo saputo di un incendio alla raffineria Esso di Augusta,
abbiamo saputo che sono in corso accurati "controlli"
alla raffineria ISAB, ma la gente, come di consueto, non saprà
mai la verità, come da tempo non si sa più nulla
degli incidenti in fabbrica. Ma la conta dei danni e dei morti,
dei feriti e dei senzatetto ha già scoperchiato la pentola
delle bugie di Stato: sono stati in molti a notare l'assenza del
capo dello Stato, dei Ministri e di tutto il loro seguito ai funerali
delle vittime del terremoto a Carlentini, forse perché
i 12 morti di Carlentini valgono molto meno di un magistrato o
di un politico uccisi dal terrorismo o dal potere mafioso.
Ci sono oltre duecentomila persone che sono costrette a vivere
in quella zona che in fatto di rischi veri non è seconda
a nessuna su tutto il territorio di questa Repubblica: oltre duecentomila
persone che sono costrette a respirare ogni giorno oltre 600 tonnellate
di vapori d'ammoniaca, di cloro, di anidride solforosa, di ossido
d'azoto riversate in atmosfera da quei tredici complessi industriali
che riforniscono più di mezza Italia e parte d'Europa di
benzina, gasolio, lubrificanti, fertilizzanti, polimeri, detergenti
e derivati vari della raffinazione del petrolio; oltre duecentomila
persone che sono costrette a vivere su un terrritorio diventato
un'immensa discarica di rifiuti tossici e nocivi: i 42 Kmq della
zona industriale di Augusta producono da soli il 60% dei rifiuti
tossici e nocivi del territorio dell'intera Sicilia (25.000 Kmq);
oltre duecentomila esseri umani che sono costretti a vivere su
un territorio che le massime Autorità della Sicilia, contro
la volontà popolare, hanno elevato a centro di raccolta
e smaltimento dei rifiuti ospedalieri dell'intera Regione.
Altri rischi particolari come grandi depositi di carburante per
le navi all'interno del centro abitato di Augusta, a diretto contatto
con le abitazioni civili o i grandi serbatoi di ammoniaca a pochi
metri dall'abitato di Priolo non sono stati finora presi in debita
considerazione da alcuna Autorità competente, nonostante
le fondate preoccupazioni dei cittadini.
E poi, per continuare, gli incidenti industriali taciuti o il
silenzio monetizzato; il ricatto occupazionale; i cento milioni
di metri cubi d'acqua della falda emunti ogni anno dalla zona
industriale (che costituiscono la metà del fabbisogno idrico
regionale).
Eppure tutto questo era stato denunziato tra 1976 e il 1980 quando
nella rada di Augusta i pesci morivano a migliaia di tonnellate,
quando i bambini di Augusta nascevano malati, quando si scoprì
che il cancro in questa zona ne uccideva uno su tre, quando si
scoprì che la durata della vita media in questa zona era
cinque-sei anni inferiore alla media nazionale; quando, con la
complicità di alcuni politici, per fare spazio ad un altro
stabilimento del “progresso” (la raffineria ISAB)
fu evacuato e raso al suolo l'abitato di Marina di Melilli.
Ed ancora, per finire, il rischio militare: i depositi e gli arsenali
della base della Marina Militare; e poi lo strano ed impenetrabile
silenzio sulla base NATO nelle viscere della terra sotto il comune
di Melilli dove la VI flotta USA custodisce i propri arsenali
chimici e forse anche atomici. Rischi a non finire, che potevano,
potrebbero e possono sommarsi e che la notte del 13 dicembre 1990
avrebbero potuto generare una catastrofe.
Ma all’orizzonte si profilano altri rischi: il rischio che
altre migliaia di persone si aggiungano ai tanti senzatetto del
Belice e dell'Irpinia; il rischio di vedersi dimenticati da quello
Stato che ha sfruttato e continua a sfruttare economicamente questo
angolo di terra italiana; (quanto “restituirà”,
per la ricostruzione ai siciliani colpiti dal terremoto quello
Stato italiano che ogni anno incassa dal porto di Augusta circa
1.200 miliardi di utili netti e senza contare quelli delle tasse
sulla benzina e sugli altri prodotti petroliferi che partendo
da qui riforniscono mezza Italia e parte dell'Europa?); c’è
il rischio che questo terremoto, che già non fa più
notizia, venga considerato come l'ennesima scocciatura che viene
dal sud, che turba la tranquillità di un governo ancora
incapace di dare una risposta ai tanti problemi del meridione.
Il rischio che su questo terremoto e sulle mancate conseguenze
venga stesa un'altra «coltre di silenzio».
(29 dicembre 1990 dopo le dichiarazioni del Ministro Lattanzio
a Carlentini)
Don Palmiro Prisutto