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CITTA'MIA

AUGUSTA

 

PAROLE DI PRISUTTO

NON PENSAVO
ancora una lettera al presidente della Repubblica italiana
di Palmiro Prisutto


Egregio Presidente,
non pensavo di trovare tanta insensibilità a livello istituzionale di fronte ad un problema così grave.
Per chi non vive in prima persona le tragedie della devastazione ambientale è facile tacciare di “retrogradismo” chi si oppone a determinati progetti. Ma non si può accettare neanche la logica di chi, stando lontano o dall’altra parte, possa decidere superficialmente sul futuro e sulla sorte altrui.
Ho riflettuto su una delle sue ultime “battute” pronunciata davanti alle telecamere: “Penso di fare il nonno ed anche il bisnonno”.
Purtroppo, dalle mie parti questa fortuna di diventare bisnonni o solamente nonni, diventa sempre più rara. Mentre in Europa la percentuale di incidenza del cancro diminuisce, ad Augusta invece, la mortalità per tale patologia aumenta. Ad ogni nuovo caso che mi viene confidato penso all’art. 32 della costituzione che qui viene violata impunemente, anche con la complicità di talune istituzioni nazionali e regionali.
Lei ha la fortuna di avere sempre le telecamere dietro l’uscio, a portata di bocca, da noi, purtroppo le telecamere si avvicinano assai raramente, anche dopo i disastri, e quando sono state chiamate non erano quasi mai disponibili.
Ritengo doveroso parlarle da uomo a uomo, anche se lei finge di ignorarmi. Non è stato così con i suoi due predecessori.
Ho seguito in questi mesi tanti dei suoi discorsi, delle sue attività e dei suoi viaggi, ma ho il sospetto che il suo “apparire” in TV sia solo strumentale a certe logiche di immagine o di audience, anzi lei stesso mi sembra “prigioniero” del protocollo, del cerimoniale, della ragion di stato o perfino della sua stessa posizione politica.
Sono diversi anni che mi rivolgo a lei, ma senza ottenere risposta. (mancanza di senso civico o di democrazia?)
Ho interpretato il suo perdurante silenzio e quello dello stato come quello di chi, impotente, fugge dinanzi alle tragedie attuali o per non saper dare una risposta o per non sporcarsi le mani.
Se lei, come tanti altri, fa politica da diversi decenni (=cioè si è insediato su uno scranno da cui non ci si vuol più alzare – perché la politica ormai da decenni è fatta sempre e solo dalle solite persone -) io da almeno vent’anni mi occupo della vicenda ambientale di Augusta, ma senza trarne alcun guadagno o vantaggio personale, anzi ….
In questi venti anni, in talune gravi vicende, ho capito da che parte stava e sta lo stato: non dalla parte dei cittadini, ma dalla parte di certe lobby che dominano questo paese, in cui la logica del profitto prevale sulle ragioni dell’etica.
Nel mese di maggio del 2005 le avevo scritto dopo aver celebrato la giornata “dell’olocausto silenzioso” in memoria delle nostre vittime del lavoro e dell’inquinamento: neanche a quell’appello lei ha voluto rispondere. Evidentemente, per la ragion di stato, esistono vittime di serie A e di serie B.
Sulle nostre vittime, tante, da oltre cinquanta anni, si continua a fare silenzio: un silenzio colpevole, indegno di uno stato fondato sui principi del diritto e della democrazia.
Mi sembra quindi doveroso rivolgermi a lei in un ulteriore tentativo per attirare un’«attenzione che conta» sul problema.
Qualche tempo fa lei ha conferito la medaglia d’oro ai minatori morti nella sciagura di Marcinelle e ai bambini vittime del terremoto a San Giuliano: le ha definite “vittime del lavoro e del dovere”.
Come mai non è stata conferita la stessa onorificenza alla memoria dei lavoratori di Augusta, morti di cancro dopo aver lavorato nel polo petrolchimico o morti in seguito ai numerosi incidenti sul lavoro? Forse i lavoratori italiani di Marcinelle erano “più italiani” di quelli di Augusta? Oppure le nostre vittime non erano vittime del lavoro perché sono morte “diluite nel tempo”?
All’ospedale di Augusta ogni anno, da almeno trent’anni, nascono decine di bambini con varie malformazioni: il cosiddetto progresso li tocca nella loro fragile esistenza ancor prima di nascere. Ho conosciuto il calvario di tante famiglie che hanno dovuto lottare per salvare la vita dei loro figli.
Alcuni non ce l’hanno fatta; altri hanno scelto di non farli nascere. È forse questo quello che si chiama progresso? Che colpa avevano questi esseri innocenti? Forse quella di essere figli di uomini normali del sud-Italia (o della sub-Italia)?
Forse questi bimbi non meritano un riconoscimento perché non sono morti sotto le macerie di un terremoto? Oppure anche questi bambini non erano italiani? Quanto scalpore sui mass-media per un caso di malasanità, quanto silenzio sui nostri casi di «mala-umanità»!
Ogni giorno in Italia nasce un nuovo caso: l’ultimo riguarda le confezioni di tetrapak con sostanze tossiche. Subito c’è stato l’intervento dell’autorità competente a tutela della salute dei cittadini: il sequestro cautelativo.
Da uno studio scientifico (*) pubblicato recentemente è emerso che le acque della rada di Augusta sono una miniera sommersa di metalli pesanti e sostanze altamente inquinanti che vanno a finire nella catena alimentare: io lo sapevo e l’avevo anche denunciato. Lo sapevano anche le istituzioni, ma tacevano e da noi sollecitate mentivano tacciandoci perfino di fare allarmismo.
A differenza delle confezioni di tetrapak (ritirate sollecitamente dal commercio) mercurio, cromo cadmio, esa-cloro-benzene, nichel, pcb, diossine, ecc. possono ancora rimanere sui fondali del porto di Augusta per tenere alta la concentrazione di veleni nel nostro mare, per continuare ad uccidere ancora a lungo.
Probabilmente per i livelli di devastazione raggiunti dall’ecosistema di Augusta non sarà mai più possibile la bonifica ed il fantasma di Marina di Melilli (il centro abitato raso al suolo per far posto all’ennesima raffineria) già volteggia nell’aria inquinata dei nostri comuni, contigui a quelli definiti patrimonio dell’umanità che lei si prepara a visitare.
Mi addolora profondamente, come uomo, il fatto che lei venga nella mia provincia per fare il turista, per vedere pietre e monumenti; mi addolora profondamente il fatto che lei, “prigioniero del protocollo” sfugga il contatto con una popolazione martoriata dalle malattie del progresso, subdolamente schiacciata dal ricatto occupazionale, cinicamente ignorata da quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla e tutelarla in nome della costituzione.
Immagino che quando verrà a Siracusa, davanti ad un pubblico selezionato, ma servile, non si farà sfuggire l’occasione di parlare davanti alle telecamere sulle “bellezze e della ricchezza culturale della Sicilia”.
La Sicilia, signor presidente, non è solo quella.
La provincia di Siracusa, signor presidente, non è solo il capoluogo o la zona a sud e ad ovest di esso: provincia di Siracusa, signor presidente è anche la zona nord, dove vivono e viviamo altri italiani, probabilmente con meno diritti degli altri.
Se lei venisse qui come privato cittadino non avrei nulla da eccepire, ma poiché verrà come capo dello stato allora ho tutto il diritto ed anche il dovere di contestare la sua visita perché sarebbe una visita solo parziale e politicamente opportunistica.
Di stragi, catastrofi e calamità in quest’Italia ne ho viste ormai tante, ma non ho mai dimenticato che ai funerali delle vittime del terremoto del 13 dicembre 1990, l’unico assente fu lo stato, contrariamente a tutte le altre calamità accadute sul territorio nazionale.
Forse esiste una piccola porzione di territorio di questa Italia che deve sempre sottostare al silenzio ed allo sfruttamento i cui abitanti anziché essere cittadini debbano essere non solo sudditi senza diritti, ma anche uomini senza diritti.
Signor presidente, la carta costituzionale non ha una coscienza, ma lei, come uomo, una coscienza ce l’ha?
Distinti saluti in attesa di una doverosa risposta, anche per via giudiziaria.

Augusta, 13 dicembre 1990
Sac. Prisutto Palmiro

(*) Progetto per la messa in sicurezza d’emergenza relativa ai sedimenti presenti nelle aree prioritarie della rada di Augusta - Relazione tecnica preliminare -, Sviluppo Italia Aree Produttive S. p. A.
Via Boccanelli, 30 00138 ROMA

Appello di Don Palmiro Prisutto

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