AUGUSTA



PAROLE DI PRISUTTO

 

1990 - 13 DICEMBRE - 2003

Una notte di tredici anni fa il terremoto


VIII-IX grado Mercalli
17 morti, centinaia di feriti, 15.000 senzatetto.
Augusta, Melilli, Sortino, Carlentini, Lentini, i centri più colpiti.
A questi si aggregarono “d’ufficio” o per “raccomandazione” tutti gli altri (complessivamente 41 comuni di tre province: Siracusa, Catania, Ragusa).
Sì, perché (così insegna la storia) per alcuni un terremoto è una tragedia, una calamità; per altri, invece, il terremoto è una “fortuna” nel senso vero e anche figurato della parola.
Il terremoto del 13 dicembre 1990, non dimentichiamolo, non ebbe la “dichiarazione dello stato di calamità naturale”.
L’allora ministro della protezione civile Lattanzio, a chi glielo chiedeva, per il terremoto siciliano, rispondeva: “Non ci sono le condizioni per dichiarare lo stato di calamità naturale”.
Quel ministro aveva ragione: quel terremoto sarebbe diventato una calamità provocata dagli uomini: da tutti quegli uomini – se tali si possono definire - quegli uomini che dal Quirinale a Palazzo Chigi, dal Palazzo dei Normanni a Palazzo S. Biagio (di Augusta) si sarebbero avvicendati negli scranni di questi palazzi per tre o quattro legislature.
Non ho mai capito perché quel terremoto non sia stato una calamità naturale: lo sono stati tutti gli altri, anche quelli più piccoli; sono state dichiarate calamità naturali le forti piogge, le grandinate, le gelate, la siccità, ma non il terremoto del 1990.

Il terremoto del 90
Ecco vari titoli con cui è stato definito:
il terremoto di S. Lucia,
dimenticato,
piccolo piccolo,
nascosto,
censurato,
dei silenzi,
occultato,
invisibile,
inventato,
infinito,
……
il terremoto solo siciliano,
il terremoto di serie b,

Sotto ognuno di questi titoli una storia, o tante storie.
Storie di uomini, storie di amministrazioni, storie di sindacalisti e politici, storie di dimenticati o di calpestati nei loro diritti, storie che potrebbero far scrivere romanzi su un dopo-terremoto di cui molti si dovrebbero, come minimo, vergognare.
Sono passati 13 anni, ma ad Augusta esistono ancora i conteiners;
sono passati 13 anni, ma ancora, ad Augusta, si vedono ponteggi e transenne;
sono passati 13 anni, ma non tutti sono rientrati nelle loro case;
sono passati 13 anni, ma tanti edifici (soprattutto pubblici) attendono ancora i lavori di restauro, di consolidamento, di ricostruzione;
sono passati tredici anni: molti hanno dimenticato quella notte di paura, ma molti hanno anche dimenticato non solo la paura ma anche le paure di quella notte.
Sì, forse è meglio dimenticare, auspicando che l’evento non ritorni, anche se …sappiamo di vivere in una terra ballerina da sempre e che lo sarà ancora.
Meglio dimenticare anche quelle paure che indussero le autorità di quel tempo a non dire tutta la verità, perfino a mentire, o addirittura a fuggire o a negarci l’aiuto e la solidarietà richieste da quelle tragiche circostanze.
Meglio dimenticare, per finalità economico-politiche, di vivere in una zona sismica declassata a seconda categoria per mantenere su questo territorio, quelle strutture che con la scusa del lavoro, del benessere e del “progresso”, hanno allarmato perfino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che hanno suscitato tante inchieste e processi finiti archiviati o senza colpevoli. Viene il sospetto, che solo in questa parte d’Italia le vittime non avranno mai giustizia.
Meglio dimenticare il mancato e tardivo intervento della protezione civile nelle ore e nei giorni successivi al terremoto dimenticato.
Meglio dimenticare le notizie diffuse dalla Tv di stato dell’epoca.
Sono passati tredici anni: chi se li ricorda più le manifestazioni di protesta nei giorni seguenti al terremoto dimenticato, quando l’Italia non si accorse nemmeno di quanto era accaduto;
chi se le ricorda le manifestazioni di protesta del gennaio, del marzo, del maggio, dell’ottobre 1991, quando una parte dei terremotati scese in piazza e sulle autostrade e ferrovie e perfino nel porto di Augusta per reclamare un diritto negato? Quale diritto? Quello di essere “Italiani come gli altri”.
Per le autorità di polizia dello stato italiano i promotori di quelle iniziative risultavano essere dei “facinorosi” da schedare e, se non ci fosse stato un terremoto vero, da processare e, probabilmente, anche da condannare.
Chissà se mai saranno rimossi o interdetti dai pubblici uffici, o almeno condannati a risarcire i danni (morali e materiali) di soli tredici anni di ritardi, quei funzionari di ogni genere e livello, che hanno lavorato col terremoto prolungando per oltre un decennio lo status di terremotati ai senzatetto del 13 dicembre 90?
Sono passati in fondo “solo” tredici anni. Che volete? In fondo non siamo in Italia? Oppure al fondo dell’Italia?
Brucoli 13 dicembre 2003

Sac. Palmiro Prisutto