PAROLE DI PRISUTTO


REPORTAGE

AUGUSTA = SEVESO DI SICILIA


la Sicilia

Gazzetta del Sud

Giornale di Sicilia

la Repubblica

corriere della sera

Ansa

TG Com

Notiziari
TG Rai

 

Don Palmiro Prisutto

PAROLE DI DON PALMIRO PRISUTTO


5 DICEMBRE 2003

“Direttiva Seveso” o “Direttiva Marina di Melilli”?

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?
Di lavoro e di inquinamento si muore.

Sono moltissimi, oggi, i ragazzi e i giovani delle nostre scuole superiori che non conoscono nulla di Bhopal, Minamata, Seveso.
Sono più conosciute Auschwitz, Chernobyl, Hiroshima, un po’ meno Nagasaki.
Conoscono, forse, qualche notizia su Marghera, ma poco o nulla sull’Acna di Cengio o della Farmoplant di Massa, o dell’Enichem di Manfredonia o di Gela o di Milazzo.
Sono queste alcune tra le più grandi tragedie dell’umanità e dell’Italia.
Ma se non c’è informazione non c’è “memoria”.
“Ieri”, dopo l’“esplosione” del caso Enichem Priolo e del suo mercurio è stato normale collegare come in un un gemellaggio ideale tra Minamata e Augusta-Priolo.
All’epoca in cui Condorelli, ad Augusta, mandava sotto processo “per inquinamento” i direttori degli stabilimenti del siracusano il Corriere della Sera, parlando dei malformati di Augusta la definiva “Seveso del Sud”. Oggi con la scoperta della “diossina” un altro gemellaggio tra Seveso e Augusta appare inevitabile.
Le ultime notizie riferiscono che il sottosuolo degli stabilimenti oltre a celare tesori archeologici nascondono pure dei fusti dal contenuto sconosciuto.
Prima del terremoto del 1990 i big della sismologia ammonivano: un terremoto nella fascia costiera tra Catania e Siracusa (=Augusta-Priolo-Melilli) provocherebbe un disastro peggiore di Chernobyl.
Chi conosce il caso Marghera, Cengio, Farmoplant non tarderebbe a stabilire, per analogia, un “gemellaggio” con Augusta-Priolo-Melilli, quello che da tempo viene definito in taluni ambienti il “triangolo della morte”.
Oggi, riflettendo sul ricatto occupazionale a cui devono sottostare supinamente gli operai del petrolchimico, non sarebbe neanche azzardato fare un “gemellaggio” con Auschwitz dove, all’ingresso del campo di sterminio, con un cinismo luciferino i nazisti avevano scritto: “il lavoro rende liberi”.
Si potrebbe scrivere a lungo su ognuno di questi ideali gemellaggi, e di queste problematiche, ma vorrei fare, invece, un accostamento, oggi, fra due località: Marina di Melilli e Seveso.
Seveso: il disastro dell’ICMESA avvenne il 10 luglio 1976.
Era una fabbrichetta chimica a ridosso di Seveso, una cittadina poco distante da Milano.
Ci fu una “fuga” di diossina da quella fabbrica, ma come per tanti misteri d’Italia, non è stato mai chiarito quanta ne sia sfuggita. In certe situazioni anche le cifre giocano un ruolo importante: all’inizio si parlò di pochi etti, poi di 2 Kg, poi, dopo qualche tempo, si parlò di 20 kg, ma furono in pochi a credere a questa “verità” per l’imponente opera di “bonifica” che ne conseguì.
Ricordo le pustole sul volto dei bambini contaminati;
ricordo gli aborti spontanei e quelli “consigliati” alle gestanti dalle autorità sanitarie (in un’epoca in cui in Italia l’aborto era illegale);
ricordo l’abbattimento degli animali all’interno della zona contaminata (nel raggio di diversi km dall’ICMESA);
e ricordo, anche, l’asportazione dello strato superficiale del terreno, poi sistemato in appositi contenitori e sigillato e trasferito chissà dove.
L’opinione pubblica italiana non sa che fine abbiano fatto quei fusti, ma ancora oggi non esiste tecnologia capace di abbattere quel tipo di rifiuto considerato tossico e nocivo dagli effetti devastanti: cancerogeno, mutageno e teratogeno.
Non si sa neanche chi pagò “quella bonifica”, ma probabilmente fu fatta con denaro pubblico, perché di privato c’è e ci deve essere solo il profitto di taluni gruppi industriali.
Dopo quel disastro ambientale e quello successivo di Chernobyl (25 aprile 1986) l’Italia ed anche l’Europa cominciarono a riflettere sull’opportunità di non costruire più stabilimenti nocivi alla salute attigui ai centri abitati, o perlomeno, a delocalizzare taluni impianti pericolosi.
Forse tutto questo da qualche parte è stato attuato o è in corso di attuazione: ma ad Augusta Priolo Melilli come stanno le cose?
La “direttiva Seveso”, oltre che legge italiana è diventata anche normativa europea. Per dirla in breve la filosofia di questa legge è questa: non si possono installare attività insalubri o pericolose vicino ai centri abitati.
Il disastro di Seveso avvenne il 10 luglio 1976: oggi l’Icmesa è chiusa: troppo pericolosa, ma solo a disastro avvenuto.
Marina di Melilli
Era l’anno 1978: siamo già dopo l’incidente di Seveso. Dicono i saggi “historia docet”, ma forse nel siracusano – dopo la lezione di Seveso - si sarebbero dovuti mandare ad un particolare tipo di scuola un gran numero di amministratori, politici, sindacalisti e perfino certe persone che occupano cariche istituzionali, che al cosiddetto “progresso” sempre e solo applaudivano senza riflettere.
Per questo piccolo centro abitato, in riva al mare, tra Siracusa e Priolo, venne stabilita la sua “condanna a morte”: la colpa di Marina di Melilli era quella di essere troppo vicina alle industrie nate… dopo di essa: Cogema, Enel, Montedison a nord e a ovest, e un po’ più in la a sud una vecchia cementeria: la SACCS. Ma era, soprattutto, molto vicina a quell’industria… che doveva ancora sorgere: l’ISAB.
I politici, i sindacati e gli amministratori di quel tempo “fortunatamente per Noto” impedirono che l’Isab di Garrone deturpasse Vendicari. San Vito Lo Capo, nella Sicilia nord occidentale aveva rifiutato a Garrone quei posti di lavoro scommettendo sul turismo. Trovarono, così, più idoneo il sito di Marina di Melilli.
Ma c’era un problema: Marina di Melilli esisteva già. Aveva circa millecinquecento anime, la sua chiesa con il piccolo campanile, la scuola. E poi c’era l’esperienza di Seveso. Non si poteva fare spazio all’Isab.
Ma i “maghi” dell’epoca, probabilmente con qualche strano sortilegio, (=tangenti) ci riuscirono.
Approvarono subito la direttiva “Marina di Melilli”. Non è compatibile la presenza di un centro abitato vicino a industrie a rischio …che devono ancora sorgere…
Quindi, in un ambiente già saturo di tante “cose”, in un luogo dove già da anni era scattato l’allarme inquinamento, si decise di portare ulteriore “lavoro” e “ricchezza”.
E Marina di Melilli? Doveva emigrare!
L’ASI di Siracusa acquistò il terreno di Marina di Melilli; agli abitanti fu offerto una sorta di indennizzo per procurarsi alloggio altrove.
Una dopo l’altra tra il 1978/80 le abitazioni vennero rase al suolo, come fossero case abusive, e sorse l’ennesima raffineria, la più grande del Mediterraneo: l’ISAB.
Così, dopo quelle di Augusta, anche le acque da Marina di Melilli fino Scala Greca, diventarono non balenabili. Un altro pontile si aggiunse a quelli già esistenti nella rada di Augusta. Anziché restituire il mare ai cittadini continuarono a sottrarlo.
La carta geografica e topografica della zona a nord di Siracusa subì delle trasformazioni:
scomparve Marina di Melilli;
Priolo, da frazione di Siracusa, dopo una dura lotta “d’indipendenza”, divenne comune autonomo strappando a Melilli e Siracusa porzioni di terreno industrializzato e, quindi, denaro.
Priolo scelse la “monetizzazione” del rischio.
Melilli, la cittadina “dove negli anni ‘60 non si pagavano le tasse” (perché le pagavano le industrie) dovette cedere a Priolo il territorio delle frazioni di Marina e di San Focà, ed in cambio ottenne il terreno sotto Belvedere, dove fu costruita “Città Giardino”.
Siracusa perse il suo “dominio” a nord ed anche quella parte di ricchezza che le veniva dal quel territorio ceduto a Priolo.
Chissà perché la “direttiva Marina di Melilli” toccò solo questo minuscolo paesino e non anche Priolo, Augusta e Melilli. Il 30 novembre 1990 finalmente, dopo quasi vent’anni, il Ministero per l’Ambiente le dichiarava “zona ad alto rischio di crisi ambientale” estendendo addirittura l’area ai comuni di Siracusa, Floridia, Solarino e Sortino. Era un segno della riconosciuta gravità della situazione. Ci si aspettava il risanamento, la bonifica, il risarcimento dei danni ambientali.
Arrivò, invece, 13 giorni dopo, il terremoto. Anche questo passò inosservato come l’inquinamento e le sue conseguenze. Non arrivarono, né sono arrivati fino ad oggi, i fondi per il risanamento.
Se effettivamente il quadro della situazione è quello descritto dal decreto del ministero per l’ambiente, se il quadro descritto è effettivamente rispondente a quello delle associazioni ambientaliste, bisognava (e bisognerebbe) fare una scelta: bisogna stabilire chi deve rimanere su questo territorio: se gli abitanti di Augusta-Priolo-Melilli o gli stabilimenti del benessere e del progresso; chi di dovere dovrebbe dare una risposta chiara, veritiera, coraggiosa, anche impopolare.
Ma i veleni e la diossina del polo petrolchimico più grande d’Europa, lo spettro della fame agitato dal ricatto occupazionale, hanno narcotizzato perfino la capacità di una giusta reazione della popolazione.
Ad Augusta si continua a morire di cancro, diventato un’epidemia; si continua a nascere malformati senza che nessun ministro o magistrato intervenga (efficacemente).
Ad Augusta, invece… tutto continua a rimanere ... invariato? No! E’ aumentato solo l’inquinamento e le sue conseguenze. Oltre il danno la beffa!
Il futuro?
La notizia è di ieri: quattro dicembre 2003; la raffineria Esso, la prima ad impiantarsi su questo territorio, che diede lavoro a tanti “picciotti” trasformandoli da artigiani, contadini, pescatori e salinari in operai con tuta ed elmetto, con posto fisso e stipendio sicuro, ha annunciato 150 licenziamenti.
Per le grandi compagnie, con la globalizzazione, altrove la manodopera costa meno e i profitti sono più alti.
Perché, dunque, rimanere qui?
Che volete; il profitto ha le sue logiche. Come anche il progresso.
Un prezzo bisogna pur pagarlo e qualcuno lo deve pagare. Di solito … i più deboli … o i più fessi.
Augusta, 5 dicembre 2003

Palmiro Prisutto

partecipa al Forum