| Sono
moltissimi, oggi, i ragazzi e i giovani delle nostre scuole
superiori che non conoscono nulla di Bhopal, Minamata, Seveso.
Sono più conosciute Auschwitz, Chernobyl, Hiroshima,
un po’ meno Nagasaki.
Conoscono, forse, qualche notizia su Marghera, ma poco o
nulla sull’Acna di Cengio o della Farmoplant di Massa,
o dell’Enichem di Manfredonia o di Gela o di Milazzo.
Sono queste alcune tra le più grandi tragedie dell’umanità
e dell’Italia.
Ma se non c’è informazione non c’è
“memoria”.
“Ieri”, dopo l’“esplosione”
del caso Enichem Priolo e del suo mercurio è stato
normale collegare come in un un gemellaggio ideale tra Minamata
e Augusta-Priolo.
All’epoca in cui Condorelli, ad Augusta, mandava sotto
processo “per inquinamento” i direttori degli
stabilimenti del siracusano il Corriere della Sera, parlando
dei malformati di Augusta la definiva “Seveso del
Sud”. Oggi con la scoperta della “diossina”
un altro gemellaggio tra Seveso e Augusta appare inevitabile.
Le ultime notizie riferiscono che il sottosuolo degli stabilimenti
oltre a celare tesori archeologici nascondono pure dei fusti
dal contenuto sconosciuto.
Prima del terremoto del 1990 i big della sismologia ammonivano:
un terremoto nella fascia costiera tra Catania e Siracusa
(=Augusta-Priolo-Melilli) provocherebbe un disastro peggiore
di Chernobyl.
Chi conosce il caso Marghera, Cengio, Farmoplant non tarderebbe
a stabilire, per analogia, un “gemellaggio”
con Augusta-Priolo-Melilli, quello che da tempo viene definito
in taluni ambienti il “triangolo della morte”.
Oggi, riflettendo sul ricatto occupazionale a cui devono
sottostare supinamente gli operai del petrolchimico, non
sarebbe neanche azzardato fare un “gemellaggio”
con Auschwitz dove, all’ingresso del campo di sterminio,
con un cinismo luciferino i nazisti avevano scritto: “il
lavoro rende liberi”.
Si potrebbe scrivere a lungo su ognuno di questi ideali
gemellaggi, e di queste problematiche, ma vorrei fare, invece,
un accostamento, oggi, fra due località: Marina di
Melilli e Seveso.
Seveso: il disastro dell’ICMESA avvenne il 10 luglio
1976.
Era una fabbrichetta chimica a ridosso di Seveso, una cittadina
poco distante da Milano.
Ci fu una “fuga” di diossina da quella fabbrica,
ma come per tanti misteri d’Italia, non è stato
mai chiarito quanta ne sia sfuggita. In certe situazioni
anche le cifre giocano un ruolo importante: all’inizio
si parlò di pochi etti, poi di 2 Kg, poi, dopo qualche
tempo, si parlò di 20 kg, ma furono in pochi a credere
a questa “verità” per l’imponente
opera di “bonifica” che ne conseguì.
Ricordo le pustole sul volto dei bambini contaminati;
ricordo gli aborti spontanei e quelli “consigliati”
alle gestanti dalle autorità sanitarie (in un’epoca
in cui in Italia l’aborto era illegale);
ricordo l’abbattimento degli animali all’interno
della zona contaminata (nel raggio di diversi km dall’ICMESA);
e ricordo, anche, l’asportazione dello strato superficiale
del terreno, poi sistemato in appositi contenitori e sigillato
e trasferito chissà dove.
L’opinione pubblica italiana non sa che fine abbiano
fatto quei fusti, ma ancora oggi non esiste tecnologia capace
di abbattere quel tipo di rifiuto considerato tossico e
nocivo dagli effetti devastanti: cancerogeno, mutageno e
teratogeno.
Non si sa neanche chi pagò “quella bonifica”,
ma probabilmente fu fatta con denaro pubblico, perché
di privato c’è e ci deve essere solo il profitto
di taluni gruppi industriali.
Dopo quel disastro ambientale e quello successivo di Chernobyl
(25 aprile 1986) l’Italia ed anche l’Europa
cominciarono a riflettere sull’opportunità
di non costruire più stabilimenti nocivi alla salute
attigui ai centri abitati, o perlomeno, a delocalizzare
taluni impianti pericolosi.
Forse tutto questo da qualche parte è stato attuato
o è in corso di attuazione: ma ad Augusta Priolo
Melilli come stanno le cose?
La “direttiva Seveso”, oltre che legge italiana
è diventata anche normativa europea. Per dirla in
breve la filosofia di questa legge è questa: non
si possono installare attività insalubri o pericolose
vicino ai centri abitati.
Il disastro di Seveso avvenne il 10 luglio 1976: oggi l’Icmesa
è chiusa: troppo pericolosa, ma solo a disastro avvenuto.
Marina di Melilli
Era l’anno 1978: siamo già dopo l’incidente
di Seveso. Dicono i saggi “historia docet”,
ma forse nel siracusano – dopo la lezione di Seveso
- si sarebbero dovuti mandare ad un particolare tipo di
scuola un gran numero di amministratori, politici, sindacalisti
e perfino certe persone che occupano cariche istituzionali,
che al cosiddetto “progresso” sempre e solo
applaudivano senza riflettere.
Per questo piccolo centro abitato, in riva al mare, tra
Siracusa e Priolo, venne stabilita la sua “condanna
a morte”: la colpa di Marina di Melilli era quella
di essere troppo vicina alle industrie nate… dopo
di essa: Cogema, Enel, Montedison a nord e a ovest, e un
po’ più in la a sud una vecchia cementeria:
la SACCS. Ma era, soprattutto, molto vicina a quell’industria…
che doveva ancora sorgere: l’ISAB.
I politici, i sindacati e gli amministratori di quel tempo
“fortunatamente per Noto” impedirono che l’Isab
di Garrone deturpasse Vendicari. San Vito Lo Capo, nella
Sicilia nord occidentale aveva rifiutato a Garrone quei
posti di lavoro scommettendo sul turismo. Trovarono, così,
più idoneo il sito di Marina di Melilli.
Ma c’era un problema: Marina di Melilli esisteva già.
Aveva circa millecinquecento anime, la sua chiesa con il
piccolo campanile, la scuola. E poi c’era l’esperienza
di Seveso. Non si poteva fare spazio all’Isab.
Ma i “maghi” dell’epoca, probabilmente
con qualche strano sortilegio, (=tangenti) ci riuscirono.
Approvarono subito la direttiva “Marina di Melilli”.
Non è compatibile la presenza di un centro abitato
vicino a industrie a rischio …che devono ancora sorgere…
Quindi, in un ambiente già saturo di tante “cose”,
in un luogo dove già da anni era scattato l’allarme
inquinamento, si decise di portare ulteriore “lavoro”
e “ricchezza”.
E Marina di Melilli? Doveva emigrare!
L’ASI di Siracusa acquistò il terreno di Marina
di Melilli; agli abitanti fu offerto una sorta di indennizzo
per procurarsi alloggio altrove.
Una dopo l’altra tra il 1978/80 le abitazioni vennero
rase al suolo, come fossero case abusive, e sorse l’ennesima
raffineria, la più grande del Mediterraneo: l’ISAB.
Così, dopo quelle di Augusta, anche le acque da Marina
di Melilli fino Scala Greca, diventarono non balenabili.
Un altro pontile si aggiunse a quelli già esistenti
nella rada di Augusta. Anziché restituire il mare
ai cittadini continuarono a sottrarlo.
La carta geografica e topografica della zona a nord di Siracusa
subì delle trasformazioni:
scomparve Marina di Melilli;
Priolo, da frazione di Siracusa, dopo una dura lotta “d’indipendenza”,
divenne comune autonomo strappando a Melilli e Siracusa
porzioni di terreno industrializzato e, quindi, denaro.
Priolo scelse la “monetizzazione” del rischio.
Melilli, la cittadina “dove negli anni ‘60 non
si pagavano le tasse” (perché le pagavano le
industrie) dovette cedere a Priolo il territorio delle frazioni
di Marina e di San Focà, ed in cambio ottenne il
terreno sotto Belvedere, dove fu costruita “Città
Giardino”.
Siracusa perse il suo “dominio” a nord ed anche
quella parte di ricchezza che le veniva dal quel territorio
ceduto a Priolo.
Chissà perché la “direttiva Marina di
Melilli” toccò solo questo minuscolo paesino
e non anche Priolo, Augusta e Melilli. Il 30 novembre 1990
finalmente, dopo quasi vent’anni, il Ministero per
l’Ambiente le dichiarava “zona ad alto rischio
di crisi ambientale” estendendo addirittura l’area
ai comuni di Siracusa, Floridia, Solarino e Sortino. Era
un segno della riconosciuta gravità della situazione.
Ci si aspettava il risanamento, la bonifica, il risarcimento
dei danni ambientali.
Arrivò, invece, 13 giorni dopo, il terremoto. Anche
questo passò inosservato come l’inquinamento
e le sue conseguenze. Non arrivarono, né sono arrivati
fino ad oggi, i fondi per il risanamento.
Se effettivamente il quadro della situazione è quello
descritto dal decreto del ministero per l’ambiente,
se il quadro descritto è effettivamente rispondente
a quello delle associazioni ambientaliste, bisognava (e
bisognerebbe) fare una scelta: bisogna stabilire chi deve
rimanere su questo territorio: se gli abitanti di Augusta-Priolo-Melilli
o gli stabilimenti del benessere e del progresso; chi di
dovere dovrebbe dare una risposta chiara, veritiera, coraggiosa,
anche impopolare.
Ma i veleni e la diossina del polo petrolchimico più
grande d’Europa, lo spettro della fame agitato dal
ricatto occupazionale, hanno narcotizzato perfino la capacità
di una giusta reazione della popolazione.
Ad Augusta si continua a morire di cancro, diventato un’epidemia;
si continua a nascere malformati senza che nessun ministro
o magistrato intervenga (efficacemente).
Ad Augusta, invece… tutto continua a rimanere ...
invariato? No! E’ aumentato solo l’inquinamento
e le sue conseguenze. Oltre il danno la beffa!
Il futuro?
La notizia è di ieri: quattro dicembre 2003; la raffineria
Esso, la prima ad impiantarsi su questo territorio, che
diede lavoro a tanti “picciotti” trasformandoli
da artigiani, contadini, pescatori e salinari in operai
con tuta ed elmetto, con posto fisso e stipendio sicuro,
ha annunciato 150 licenziamenti.
Per le grandi compagnie, con la globalizzazione, altrove
la manodopera costa meno e i profitti sono più alti.
Perché, dunque, rimanere qui?
Che volete; il profitto ha le sue logiche. Come anche il
progresso.
Un prezzo bisogna pur pagarlo e qualcuno lo deve pagare.
Di solito … i più deboli … o i più
fessi.
Augusta, 5 dicembre 2003
Palmiro Prisutto
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