Gli Artisti

Jago

Jago

 

Intervista allo scultore Jago

 

Perché la scultura? Come ti sei avvicinato a quest’arte?

Fin da bambino ho avuto il desiderio innato di manipolare qualunque cosa mi passasse sottomano. Inoltre mia madre è insegnante di educazione artistica e mio padre architetto, quindi in casa c'è sempre stata una particolare sensibilità per l’arte, un’attenzione che si è poi trasformata in riconoscimento quando si sono resi conto della mia predisposizione.

La mia famiglia mi ha indirizzato ed assecondato: mamma mi coinvolgeva nelle uscite che proponeva alle sue classi e, vedendo le opere dei grandi maestri della tradizione, ho iniziato a sognare di essere come loro, per poi capire – molti anni più tardi – che era più interessante essere me stesso!

 

Da piccolo sognavi di diventare più bravo di Michelangelo: quanto ti ha guidato e quanto ti è servita quest’aspirazione?

Molto: la sua opera era la certificazione che un uomo, da solo, potesse realizzare opere tanto grandi. Questo mi ha dato entusiasmo e una determinazione che si è poi riversata nella scultura.

 

Che ruolo ha avuto il coraggio nella tua vita e nel tuo percorso artistico?

Ha un ruolo ancora oggi, è tutto. Fare e vivere d'arte è un’impresa complessa: hai bisogno della creatività non solo per produrre le tue opere ma anche per proporti, per continuare ad essere te stesso e al contempo sopravvivere.

Il coraggio è quell'energia fondamentale che mi serve per brandire martello e scalpello, aggredire la materia e sorpassare il dubbio. Bisogna non avere paura di avere coraggio, facendo arte ma anche nella vita in genere. Dietro a ogni ostacolo c’è un’opportunità e questo percorso serve per capire a che livello vuoi porti, se desideri o meno trovare te stesso, al di là delle considerazioni del prossimo.

 

A cosa tende la tua ricerca artistica?

In realtà ho smesso di indirizzare la mia ricerca: non uso più l’arte perché ho bisogno di comunicare qualcosa ma la faccio a prescindere, senza essere volto a un obiettivo. Grazie all’esperienza, ho capito che le mie opere mostrano chi ero quando le ho realizzate, raccontano qualcosa di me. L’arte è di per sé un linguaggio e trasmette significati indipendentemente dal fatto che io voglia strumentalizzarla in questo senso. Lavoro in modo molto percettivo, seguo il mio impulso naturale nel fare l’opera; per me è un po’ come respirare.

 

Le tue opere sono 3.0. Perché hai scelto di far convergere il linguaggio artistico tradizionale con il web, i socials e le nuove tecnologie?

Per comunicare e perché sono gli strumenti più efficaci che io abbia oggi a disposizione. Negli anni ’60, un buon imprenditore era chi aveva capito che poteva usare la TV per arrivare alle persone. Oggi sappiamo che con un click possiamo arrivare nelle case. La mia filosofia è quella di entrare per lasciare qualcosa, un contenuto.

 

Sei molto attivo sui socials e li utilizzi per comunicare la tua arte, anche mostrando in tempo reale le fasi di realizzazione delle tue opere e coinvolgendo gli spettatori attraverso dirette in cui discuti con loro. Quanto gli spettatori entrano nelle tue opere e perché cerchi questo coinvolgimento?

Voglio essere condizionato perché fare arte è per me un gesto di restituzione, come mettere al mondo un figlio. Realizzo l'opera perché serve a me ma, quando finisco, il mio lavoro serve alle persone e mi sono reso conto che il fatto che queste convergano nel processo creativo è, oltre a un modo di renderle partecipi, anche uno straordinario valore aggiunto per le mie opere. Chi interagisce con me mentre sto lavorando – non importa che questo avvenga nella realtà o su web – in qualche modo modifica il mio operato perché cambiano i miei gesti e muta la mia emotività.

Considero questa interazione una grande opportunità anche perché mi aiuta ad esercitarmi ad accettare, a non giudicare, a lasciare che ognuno si esprima liberamente rispetto a ciò che faccio o creo.

 

La tua ultima opera è la Venere, per la quale hai scelto non una giovane donna, bensì un’anziana. La Venere è un archetipo della bellezza; come mai hai deciso di associarle proprio questa fase della vita?

Perché voglio celebrare una diversa forma di bellezza: se una donna è Venere, è Venere sempre, anche quando invecchia, quando le appaiono le prime rughe. Il concetto di Venere è per me legato all’interiorità, alla bellezza interiore; al di là di questo c’è un corpo materiale che ha una sua natura e un suo percorso, di cui il decadimento fa parte e che riguarda tutti noi.

Vi è inoltre un altro motivo che mi ha condotto alla scelta di questo soggetto. La posizione della mia Venere richiama quella della Venere Capitolina che si trova ai Musei Capitolini a Roma, la quale è una giovane donna la cui bellezza si associa allo splendore di un territorio e di un periodo storico che oggi non sono più i medesimi. Come di quei luoghi e di quel tempo ora vediamo i ruderi e le cicatrici, allo stesso modo la mia Venere è invecchiata: ho cercato di fissare la Roma di oggi che non è più quella di ieri perché si è evoluta e diventerà altro ancora in futuro. Ciò che rimane eterno è l'interiorità, è quell’altrove che non sta nel corpo materiale

 

Della tua Venere, incanta il corpo che sembra vivo e così umanamente provato dalla vita e dall’età. Come sei riuscito a rendere questo effetto? È’ tecnica o anima?

La tecnica è indispensabile ma non è ciò che ti permette di realizzare una grande opera. Non è detto che chi possiede un vocabolario estremamente forbito riesca a scrivere una poesia. Io cerco di indagare la materia, il marmo, in maniera nuova, diversa dai maestri della tradizione, e non perché allora non fossero in grado di farlo ma perché gli obiettivi e le modalità erano altre. Il mio è un mix di tecnica e coraggio. Consuetamente, una volta ottenuto il volume finale, l’opera andrebbe lucidata per celare i segni della lavorazione; al contrario, io a quel punto realizzo una nuova scultura che è fatta di infiniti dettagli, quasi minute sculture poste una accanto all’altra a rappresentare l’universo infinito della nostra pelle. Osservando l’opera nel complesso, questo dettaglio si perde ma permette comunque di fare un’esperienza della scultura diversa da quella vissuta finora.

 

Come è avvenuto l’incontro con Antolini e perché hai scelto per la tua Venere il marmo Bianco Lasa/Covelano “Vena Oro”?

L’azienda Antolini è venuta a conoscenza del mio lavoro attraverso il web e mi ha contattato, avendo apprezzato il mio operato artistico. La sinergia dei due diversi mondi all’interno dei quali operiamo ha portato ad una collaborazione spontanea e molto genuina. Abbiamo iniziato a condividere un percorso che spero dia vita ad altre iniziative simili e che possa essere d’esempio per altre realtà, affinché, come ha fatto Antolini, anche altre aziende si aprano al mondo dell’arte dando sostegno e supporto ai giovani artisti.

Ho scelto il Bianco Lasa/Covelano perché è il marmo più puro al mondo ed è una vera sfida. Il bianco lattiginoso di questo materiale si avvicina al mio desiderio di traslucentezza, somiglia alla nostra pelle e il risultato finale è esattamente quel che immaginavo. La densità del Bianco Lasa/Covelano mi permette di raggiungere un livello di virtuosismo e finitura migliore rispetto ad altri marmi e mi dà la possibilità di esprimermi a livelli molto più dettagliati. Posso dire di essermi affezionato non poco a questa pietra naturale e che la mia ricerca sul Bianco Lasa/Covelano continuerà senz’altro.

 

 

Tra tradizione e web 3.0: la sorprendente Venere di Jago

 


 

 

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