VIII-IX grado Mercalli
17 morti, centinaia di feriti, 15.000
senzatetto.
Augusta, Melilli, Sortino, Carlentini,
Lentini, i centri più colpiti.
A questi si aggregarono “d’ufficio”
o per “raccomandazione”
tutti gli altri (complessivamente 41
comuni di tre province: Siracusa, Catania,
Ragusa).
Sì, perché (così
insegna la storia) per alcuni un terremoto
è una tragedia, una calamità;
per altri, invece, il terremoto è
una “fortuna” nel senso
vero e anche figurato della parola.
Il terremoto del 13 dicembre 1990, non
dimentichiamolo, non ebbe la “dichiarazione
dello stato di calamità naturale”.
L’allora ministro della protezione
civile Lattanzio, a chi glielo chiedeva,
per il terremoto siciliano, rispondeva:
“Non ci sono le condizioni per
dichiarare lo stato di calamità
naturale”.
Quel ministro aveva ragione: quel terremoto
sarebbe diventato una calamità
provocata dagli uomini: da tutti quegli
uomini – se tali si possono definire
- quegli uomini che dal Quirinale a
Palazzo Chigi, dal Palazzo dei Normanni
a Palazzo S. Biagio (di Augusta) si
sarebbero avvicendati negli scranni
di questi palazzi per tre o quattro
legislature.
Non ho mai capito perché quel
terremoto non sia stato una calamità
naturale: lo sono stati tutti gli altri,
anche quelli più piccoli; sono
state dichiarate calamità naturali
le forti piogge, le grandinate, le gelate,
la siccità, ma non il terremoto
del 1990.
Il terremoto del 90
Ecco vari titoli con cui è stato
definito:
il terremoto di S. Lucia,
dimenticato,
piccolo piccolo,
nascosto,
censurato,
dei silenzi,
occultato,
invisibile,
inventato,
infinito,
……
il terremoto solo siciliano,
il terremoto di serie b,
Sotto ognuno di questi
titoli una storia, o tante storie.
Storie di uomini, storie di amministrazioni,
storie di sindacalisti e politici, storie
di dimenticati o di calpestati nei loro
diritti, storie che potrebbero far scrivere
romanzi su un dopo-terremoto di cui
molti si dovrebbero, come minimo, vergognare.
Sono passati 13 anni, ma ad Augusta
esistono ancora i conteiners;
sono passati 13 anni, ma ancora, ad
Augusta, si vedono ponteggi e transenne;
sono passati 13 anni, ma non tutti sono
rientrati nelle loro case;
sono passati 13 anni, ma tanti edifici
(soprattutto pubblici) attendono ancora
i lavori di restauro, di consolidamento,
di ricostruzione;
sono passati tredici anni: molti hanno
dimenticato quella notte di paura, ma
molti hanno anche dimenticato non solo
la paura ma anche le paure di quella
notte.
Sì, forse è meglio dimenticare,
auspicando che l’evento non ritorni,
anche se …sappiamo di vivere in
una terra ballerina da sempre e che
lo sarà ancora.
Meglio dimenticare anche quelle paure
che indussero le autorità di
quel tempo a non dire tutta la verità,
perfino a mentire, o addirittura a fuggire
o a negarci l’aiuto e la solidarietà
richieste da quelle tragiche circostanze.
Meglio dimenticare, per finalità
economico-politiche, di vivere in una
zona sismica declassata a seconda categoria
per mantenere su questo territorio,
quelle strutture che con la scusa del
lavoro, del benessere e del “progresso”,
hanno allarmato perfino l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, che hanno
suscitato tante inchieste e processi
finiti archiviati o senza colpevoli.
Viene il sospetto, che solo in questa
parte d’Italia le vittime non
avranno mai giustizia.
Meglio dimenticare il mancato e tardivo
intervento della protezione civile nelle
ore e nei giorni successivi al terremoto
dimenticato.
Meglio dimenticare le notizie diffuse
dalla Tv di stato dell’epoca.
Sono passati tredici anni: chi se li
ricorda più le manifestazioni
di protesta nei giorni seguenti al terremoto
dimenticato, quando l’Italia non
si accorse nemmeno di quanto era accaduto;
chi se le ricorda le manifestazioni
di protesta del gennaio, del marzo,
del maggio, dell’ottobre 1991,
quando una parte dei terremotati scese
in piazza e sulle autostrade e ferrovie
e perfino nel porto di Augusta per reclamare
un diritto negato? Quale diritto? Quello
di essere “Italiani come gli altri”.
Per le autorità di polizia dello
stato italiano i promotori di quelle
iniziative risultavano essere dei “facinorosi”
da schedare e, se non ci fosse stato
un terremoto vero, da processare e,
probabilmente, anche da condannare.
Chissà se mai saranno rimossi
o interdetti dai pubblici uffici, o
almeno condannati a risarcire i danni
(morali e materiali) di soli tredici
anni di ritardi, quei funzionari di
ogni genere e livello, che hanno lavorato
col terremoto prolungando per oltre
un decennio lo status di terremotati
ai senzatetto del 13 dicembre 90?
Sono passati in fondo “solo”
tredici anni. Che volete? In fondo non
siamo in Italia? Oppure al fondo dell’Italia?
Brucoli 13 dicembre 2003
Sac. Palmiro Prisutto