Il paese, Marina di Melilli, col suo mare, era
un posto baciato da Dio.
Oggi è un luogo abbandonato da tutti. Gli insediamenti
industriali lo hanno ridotto a un cumulo di scorie.
di Roselina Salemi

L’hanno trovato legato mani e piedi, incaprettato
si dice dalle mie parti, dentro il bagagliaio di una
vecchia Alfa Romeo verde, ai margini della strada sterrata
che costeggia il mare.
C'era stata la solita telefonata anonima, altrimenti
nessuno sarebbe andato a cercarlo, in quella ventosa
mattina di giugno, piena di nuvole inseguite dal fumo
delle ciminiere.
Marina di Melilli era morta già da molto tempo,
persino i fantasmi se ne erano andati, non trovando
più rovine da abitare.
Era rimasto soltanto lui, il vecchio, ostinato Salvatore
Gurrieri, occhio d'aquila, faccia antica, come scolpita
nella pietra.
Gurrieri, l'ex rappresentante di forni Tibiletti, l'ex
deputato dell'Uomo qualunque, che si vantava di aver
dato uno schiaffo a Togliatti, l'ex liberale che aveva
letto Moby Dick a 52 anni e aveva deciso: voglio essere
la balena. Non sembrava un delitto di mafia, non in
senso stretto, almeno.
L’incaprettamento, diceva il giudice, era stato
una necessità: gli assassini (due) dovevano infilarlo
nel bagagliaio e non avevano altra scelta. Salvatore
Gurrieri era morto prima, strangolato. Si era difeso
disperatamente, come si può difendere un uomo
che ha superato gli 80 anni.
Era solo, la moglie era andata a trovare i parenti.
In casa, lì vicino, c'erano i segni dell'aggressione:
sedie rovesciate, stoviglie rotte, un vaso con tre dalie
caduto sul pavimento. I cassetti però erano in
ordine, segno che non si trattava di ladri.
Fine delle notizie ufficiali. Ho ascoltato in silenzio
la voce lontana che mi raccontava i particolari raggiungendo
il mio ufficio di Milano dove giugno era un po' meno
luminoso e senza vento.
E all'improvviso ho visto sparire gli oggetti del mio
presente, il tavolo, l'armadio pieno di libri, il computer,
la stampante.
Qualcuno aveva riavvolto all’indietro il nastro
del tempo. Ero più giovane.
Ero in piedi davanti al mare ferito, eppure indifferente,
sulla spiaggia dove, trent'anni fa, è cominciata
la storia che sto scrivendo. Ero immobile, di fronte
a una casa diroccata, dove la vernice nera, ancora carica
di rabbia, gridava: "Marina di Melilli, risorgerai".
Ho sentito negli occhi il bruciore dell'ammoniaca, ho
tossito per il fumo che arrivava con il libeccio attraversando
gli oleandri polverosi, mentre Salvatore Gurrieri, perdendo
continuamente il filo, mi raccontava una storia, antica
come il mondo, di denaro e di potere, il cui seme è
stato piantato a cinquanta metri da dove l'hanno trovato
morto, nel punto preciso della spiaggia dove lui giurava
ostinatamente di aver visto una sirena il giorno del
suo decimo compleanno.

Ero arrivata a Marina come ci arriva una giornalista
affamata di lavoro.
Leggevo i quotidiani locali, cercavo, dietro notizie
di poche righe, una storia da offrire al mio capo (ero
corrispondente di la Repubblica dalla Sicilia). Mi avevano
detto che al direttore, Eugenio Scalfari, piaceva la
cronaca raccontata e mi andava benissimo, perché
piaceva anche a me.
Così, setacciando avevo trovato lo strano caso
del fornaio che faceva le pagnotte con l'acqua di mare
e degli irriducibili che vivevano in un paese di macerie,
capitanati dall'ex Uomo qualunque Salvatore Gurrieri.
Abbastanza per dare un' occhiata. Era la fine di febbraio,
una di quelle giornate
che sembrano finte, i fiori già sbocciati, il
cielo dipinto, la luce ardente come una fiamma. Mi vedo
camminare verso la casa costruita quasi sul mare con
un terrazzo che sembra la prua di una nave, l'unica
visibilmente abitata, con lenzuola stese ad asciugare,
l'Alfa Romeo verde parcheggiata sotto una tettoia invasa
dai rampicanti, mi vedo bussare alla porta, sorridere
al signore sospettoso che apre: Salvatore Gurrieri.
Succede che lui non mi vuole parlare. Quando capisce
chi sono e che cosa voglio, mi riempie le braccia di
scartoffie annotate da una scrittura tremolante e mi
chiede di leggerle tutte. Dopo, se ancora la cosa mi
interessa, parlerà (forse). Mi siedo fuori, su
una panca di pietra, comincio a prendere furiosamente
appunti. La sintesi è questa. All'inizio degli
anni Settanta qualcuno decide che questo angolo di Sicilia,
cantato dai poeti latini, terra magica, baciata dalla
grazia degli dei, ha un solo futuro possibile: la Grande
Industria. Montedison, Isab, Enel, Cogema.
Centrale elettrica. Petrolchimico. Industria Siciliana
Asfalti e Bitumi. Magnesio.
La Grande Industria ha bisogno di spazio e la politica
glielo trova. Sono i tempi della Democrazia cristiana,
di uomini potenti e chiacchierati come il senatore Graziano
Verzotto, dell'accordo ecumenico con le sinistre in
nome dei posti di lavoro, della ricchezza per tutti.
L'operazione si chiama "tabula rasa”: significa
che il Progresso avanzerà a spese di Marina di
Melilli, ex borgata di pescatori, paese semiabusivo
e disordinato cresciuto tra la strada provinciale per
Siracusa e il mare, dove la gente tiene la barca "parcheggiata”
davanti alla casa.
Sembra facile: si indennizzano i proprietari, si butta
giù tutto, si spiana, si costruisce. Chi partecipa
al progetto riceverà dalla Grande Industria segni
concreti di gratitudine. Sembra facile: con l'Isab alle
spalle l'aria è già irrespirabile: chi
insisterà per restare lì? Nel 1973 una
fuga di gas intossica mezzo paese e un centinaio di
persone finisce in ospedale. Strani incidenti si moltiplicano:
malattie ai polmoni, reazioni allergiche, vomito.
La
gente comincia ad andare via. Non ci sono espropri,
solo cessioni bonarie, discreti indennizzi oppure offerte
di appartamenti nei paesi vicini, Priolo, Floridia,
Melilli. Ma quando, il 17 febbraio del 1973, cominciano
le demolizioni, l'operazione "tabula rasa”
è ancora molto indietro,
anche se finanziata per dieci miliardi dalla Cassa per
il Mezzogiorno.
A Marina ci sono 182 famiglie, mille abitanti, panificio,
macelleria, merceria, alimentari, bar, telefono pubblico,
ricevitoria per giocare al totocalcio, tabaccaio, elettricista,
trattoria De Simone con specialità zuppa di cozze,
scuola elementare, una chiesa: Santa Maria Stella del
Mare.
E qualcuno rilascia ancora licenze per costruire altre
case.
A questo punto, nasce la resistenza. La maggior parte
vuole soltanto alzare il prezzo, ma Salvatore Gurrieri
no. Lui vuole il mare, il suo mare.
Non vuole le industrie e non gli interessano i soldi.
Ha deciso che non se ne andrà. Altri la pensano
allo stesso modo, pochi per la verità, ma bastano
a inceppare il meccanismo faticoso della burocrazia.
Non ci sono soltanto muri da abbattere, ci sono delibere
da approvare,
varianti di progetto, consigli comunali pieni di gente
capricciosa. Montagne di carta bollata e stormi di avvocati.
Un mese dopo le prime ruspe, la gente inferocita occupa
gli uffici dell'Area di Sviluppo Industriale di Siracusa,
volano tavoli e portacenere, un impiegato scivola e
batte la testa, commozione cerebrale, partono sette
inchieste e il pretore di Augusta Nino Condorelli, uno
tosto, uno di quelli definiti "d'assalto",
ferma le demolizioni. Cominciano le minacce.
Arriva un mafioso di Altofonte a convincere la gente
che non è il caso di discutere e che lui farà,
come nei film, un'offerta difficile da rifiutare. L'offerta
è questa: amico mio, vedo che hai una casetta
simpatica, una bella moglie, complimenti, un cane, tre
bambini piccoli e una gabbia con i pappagalli, allora
ti vorrei ricordare che tutte queste cose, e persone
sono, disgraziatamente, combustibili. Salvatore Gurrieri
lo denuncia.
Arriva un portaborse democristiano e promette soldi
a chi non pianterà grane, altrimenti chissà,
può succedere qualsiasi cosa. Salvatore Gurrieri
lo denuncia. Arriva un sottopancia romano che, a nome
di un ministro, assicura indennizzi extra a chi firmerà
la cessione della sua proprietà entro sessanta
giorni. Salvatore Gurrieri lo denuncia. All'inizio del
1980 il bollettino dell'ottimismo dichiara: «Gli
immobili da espropriare sono 184 abitazioni e 182 lotti
di terreno. Complessivamente sono state pagate e quindi
espropriate 89 ditte, di cui 80 fabbricati e 9 terreni.
L’importo ammonta a quasi tre miliardi. Tutto
sarà fatto nel più breve tempo possibile».
Tempo, tempo. Seduta sulla pietra scomoda, non nell'ufficio
di Milano, attraverso gli anni, avanti e indietro, vedo
la mia posta, vedo le carte di tanti anni fa, chiare
come se le avessi consultate ieri. Il vento le fa svolazzare,
confonde le date, la rigida cronologia che,oggi ha perso
valore.
Volano le dichiarazioni del ministro Michele Di Giesi
che promette la rinascita di Marina altrove, forse sulla
collina, miliardi, bonifica, città giardino.
Volano le dichiarazioni di Nino Musumeci, ex sindaco
di Melilli, che pubblicizza la sua grande "esperienza-dedizione-dedizione"
su un volantino
per le elezioni del 26 giugno 1983: «Da sindaco
di Melilli si è preoccupato dei grandi problemi
(inquinamento atmosferico e marino, centrale termoelettrica,
stabilimento Anilina) non trascurando ovviamente le
"piccole cose". Nino Musumeci, il melillese
che ama il suo paese».
Bella rima, grande poeta, annota Salvatore Gurrieri
ai margini del foglio. Intanto vanno via tutti. La salsedine
fa scoppiare le lampadine.
La Sip, cancella Marina di Melilli dal distretto telefonico.
il servizio postale è sospeso, anche se il buon
Carmelo con la sua bicicletta continua a consegnare
le lettere al paese perduto; il fornaio non ha più
l'acqua e per non perdere la licenza impasta il pane
con il mare,
che consegna alla farina il suo colore malato.
Il 15 dicembre 1984, con il settimo decreto di demolizione,
le ruspe trovano solo otto famiglie, ma, sorpresa, la
burocrazia dei tribunali ha fatto il suo corso. Una
sentenza dichiara che dopo il 1980 non è più
possibile buttare giù quello che resta: ogni
intervento è illegittimo.
Naturalmente ci sono anche dispositivi diversi, la giustizia
si contraddice, le interpretazioni sono tante, così
tante che i processi, civili e penali, si intrecciano
paralizzandosi.
Per l'Isab viene fuori una storia di tangenti che spiega
la determinazione nel sacrificare Marina di Melilli,
le sue case, la sua baia dorata nella luce dell'alba,
per il Petrolchimico vengono fuori storie di inquinamento
(l'acqua dei rubinetti è rossastra) e una dottoressa
incosciente scrive un rapporto dove confronta la percentuale
dei cancri, delle leucemie e dei bambini malformati
con la media nazionale giungendo alla conclusione che
sono troppi. La dottoressa sparisce misteriosamente.
Nel 1985 il Petrolchimico entra in crisi. Non solo abbandona
il sogno di espandersi testimoniato da un plastico futuribile
con tante ciminiere in miniatura, ma riduce i posti
di lavoro. Dovevano essere 15 mila e sono sempre meno.
Parte la cassa integrazione per 2000 operai, si parla
di chiusura.
Domandona: a che cosa è servito sacrificare Marina?
Salvatore Gurrieri manda cento fra lettere, denunce
e telegrammi, dal presidente della Repubblica in giù,
chiedendo di essere ascoltato. Non riceve risposte,
ma minacce. A quel punto, arrivo io con la mia "126"
bianca, leggo le carte che mi ha consegnato e mi convinco
che ho tra le mani una storia straordinaria, una di
quelle che diventano film hollywoodiani, la storia che
mi farà assumere da la Repubblica.
Ero innocente, deve essersene accorto anche Salvatore
Gurrieri. Gli sono piaciuta, ha trovato in me la stessa
passione per le cause perse che aveva lui, la stessa
irragionevole dedizione a battaglie gloriose, ma inutili.
Così ha messo da parte la diffidenza e ha disegnato
nell' aria la mappa del paese scomparso con le case,
gli orti e i giardini, mi ha portato nello spazio vuoto
dove sette anni prima c'era una villa di ricchi e ha
spazzato via la sabbia con le mani per farmi vedere
il poco che era rimasto, un pavimento di ceramica di
Caltagirone decorato a gigli e foglie, mi ha trascinato
verso un muretto dove si respirava un'inspiegabile fragranza
di gelsomino e seriamente mi ha detto che le pietre
conservano la memoria degli odori (notizia che poi ho
trovato negli scritti di al-Farabi). Dovrei dire che
era un pazzo, ma non lo era.
Mi
ha rivelato segreti che nessuno voleva conoscere: gli
scarichi che rovesciavano in mare veleni, veleni e veleni,
quelli che cambiavano il colore dell'acqua, quelli che
ti facevano tossire e lacrimare. Mi ha regalato una
foto vecchissima, quando a Marina c'erano ancora le
dune e sulla sabbia sbocciavano minuscoli fiori blu
chiamati "occhi d'angelo".
Ma soprattutto, mi ha fatto conoscere gli altri. Per
prima, sua moglie Lilla, Ercolina Mori, parente del
prefetto che voleva cancellare la mafia dalla Sicilia,
una donna bella e inflessibile, dai capelli bianchi
raccolti in un piccolo chignon alla Evita. Era stata
partigiana, con l'ovvio anagramma di Nila Romi, era
stata deputato di Giustizia e libertà e si era
innamorata di lui, Salvatore Gurrieri, della sua ostinazione
e delle sue mani contadine.
Subito dopo mi ha presentato il fornaio Paolo Lombardo:
gli ho chiesto di fare per me un chilo di mafalde con
l'acqua presa dagli scarichi delle aniline, mollica
rossa e viola, pane della disperazione che avrebbe potuto
provare al di là di ogni ragionevole dubbio che
cosa c'era davvero nel mare.
La famiglia Quattrocchi, proprietaria di una macelleria
surreale con i ganci e il bancone vuoto, era sempre
aperta. Se chiedevi un chilo di carne trita, uno dei
figli partiva in bicicletta per Priolo, comprava, tornava
e rivendeva allo stesso prezzo, solo per non chiudere.
Giovanna Finocchiaro, la signora della casa di Conchiglie,
aveva grandi occhi tristi, un marito in dialisi e tre
figli.
Ho regalato una tavoletta di cioccolato alla più
piccola che in cambio mi ha fatto leggere il suo tema.
Cominciava così: «Sono nata in un paese
che non c'è più e dove adesso abitiamo
solo noi». I due fratelli giocavano fuori, in
una pozza d'acqua piena di rane alimentata da un rubinetto
rotto. Santino, 10 anni, era un ragazzino serissimo.
Per 500 lire portava in giro i curiosi, giù per
il viottolo, sino alla macchina "acchiappapesci".
Aveva battezzato così l'aspiratore della Cogema
che risucchiava l'acqua di mare per il magnesio. Un
popolo ignaro di gamberetti trasparenti e pesciolini
finiva trascinato verso l'imboccatura, a ridosso del
filtro, dove i ragazzi con il retino erano pronti a
pescare un tragico fritto misto da vendere alla trattoria
sulla strada di Priolo.
Santino conosceva anche la scorciatoia che portava a
uno degli scarichi più nascosti, tra le canne
di un acquitrino, dove l'acqua trasparente aveva un
odore aspro, tra ammoniaca e polvere da sparo, e la
spiaggia era coperta da generazioni di conchiglie morte
che raccoglieva per incollare sulla facciata della casa.
Poi mi sono toccati i De Simone, Luigi e Salvatore,
padre e figlio, arroccati dentro una casa bunker con
il muro bordato da cocci di bottiglia e una muta di
cani come guardia del corpo. Mi hanno detto subito di
lasciar perdere, per il mio bene del quale molto, si
preoccupavano, «perché c'erano in gioco
troppi interessi, della politica e della malavita».
Per ultimi, ho incontrato Giuseppe Lamina, Paolo La
Pira e Orazio Rocca che ricordo mentre si ostinava a
dipingere la facciata di un rosa pastello pronto a impallidire
alla prima pioggia.

Quell'anno sono tornata molte volte a Marina dopo aver
scavato fra strati preistorici di documenti negli archivi
pubblici, nelle collezioni dei giornali, negli studi
degli avvocati, dopo aver trovato una quantità
di curiosi accidenti, perizie evaporate, rapporti smarriti
durante i traslochi, denunce di cui avevo copia completamente
smaterializzate, gente che negava di essere stata dove
era stata e di aver conosciuto chi aveva conosciuto
anche se c'erano le fotografie, magistrati che cinque
minuti prima di firmare un rinvio a giudizio venivano
promossi e trasferiti all'altro capo dell'Italia, tutte
coincidenze forse, o forse no.
Non che ci fosse realmente una congiura del silenzio.
Qualcosa era uscito sui giornali locali, notizie piccole,
cronache scritte con il tono annoiato
di chi non ne può più: Salvatore Gurrieri
si incatena, Salvatore Gurrieri fa lo sciopero della
fame, Salvatore Gurrieri accusa l'onorevole Tizio e
il senatore Caio. Antonio Padalino aveva pubblicato
un articolo su Panorama tirando in ballo lo scandalo
petroli.
Claudio Fava aveva cercato di spiegare come stavano
le cose sul mensile I Siciliani.
Io pensavo di aver ricostruito il senso complessivo
dei fatti e il loro significato.
Ma la storia, vista da Roma, era troppo complicata e
il mio giornale non la voleva. Non potevo raccontarla
in trenta-cinquanta parole (tante me ne erano concesse)
al mio caporedattore nella telefonata delle dieci, non
c'era una notizia, non l'aveva il Corriere della Sera
e non l'aveva La Stampa, l'avevo solo io, perciò
poteva aspettare. Salvatore Gurrieri mi guardava con
un vago rimprovero negli occhi, non mi accusava apertamente,
ma certo si chiedeva perché mai portassi regalini
a Lina e ai figli di Giovanna Finocchiaro, perché
continuassi a parlare con tutta quella gente dispersa,
il prete operaio, l'ex giudice che aveva calcolato matematicamente
il Prezzo del Progresso stabilendo che era troppo alto
e non andava pagato, il mafioso pentito che con le sue
offerte impossibili da rifiutare aveva semplificato
l'operazione "tabula rasa".
Gli avevano contestato quattordici omicidi, ma lui ne
aveva dichiarati quindici. Diceva il verbale: «Ho
ammazzato anche Marinina». L’ho incontrato
in carcere e mi ha dato il nome di un uomo molto potente
al quale girare la domanda che avevo fatto a lui, una
sola: perché?
Non avevo paura, anzi attraversavo le mie giornate con
la grazia di chi si sente invulnerabile. Ho chiesto
un appuntamento all'onorevole e l'ho ottenuto. Era un
tipo bonario, sguardo paterno, abito costoso molto classico.
Gli ho chiesto di Marina. L’ho sentito ridere.
Risposta spiritosa:
«Mai avuto una donna con questo nome».
Non è una donna, Marina. È una terra violata,
un tempo bellissima. Lagune, fenicotteri e polvere d’ambra.
Schegge di corallo sparse tra le dune. Acqua verdeviolazzurra,
a seconda dell'umore del cielo, tracine colorate, salpe,
attinie e piantagioni di gorgonie, alghe coda di pavone
e anfore romane forse, piene d'oro pescate a largo di
punta Magnisi e leggende di coccodrilli portati dagli
arabi: di fiori come la datura, capaci di turbare i
sensi.
Tutto questo ho potuto soltanto immaginarlo leggendo
cronache antiche, parlando con archeologi e ambientalisti,
trovando descrizioni di pesci che non ci sono più,
di stelle marine dalle lunghe braccia sottili ormai
scomparse e di una minuscola lumaca rossa che può
vivere soltanto dove il mare è felice. Il 22
maggio 1985, otto giorni prima di trasferirmi a Milano,
ho promesso a Salvatore Gurrieri che sarei tornata e
avrei scritto la sua storia, che avrei convinto "qualche
giornale importante a pubblicarla «in un modo
o nell'altro».
Invece non ce l'ho fatta. Sono tornata tre anni dopo
la telefonata che mi informava della sua morte e non
ho quasi riconosciuto la strada, mi sono persa due volte,
sbucando miracolosamente davanti al rudere che conservava
ancora il grido dipinto sulla pietra: "Marina di
Melilli, risorgerai".
Non c'era quasi niente, la casa di Conchiglie era stata
demolita, il panificio era chiuso per sempre. Non c'erano
neanche nuove industrie.
Una bella strada asfaltata portava alle piattaforme
petrolifere Belleli-Micoperi costruite nel frattempo.
Ogni tanto passava un camion. Ho vagato un po' sulla
spiaggia deserta cercando un punto di riferimento qualsiasi
finché il vento non ha scoperto un pezzo di pavimento
a gigli e foglie e ho rivisto ancora una volta il percorso
dei Giardini Invisibili, la bottega del panettiere con
la barca capovolta davanti al cancello, il viottolo
e l'Alfa Romeo verde.
Ho cercato notizie da un sostituto procuratore e ho
scoperto che Salvatore Gurrieri è stato ammazzato
da due ragazzotti per 300 mila lire o giù di
lì e forse stava per testimoniare in uno dei
tanti processi arrivati a compimento dopo vent'anni
di denunce. Ho sentito parecchi mea culpa con desiderio
di assoluzione da consiglieri comunali e provinciali,
associazione industriali, assessori regionali.
L'ultimo scandalo è di tre mesi fa: inquinamento
da mercurio a Priolo, acqua rossa "dai rubinetti,
malattie, catastrofe ambientale. Buffo, mentre l'industria
va in crisi e le ciminiere si spengono, nasce il progetto
di un non meglio identificato "villaggio costiero
Marina di Melilli", come se la storia girasse in
tondo e tutto potesse ricominciare da capo. Invece no.
La strada che portava al paese perduto oggi finisce
davanti a una doppia cancellata degna di una vera e
propria frontiera. Off limits.
Il cantiere "Iniziativa Sicilia" ha ingoiato
un bel pezzo di spiaggia rendendo irraggiungibile quel
che rimane della villetta di Salvatore Gurrieri. Gli
operai guardano con sospettosa curiosità chiunque
si avvicini, anche perché, a parte loro, nessun
altro ha un motivo sensato per lasciare la provinciale
e contemplare più da vicino le maestose gru che
dominano la scogliera, nessun altro ha voglia di far
domande. Il futuro è dietro l'angolo, nelle piattaforme
petrolifere disegnate sul mare, poco lontano.
Il passato sbiadisce.
La fortezza dei De Simone è chiaramente abbandonata.
Porte aperte, muri pericolanti, tracce di siringhe.
La bella villa con terrazzo ha le finestre sbarrate
da pesanti croci di legno, l'edera si è infiltrata
ovunque. Un' anziana coppia, molto tenera, passa la
domenica nella sola casa rimasta in piedi, quasi sulla
spiaggia. La barca è addormentata in salotto.
Le reti sono impolverate. Esiste un divieto di pesca
rigidissimo, spiega lui, nonostante il mare sia quasi
vuoto, perciò la cattura di una piccola, solitaria
spigola può costare multe salatissime.
L'acqua è tornata trasparente, sembra quasi quella
di un tempo, anche se la parola "mercurio"
rimbalza da una stanza all'altra nella Procura di Siracusa,
dove si annunciano severe perizie, indagini che finalmente
faranno chiarezza.
Nessun giudice però arriverà mai alla
conclusione di lgnazio La Rocca, maestro elementare
in pensione, che per Marina ha scritto la sua ballata
alla maniera dei vecchi cantastorie. Ecco la prima strofa:
«Piangete siciliani, popolo
sfortunato
vi racconto la storia di un paese assassinato
politici e affaristi l'hanno colpito a morte
piangete siciliani su questa triste sorte
io l'ho visto ferito, l'ho visto sanguinare
e dalle vene aperte ho visto uscire il mare
venite ad ascoltarmi, venite qui vicino
che forse tutti insieme troviamo l'assassino».
Si può trovare chi ha ucciso
un paese? Forse si. Ma intanto i testimoni sono scomparsi.
Non c'è, oltretutto, materiale più deperibile
dei ricordi. È stato inaugurato un depuratore
(25 miliardi) e l'estate scorsa si sono visti ombrelloni
e sdraio blu sulla spiaggia. I figli di Giovanna Finocchiaro
sono cresciuti, i figli di Giuseppe Lamina hanno aperto
una carrozzeria a Catania, nessuno ha tenuto da parte
i documenti che avrebbero potuto dimostrare come Marina
abbia tentato di opporsi alle ragioni, sicuramente più
forti, del Progresso. Certo, non tutto deve essere per
forza conservato. Sono sparite le orgogliose città
della Magna Grecia, Morgantina, Petroselinon, Eraclea
Minoa, figuriamoci se non può sparire Marina,
infinitamente più povera, senza anfiteatri, mosaici
e statue di eroi vittoriosi.
Per questo oggi mi chiedo a chi possa interessare il
racconto di una vita, quella dell'Uomo qualunque Salvatore
Gurrieri, o di altre vite a cui il caso ha imposto di
intrecciarsi in un certo momento, in un certo pezzetto
di Sicilia, anche se una di queste è la mia.
E il caso di Marina, indipendentemente dai processi
e dalle sentenze che forse arriveranno, dagli atti riparatori
e dai segni di una giustizia tardiva, rimane per me
quasi un fatto privato. Il senso che gli posso restituire,
riavvolto il nastro del tempo per tornare nel presente,
di fronte al mio armadio, accanto al mio computer, è
l'unico possibile perché dipende soltanto da
me, il senso di una promessa finalmente mantenuta.
Da: L’EUROPEO / 2003 / n°4
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