All’interno della prima edizione di “Teatri del Sacro”, patrocinato dall’ETI - ente teatrale italiano, concorso che punta a mettere in scena i rapporti tra il teatro e la ricerca spirituale e religiosa, è stato presentato il 22 settembre lo spettacolo dal titolo Ammaliata, orchestra popolare per coro di sei voci e tre seggiole, testo e regia di Giuseppe L. Bonifati, presso la Chiesa di San Cristoforo di Lucca.
Una location che risulta essere perfetta per questo spettacolo che, scena dopo scena, apre una finestra su una realtà che ha sapore di antico ma che ancora persiste: la realtà del sud dell’Italia, dalla costa campano- calabrese a quella pugliese, addentrandosi in Lucania e fino a toccare la terra di Sicilia.
Ammaliata raccoglie accenti, modi di dire, musiche, colori e sapori di queste terre facendoli rivivere sulla scena. Tutto lo spettacolo si articola attorno alle “tre seggiole” che fin dall’inizio compaiono come unico elemento scenografico rilevante. Sono tre sedie di vimini di diverse altezze che da sole definiscono dei ruoli: la più alta è quella dove si siede Sabè, la magara, (interpretata da Luigi Tabita) sulle due più basse si posizionano le due Comari (Fabio Pappacena e Paolo Pollio). Vestiti di nero sotto strati di gonne e scialli sono perfetta rappresentazione di quelle anziane donne di paese, sempre sedute sul ciglio della strada, che con il rosario sempre alla mano pregano incessantemente e, sfilando infiniti gomitoli di lana, si raccontano storie.
Detentrici di una saggezza popolare, tutto il paese si rivolge a loro per liberarsi dall’influenza di sguardi maligni o affinché la santa protegga un amore appena sbocciato.
È il caso della giovane Gnesa ( interpretata da Roberta de Stefano) che, recatasi una notte alla fontana, è stata “affascinata” cioè colpita da sguardi indiscreti e invidiosi e quindi ora soffre di forti mal di testa. È il malocchio da cui deve essere liberata e perciò si affida ai potenti riti della magara Sabè. Le gocce d’olio versate nel catino ricolmo d’acqua rivelano il maleficio e per scioglierlo è necessario un lungo rito che comprende preghiere, canti, sbadigli e sputi.
Poi il caso di Raziella (Lisa Severo) che si è innamorata di uno spazzacamino (Andrea Panichi) e per proteggere il suo amore porta alla magara un ciuffo di capelli dell’amato con cui chiedere la grazia alla santa affinché questo torni presto dalla Germania e possano essere ancora felici insieme.
Sia Roberta de Stefano che Lisa Severo arricchiscono i loro monologhi con brani cantati dal vivo: cantando raccontano le loro storie, cantando pregano che tutto si risolva. Notevole soprattutto la de Stefano che più volte da prova delle sue capacità canore riuscendo a interpretare sonorità assai diverse tra loro, dal canto popolare alla nenia, riempiendo la sala di vibrazioni di forte suggestione.
Entrambe si affidano ai riti di Donna Sabè, lei per prima è stata vittima di “malia”, sguardi invidiosi di una forza tale da ucciderle la giovane figlia all’età di dieci anni. Sabè ascolta le loro storie, ne interpreta i segni oscuri e trova la soluzione. Compie dei veri e propri riti per allontanare il maligno: recita formule strane, canta e balla seguendo ritmi frenetici, sempre sostenuta e accompagnata dalle due Comari.
Sono i ritmi tipici delle Tarantelle e della Pizzica in cui le percussioni (suonate dal vivo da Antonio Merola) hanno ruolo dominante e creano una crescente tensione che porterà alla definitiva liberazione.
Ritmo e rito si fondono nell’ultimo monologo di Sabè che, raccontando della processione del Venerdì Santo, cade in estasi mistica e si scatena in un vortice di danze, canti e urla e gemiti che la porteranno allo sfinimento e alla morte. Immediatamente al suono del tamburo e al canto sfrenato si sostituisce il buio e il silenzio. La luce si riaccende regalando al pubblico un’ultima immagine della donna: divenuta la statua della santa portata in processione, con gli altri personaggi fermi in adorazione, si ricrea sulla scena un quadro da sacra rappresentazione trecentesca. Una scena importante per lo snodo dello spettacolo che viene interpretata in modo eccellente e coinvolgente da Luigi Tabita che fin dalle prime battute ha saputo cogliere al meglio e offrire al pubblico le molte sfaccettature del personaggio di Sabè: una donna che è madre carica di rimpianti, donna affettuosa ma anche dura e forte e soprattutto “magara”, la sua vita è impregnata di spiritualità.
Dalla forte suggestione sonora si passa alla dimensione visiva egualmente forte una modalità questa che ritorna spesso in questa regia di Giuseppe L. Bonifati capace di trattare i quadri scenici come parti che concorrono a creare un unità armonica.
Ammaliata non è solo serietà rituale ma grazie ad una attentissima costruzione del testo, interamente in rima, alterna momenti di comicità leggera permettendo di cogliere in pieno le diverse sfumature dei vari personaggi. Un testo che mescola dialetti risultando comunque omogeneo e scorrevole. Ricco di metafore, doppi sensi e ripetizioni si fissa nella mente dello spettatore come una canzone facile da ricordare e che riporta alla mente di chi guarda quel bagaglio di tradizioni lontane in via di estinzione.
Con Ammaliata, di Giuseppe L. Bonifati, le cui scelte registiche rivelano uno studio attento e approfondito delle tematiche affrontate, “Teatri del Sacro” raggiunge in pieno il suo obbiettivo di recuperare l’antico legame tra il rito religioso e il rito del teatro.
Valentina Piscitelli

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