
L’ultimo
film di Ken Loach, vincitore del Festival di Cannes
di quest’anno, ci riporta indietro nel tempo
ai primi decenni del ‘900, durante la guerra
d’indipendenza dell’Irlanda del Nord.
Damien, il protagonista, interpretato da un intenso
Cillian Murphy, dagli occhi penetranti e profondi,
sta per partire per Londra, dove lo attende una
folgorante carriera come medico; ma, proprio mentre
sta per montare sul treno, assiste il macchinista
ed il capotreno che vengono pestati a sangue da
dei soldati inglesi per non aver obbedito ad un
loro ordine.
Damien cambierà quindi idea, decidendo
di restare a difendere i diritti del popolo irlandese,
insieme al suo gruppo di amici indipendentisti
fra cui Dan e Teddy, il fratello, coraggioso e
determinato leader, interpretato da Padraic Delaney.
Fin dalla prima scena lo schermo viene attraversato
da immagini di guerra spietate, dure e crudeli,
a cominciare dall’efferato omicidio compiuto
dagli inglesi su un anziano uomo di nome Michol,
che ha avuto come unica colpa quella di insistere
nel pronunciare davanti a loro il proprio nome
in gaelico.
Dopo questo terribile crimine, gli inglesi arriveranno
a bruciargli la casa, e la giovane nipote Sheddy,
inerme testimone del massacro, deciderà
di attuare la sua vendetta personale entrando
a far parte del gruppo di amici ribelli, procurando
loro le armi e carpendo importanti informazioni
sul nemico, grazie al suo lavoro di segretaria
per il Tribunale.
Su tutto domina il coraggio ed i forti ideali
di questi giovani repubblicani, pronti a tutto
pur di liberare il proprio paese dal giogo degli
inglesi; primo fra tutti l’impavido Teddy,
deciso a mantenere fede ai propri ideali fino
in fondo; non rivelando loro alcunchè,
persino sottoponendosi alle peggiori torture,
come quella di lasciarsi strappare le unghie con
delle pinze arrugginite.
Restare fedeli ai propri principi, talvolta, può
anche significare uccidere un proprio compagno,
come succede a Damien, che diventerà l’involontario
assassino del giovane Chris, colpevole di aver
fatto la spia ai nemici.
Damien dovrà pagare lo scotto di questo
triste episodio convivendo con un pesantissimo
senso di colpa.
L’autore ci mostra il dramma umano di quel
determinato periodo storico, avvalendosi, come
sempre, del suo realismo di fondo; restituendoci
perfettamente il quadro di un’epoca e dando
voce ai sentimenti di questi giovani così
motivati, così coinvolti nella loro “missione”
di indipendenza e libertà del proprio paese.
Il regista ci racconta, inoltre, come anche i
rapporti più solidi ed indissolubili, come
quelli fraterni, possono rompersi inevitabilmente
a causa delle divergenze di opinioni che insorgono
sulle inevitabili ed irrevocabili decisioni da
prendere durante un conflitto.
Questo è quello che succederà fra
Teddy e Damien, quando il governo inglese li costringerà
ad un aut-aut: o ratificare un trattato con loro,
giurando fedeltà alla corona inglese ed
interrompendo, quindi, le ostilità, oppure
continuare una guerra per affermare la propria
indipendenza dal regno, difendendo la memoria
di coloro che sono stati barbaramente uccisi.
Questa è senz’altro la scena clou
di tutta la pellicola, caratterizzata da una sceneggiatura
perfettamente adeguata al clima di tensione che
si viene a creare, che rende il fervore di quel
periodo così contrastato, ed è talmente
attualizzata, così calata nel reale, che
lo spettatore ha come l’impressione di partecipare
alla discussione, di essere chiamato in causa
ad esprimere il proprio parere.
Da quella scena in poi, il film viene connotato
da un’atmosfera di allarmismo pressante,
in cui faranno da protagonisti i dissidi interiori
dei due fratelli, che si troveranno a combattere
su due fronti diversi, nonostante condividano
gli stessi ideali.
Il regista ci svela tutta la contraddittorietà,
l’insensatezza e la brutale paradossalità
di una guerra che provoca la divisione all’interno
una stessa nazione e persino di una stessa famiglia.
Ken Loach non indulge mai a falsi pietismi, né
tantomeno ha bisogno di utilizzare dei mezzi tecnici
avanzati per esagerare qualcosa che è già
di per sé esagerato; egli mostra semplicemente
l’inutilità e l’inevitabilità
dei molteplici massacri ed assassini, ma soprattutto,
mette in risalto la grande fede in valori morali
che sembrano così lontani ed irrealizzabili,
ma per i quali è doveroso sacrificare la
vita.
Su tutto emerge il sogno, il desiderio di un riscatto
totale in cui credere con tutto l’animo,
che rappresenti l’eredità di un futuro
migliore per la prossima generazione.
E’ difficile vedere dietro tutte le efferatezze
che si susseguono crudamente, scena per scena,
uno spiraglio di umanità, ma un esempio
palese è dato dal forte sentimento che
lega Sheddy a Damien, il cui legame risulta ancora
più rafforzato dopo le numerose avversità
che i due sono costretti ad affrontare, e che
nemmeno la morte potrà spezzare.
Fa da sfondo alla cruenta guerra che domina l’opera,
l’incantevole paesaggio irlandese, caratterizzato
da interminabili distese di verde e scorci mozzafiato
di montagne che rendono più lievi le sofferenze
ed il dolore provocati dall’atrocità
delle immagini.