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CITTA'MIA

AUGUSTA

 

PAROLE DI PRISUTTO
MEGA ESERCITAZIONE ANTI SISMA IN SICILIA
Don Palmiro Prisutto scrive al direttore de "La Sicilia"




Il testo integrale dell'articolo pubblicato sul quotidiano La Sicilia il 6 settembre

Egregio Direttore,
oggi ho letto sul suo giornale gli articoli inerenti la esercitazione internazionale di protezione civile su un ipotetico sisma che dovrebbe avere come scenario la Sicilia Sud-Orientale.
Lo so anch'io come tanti altri: non sappiamo quando, ma proprio qui si attende un "big-one".
È noto che ognuno cerchi di "tirare l'acqua al proprio mulino" per cui giudico abbastanza "normale" la "catanesizzazione" del problema da parte del suo giornale e del suo cronista, facendo finta di dimenticare che il rischio più grande è un poco più a sud di Catania, dove le istituzioni e la stessa protezione civile hanno scelto di fare gli struzzi, proprio per l'incapacità di gestire il "disastro annunciato" quando accadrà.

Nell'elenco dei terremoti (anche a livello nazionale) ho notato una "stranezza": è sparito, come sempre, il nome della città di Augusta, che "stranamente", pur essendo stata l'epicentro dei terremoti del 1542, del 1693, del 1848 e del 1990 risulta essere una zona sismica "S=9" anziché "S=12".
È noto che i terremoti sopraddetti (ad eccezione di quello del 1848 di cui ci sono poche notizie) sono stati accompagnati anche da onde di maremoto di rilevante entità. Storicamente, in fatto di grandi maremoti Augusta batte Messina 5 a 2.
Chi le scrive sta ancora pagando le conseguenze del sisma del 1990.

Dall'articolo a firma di Alfio Di Marco ho estrapolato alcuni spezzoni, che riporto e commento:

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«La più grande esercitazione internazionale di protezione civile mai realizzata: è quella che, dal 13 al 16 ottobre, il Dipartimento nazionale sta organizzando nelle province di Catania, Siracusa e Ragusa. Un test «molto importante», come lo definisce lo stesso numero uno di Via Ulpiano, Guido Bertolaso».
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Sono una singolare coincidenza le date del 13 e 16 ottobre? A me ricordano il 13 e 16 dicembre 1990. Come pure mi ricordano che il terremoto del 90 fu un "affare" per le province di Catania, Siracusa e Ragusa, e un danno per i veri terremotati.
Per il numero uno Guido Bertolaso ho preparato anch'io un "test". Se questo signore, potesse rispondere pubblicamente a tutte le domande del test di fronte all'Italia, allora esploderebbe il caso Augusta, che non ha nulla da invidiare al Vesuvio, all'Etna, a Messina e a qualunque altra zona a rischio.
37 DOMANDE AL CAPO DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE

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Una quattro giorni in cui Catania sarà il cuore delle operazioni, e il cui obiettivo è la sicurezza: «Davanti alla furia della natura non possiamo farci trovare impreparati».
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Chissà perché il centro operativo principale "cuore delle operazioni" deve essere sempre distante dalla zona epicentrale. Ovviamente alla propria pelle ci si tiene.
Obiettivo la sicurezza: Io ho la piena consapevolezza di vivere in una zona a rischio, anzi a più rischi, ma ho trovato uno Stato e le sue istituzioni sorde e mute di fronte alle richieste di sicurezza e di informazioni avanzate, da oltre 20 anni, dai cittadini di Augusta.
In occasione del sisma del 1990 Augusta era "preparata" all'emergenza, ma il costoso piano di protezione civile rimase inapplicato. Forse dalla furia della natura ci possiamo difendere, ma dall'incompetenza di una certa protezione civile no!

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«In caso di calamità - spiega Marcello Fiori, responsabile emergenze del Dipartimento di Protezione civile - il ruolo dell'informazione è decisivo. I cittadini devono sapere.
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Il ruolo dell'informazione:
Proprio in occasione del terremoto del 1990, non venne data informazione ai cittadini, vennero fornite notizie false alla stampa (epicentro e intensità), addirittura si tacque sui possibili rischi, si depistarono anche i soccorsi, e si usarono perfino i TG nazionali (del 15 dicembre 1990) per tranquillizzare i cittadini che attendevano la seconda scossa.
Il Commissario governativo Gomez Y Paloma mandato da Andreotti a gestire l'emergenza, pur di non dichiarare lo stato di calamità, lo mise per iscritto nel marzo 1991 alla pag. 14 del suo rapporto sul terremoto di S. Lucia: una pagina che io conosco a memoria:
"LA NOTIZIA, (DELLA SECONDA SCOSSA) PER FORTUNA A CONOSCENZA DI POCHI (SCIENZIATI E MINISTRI) CHE TEMEVANO (COME NEL 1693) UNA SCOSSA CATASTROFICA SUL POLO INDUSTRIALE DI AUGUSTA". "AVVENUTA POI ALLE 14,50 DEL 16 DICEMBRE" motivo per cui ad Augusta i «soccorsi con le stellette», pur essendoci 2000 marinai alla base della marina militare, arrivarono solo dopo sette giorni.

I cittadini devono sapere - proprio in quella nefasta occasione l'informazione ci è mancata e per di più proprio da parte delle istituzioni.

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«I rischi naturali ci sono - ribadisce Fiori -. Bisogna abituarsi a convivere
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Purtroppo, ad Augusta, non conviviamo solo con i rischi naturali (terremoti, maremoti, frane mareggiate), ma anche con gli altri creati dall'uomo, rischio militare e chimico-industriale, rischi che in altre occasioni si sono combinati rendendo assai problematiche le operazioni di soccorso.
Ricordo che dopo il terremoto del 1990 composi uno striscione: CON I RISCHI POSSIAMO CONVIVERE, CON IL SILENZIO SUI RISCHI NO.

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«Perché nell'immaginario collettivo, ma anche nella realtà storica e documentale, questa è una parte del territorio nazionale che ci preoccupa moltissimo, assieme a Messina, al sud della Calabria e al Vesuvio. Sono queste le aree in cui bisogna avere il maggior livello possibile di pianificazione preventiva».
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Di questa parte di territorio "nazionale", a mio avviso, non ci si preoccupa più di tanto, altrimenti vedremmo stabilirsi qui, vari ministri e tutta la comunità scientifica, trasformando questo territorio in un laboratorio di ricerca d'avanguardia. Si figuri che il progetto POSEIDON è partito solo dopo il terremoto del 1990. Di questo territorio interessano solo i 18 miliardi di euro che, ogni anno, rimpinguano le casse dell'erario, e i prodotti delle raffinerie che qui sono state installate contro ogni logica, prima fra tutte quella della coincidenza tra zona industriale e zona sismica.

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squadre di soccorso che giungeranno con aerei e navi
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In una situazione di normalità, a Catania, sì, ma cosa succederebbe oggi se, nel porto di Augusta accadesse uno tsunami, come quello del 1693?
La paura del 1990 fece fuggire l'allora ministro Lattanzio, e i soccorsi "da fuori" arrivarono "prudentemente" solo dopo la seconda scossa; c'era il fondato timore che i primi "eroici" soccorritori sarebbero andati anche loro incontro alla morte.

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dalla gente cosa vi attendete?
«Una partecipazione costruttiva:
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Alla protezione civile, così come oggi viene intesa, personalmente non ci credo. Di solito i cittadini sono esclusi, non sono mai stati resi partecipi in prima persona della gestione di un'emergenza.
Ad Augusta, in modo particolare, il fatto di non avere avuto vittime durante il terremoto del 1990, ha creato nei cittadini l'illusione di una certa "invulnerabilità" anche di fronte alle catastrofi. Ne sono prova il fatto che i piani di protezione civile comunale e provinciale sono ancora sulla carta. E nella mia scuola che, dopo 15 anni, reca ancora i segni del terremoto, benché fosse di nuova costruzione, lo scorso anno, sulle quattro esercitazioni previste, ne è stata effettuata solo una, nel mese di maggio. Ma per i ragazzi è stata solo una lezione "saltata" ed un'ora di ricreazione in più.

Egregio Direttore,
già al tempo del sindaco Bianco, a Catania, si facevano "esercitazioni-spettacolo" di protezione civile, e la stessa protezione civile era "spettacolo" quando si interveniva sull'Etna, una situazione di rischio "controllabile". Spesso sento dire: "La situazione è sotto controllo" quando invece si dovrebbe dire: "La natura ci tiene sotto scacco". Ma queste esercitazioni lasciano il tempo che trovano, perché la protezione civile interviene solo dopo le catastrofi per raccogliere i morti, sistemare i feriti ed i senzatetto. O per far fare qualche bella figura al sindaco di turno. O per dare qualche medaglietta a qualcuno. Mi perdonino quei volontari che in buona fede ci credono, e che magari sono spinti da nobili sentimenti.
Sicuramente sarà giusto provare l'efficienza della macchina organizzativa della protezione civile, ma...
Personalmente aspetto che la protezione civile si ricordi anche di Augusta, dove in fatto di rischi veri non siamo secondi a nessuno né in Italia, né in Europa e, credo, neanche nel mondo.

Sac. Prisutto Palmiro
Augusta, 7 settembre 2005

Il testo integrale dell'articolo pubblicato sul quotidiano La Sicilia il 6 settembre

Alfio Di Marco risponde a Palmiro Prisutto

37 DOMANDE AL CAPO DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE

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Appello di Don Palmiro Prisutto

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